Corpi delle passioni politiche – Una storia interrotta (v. 2009)

Corpi delle passioni politiche – Una storia interrotta

di Valerio Romitelli  – (versione 2009)

Testo in 25 punti

Prologo
Non pochi tra quelli che, come me, avevano vent’anni attorno al ’68 vi hanno scoperto qualcosa di assoluto ed universale. Di qui l’incredibile impegno di tutti gli altri a relativizzarlo: a ridurlo ad un episodio del tutto particolare fatto di utopie e/o di disastri giovanili; oppure anche ad esaltarlo, ma come semplice picco di ben più profonde dinamiche pregresse e successive – come quelle della lotta di classe o dello spirito democratico. La maggior parte degli stessi protagonisti si è convertita ai buoni consigli del romanzo di formazione, ricordando delle esperienze di quel tempo solo le immature esaltazioni. La discussione comunque non cessa del tutto, ma soprattutto ad opera di detrattori di spicco come Sarkozy. Passati più quaranta anni, gli ultimi sparuti entusiasti della singolarità del ‘68 sono sempre più provati dalle ricorrenti campagne di denigrazione. La loro voce, quando si dà il raro caso di udirla, risuona impastata e confusa.

Mio intento qui è di schiarirla e rialzarla con nuovi argomenti. Temerarietà e presunzione non posso essere risparmiati. Dati i tempi che corrono, li trovo peccati minori, nonché necessari.

Comincio dunque fissando un punto, il primo dei tanti che seguiranno come chiodi utili a tenere tesa la tela tramata dal discorso.

Come ben noto, a cavallo tra gli anni ’60 e ’70, con l’acme simbolico rappresentato dal ’68, università, fabbriche e società erano in disordine quasi dappertutto nel mondo intero. Alla testa delle rivolte c’erano studenti, operai e militanti politici trasportati da una variegata ideologia rivoluzionaria. Ora il punto, il punto troppo spesso dimenticato, è che tutti questi elementi, operai, studenti e ideologia rivoluzionaria, stavano insieme grazie all’organizzazione di corpi politici inediti. Corpi la cui esistenza politica eccedeva ampiamente la somma di questi loro elementi. Consistenza quantitativa in termini di individui, risorse rivendicative, economiche e culturali sono infatti restate sempre infime, specie a confronto delle enormi passioni e dei complicati enigmi così sollevati attorno alla politica – e che fanno sì che ne parli ancora e sempre con poco distacco.

In Italia questi corpi erano detti gruppi extraparlamentari, ma dappertutto si ponevano comunque fuori, se non contro, ogni partito e sindacato esistente. Obiettivo ultimo era creare un potere radicalmente diverso a quelli vigenti, coi quali non era ammesso alcun duraturo compromesso, neanche a livello tattico o individuale.

Con la seconda metà degli ’70 tutto rifluisce: nessun nuovo potere rivoluzionario viene fondato e i nuovi corpi organizzati a tal scopo si disperdono.

Solo “un gran rumore per nulla”, dunque?

Oramai nessuno più lo crede. Piuttosto, come è risultato evidente in occasione del quarantennale, si preferisce insistere sui danni provocati da quel gran rumore. I danni, si dice, su quello che senza tutti quei disordini estremi avrebbe potuto essere un normale sviluppo mondiale dell’economia, della cultura, della società e della democrazia. Così si vuol far credere che la storia umana abbia delle regole da seguire: delle regole rispetto alle quali gli anni ’60 e ’70 avrebbero fatto insorgere eccezioni disastrose.

Tale completa condanna di questi anni trova ancora qualche dissenso, ma difficilmente esso si spinge fino a contestare il presupposto fondamentale di tale condanna. E cioè la supposizione che esista una normale evoluzione umana. Così, quando si difende l’epoca attorno al ’68 la si difende soprattutto per il contributo che essa avrebbe dato al rinnovamento di questa normalità. Tale contributo può allora apparire come rinnovamento delle leggi della lotta di classe e/o dei perenni valori dello spirito democratico. Mai o quasi si cerca di cogliere ciò che ha fatto la singolarità di questa epoca: ciò che essa ha sperimentato di sui generis, di non esistente né, prima, né dopo. Mai si prendono sul serio i corpi politici allora esplicitamente organizzati fuori da ogni finalità compatibile coi poteri esistenti. Perché soffermarsi su questa singolarità non è affatto evidente. Per rendere questo punto degno di ripensamento occorre allargare e precisare l’orizzonte entro cui oggi abitualmente si ragiona di politica.

I

La prima parte di questo libro sarà dedicata proprio a mostrare l’unilateralità dell’opinione oggi trionfante secondo il quale la politica è un’attività che deve rispondere a determinate leggi, norme o regole più o meno intrinseche alla natura e/o la storia umana (punto 1)

Tradizionalmente le fonti di legittimazione di queste opinioni stanno nella religione e nel diritto. Dalla fine del ‘700 poi soprattutto nell’economia politica ( che Adam Smith, uno dei suoi padri, ricava distillandola da una teoria dei sentimenti morali) e più recentemente nell’”etica“ concepita secondo i canoni cognitivisti che elevano l’informazione a misura di ogni cosa ( vedi sotto punto 19).

Presupposto delle regole della politica è che sarebbero necessarie a rendere sistematiciunordine, un equilibrio o un armonia tra i poteri (istituzionali, economici, militari o di altra natura) esistenti, nonché tra tali governi e le popolazioni da essi governate.

Accanto a questa tradizione che si chiamerà normativa o normalizzante si rivendicherà un’altra tradizione (anche ripensando il testo di Hirschman Le passioni e gli interessi).

La tradizione qui rivendicata sarà quella che, soprattutto a partire dal XVII sec., ha innovato il pensiero della politica, sia rifacendosi a Machiavelli, sia impegnandosi a recuperare il ritardo rispetto alle più ardite e sconvolgenti scoperte allora compiute dalle arti e dalle scienze, soprattutto quella astrofisica copernicana e galieliana.

Proporrò dunque un recupero di questa tradizione, qualificandola (riprendendo un termine utilizzato da Althusser a proposito di Machiavelli) come sperimentale (punto 2 ). A differenza di quella normativa (che si fonda sulla costante esistenza in ogni realtà storica e sociale del potere di alcuni su altri), la tradizione sperimentale sarà caratterizzata come inevitabilmente frammentaria. Frammentaria perché appunto costituita da molteplici esperienze, tra loro anche inifinitamente lontane nello spazio e nel tempo, e che acquisiscono un senso solo qualora si pensino le possibilità di realizzarne una nuova, ancora ignota. Possibilità che quindi si danno solo laddove finiscono le regole necessarie ai poteri esistenti – ossia tra le popolazioni cui difetta il potere di decidere delle proprie condizioni di esistenza. E realizzazione che è pensabile solo nel caso in cui se ne riuniscano le necessarie condizioni ideali e materiali: grazie ad una soggettività con idee guida, corpo organizzato e passioni del tutto proprie e non riducibili alle sue componenti individuali. Il Principe di Machiavelli, il Leviatano di Hobbes, la Repubblica di Spinoza, il Sovrano di Rousseau saranno citati come alcuni esempi maggiori dei corpi politici teorizzati da questa tradizione.

La tradizione normativa, da questo punto di vista, sarà criticabile non in quanto sempre e comunque antidemocratica, in quanto anch’essa a suo modo tiene conto della “forza del popolo”, ma perché non le dà priorità, comprimendo (come si vede più sotto al punto 3) l’ampiezza e la mutevolezza delle passioni (che sono l’essenza della “forza del popolo”) e negando l’esigenza di far loro prendere un corpo capace di proprie esperienze.

Per riprendere la tradizione sperimentale saranno riproposte alcune sue questioni fondamentali (punto 3):

a) chi sono gli amici? Chi i nemici? Ossia chi amare? Chi odiare?

Domande le cui risposte prefigurano l’unità di un corpo politico e lo orientano nella lotta contro gli avversari. Si riconoscerà il merito a Carl Schmitt di avere riattualizzato nel XX secolo questa questione, ma lo si criticherà per averlo fatto secondo la prescrizione nazista ( vedi punto 15) di anteporre l’odio e la guerra all’amicizia e la politica. Cruciale sarà dunque il recupero dell’antica tesi ( ripensata anche da Derrida in Politiche dell’amicizia) secondo la quale l’amicizia è il sentimento primo della politica, cui non può comunque mancare odio e attitudini bellicose.

b) di che avere paura? Quando, perché, come trovare il coraggio?

Da questo punto di vista si potrà misurare tutta la distanza tra la problematica sperimentale della politica imperniata sul coraggio ( come sostiene Machiavelli) – risorsa politica fondamentale per chiunque non ha potere – e quelle religiosa ed economica, il cui pensiero è sempre rivolto a sedare la paura della sofferenza (evitare la punizione divina o ridurre i costi come condizione necessaria all’ottenimento dei benefici).

c) che rapporto c’è tra il pensiero e le passioni? Le seconde, dice Cartesio, permettono ad ogni operazione del primo “di durare”, dunque di perseguire le sue conseguenze. La politica dunque si sosterrà essere la passione che ha il coraggio di sperimentare nel reale le conseguenze ultime di un’idea di amicizia e odio.

Fondamentale d’altra parte risulterà la distinzione di Spinoza tra le passioni “felici”, in quanto decise dal pensiero, e le passioni “tristi”, che invece assoggettano il pensiero. Le prime saranno considerate le più sperimentalmente politiche, mentre le seconde degradanti verso la normalizzazione.

La problematica delle passioni politiche così acquista una sua razionalità, senza potere essere ricondotta ad alcun ordine o armonia generale ( punto 4). Le passioni hanno sì ciascuna una propria logica, dunque una propria razionalità. Ma, da un lato, sono tante – potenzialmente in numero infinito, e sia pur enumerabile ( come dice Cartesio) – per cui la loro combinazione è sempre ampiamente imprevedibile, dall’altro, sono “mutevoli”, cioè seguono dinamiche comunque ben più veloci ad esempio degli interessi economici di classe che si presume siano addirittura di durata storica. Così questa tradizione di pensiero politico passionale si è dimostrata capace di analizzare anche i mutamenti più rapidi delle situazioni collettive ( quelle ad esempio dei “tumulti”, delle guerre civili o delle guerre in genere, che solitamente restano indigeste al diritto, all’economia politica e alle religioni, a meno che non siano esse stesse parte belligerante, come capita di norma anche alle teorie dell’informazione e della comunicazione – non a caso, si noterà, la macchina di Turing, madre dell’informatica e dei computer, venne concepita nel corso della secondo conflitto mondiale per risolvere il codice nazista Enigma) .

Altra caratteristica moderna e sperimentale della tradizione anticipata da Machiavelli è di considerare che il pensiero politico non resta mai esterno alla stessa politica, non la tratta mai come un fatto oggettivo vincolato da necessità date, ma vi interviene individuandone possibilità altrimenti ignote.

È all’interno di questa tradizione che verrà ripensato anche il lungo ciclo della “rivoluzione”, dai giacobini fino ai giorni nostri In questa parola vi si riconoscerà l’uso politico di una categoria proveniente dalle scoperte dell’astrofisica, a conferma di una coerente vocazione sperimentale nei suoi maggiori sostenitori ( da Robespierre a Marx e Lenin) (punto 5).

Ma nella sua qualificazione in termini di classe, come “rivoluzione proletaria” si riconoscerà un’ambiguità dialettica tale da consentire in alcuni casi un cedimento all’economicismo ossia allo spreco delle passioni politiche in nome della difesa di presunti interessi economici di operai e masse popolari (punto 6).

D’altra parte si fisserà un ben preciso termine di scadenza della validità politica di questo termine e di tutta la sua connessa problematica.

E questo termine verrà identificato proprio negli anni attorno al ’68, a conferma della loro enorme rilevanza epocale (punto 7), che sarà più oltre precisata ( vedi punto 17) nel contesto della terza parte del testo dedicata alla seconda metà ‘900 e al declino della sperimentazione dei Partiti-Stato.

Tra le conseguenze tratte da questo tipo di datazione generale ci sarà la qualificazione delle più recenti e numerosissime “rivoluzioni colorate” (da Tien An men nel 1989 all’Iran del 2009), come sia pur complesse operazioni, ma niente affatto politicamente sperimentali, in quanto più o meno indirettamente orchestrate dal governo statunitense del mondo.

Il “’68” , dunque come conclusione della sperimentazione politica rivoluzionaria. Ma non solo. Anche come conclusione di tutta la tradizione sperimentale della politica i cui prodromi, come si è detto, risalgono addirittura al Rinascimento

Per sottolineare l’importanza di ritenere questa tradizione conclusa, esaurita, ma, al tempo stesso, oggi da riprendere e da rinnovare radicalmente, chiamerò questa modernità: prima modernità della politica sperimentale ( punto 8).

Tale conclusione dovrà essere posta nel contesto della più vasta conclusione del moderno o della prima modernità in generale, riscontabile anche tra arti e scienze. Una fine che andrà constatata, ma senza dar spazio alle confusionarie speculazioni post-moderne. A tal scopo il concludersi del moderno sarà associato alla crisi tutt’ora in corso dell’orientamento materialista (punto 9) . In effetti, si noterà che tale orientamento non trova più nella fisica quelle lezioni tanto sorprendenti quanto facilmente universalizzabili quali quelle che si erano prodotte tra il XVII e XVIII sec. grazie a nomi come Copernico, Galileo e Newton. Si ammetterà quindi che nel corso del ‘900 il riferimento alla materia, alla dimensione materiale, sia diventato quanto mai problematico.

Tra le ragioni di ciò ne saranno citate alcune. Anzitutto, la scissione della stessa scienza fisica tra gli approcci quantistici e gli approcci relativistici, scissione che rende praticamente impossibile scoperte di tanto impatto quale a suo tempo fu ad esempio quella della “rivoluzione” della terra attorno al sole ( ben presto adottata dalla politica proprio per designare un orizzonte sperimentale). In secondo luogo, la “svolta linguistica” nella filosofia in cui si sono fatti valere gli effetti delle innovazioni prodotte dalle ricerche grammaticali inaugurate da De Saussure nel campo del linguaggio. Infine, l’imporsi del primato della biologia neodarwinista come scienza modello.

Sarà dunque alla luce di tutte queste novità epistemologiche che si porrà il compito di rinnovamento della tradizione della sperimentazione della politica, la quale non può non situarsi nell’operosa attesa di una seconda modernità del pensiero, dei saperi e delle esperienze in generale.

II

La seconda parte del libro sarà dedicata a mostrare come la tradizione sperimentale della politica abbia avuto una sua sorta esplosione nel corso del XX secolo, che si rivelerà così uno straordinario e alla fin fine catastrofico laboratorio di sperimentazioni politiche.

Figura protagonista di questa grandiosa e tragica apoteosi sarà considerato il partito che si fa stato. Figura la cui importanza sarà individuata soprattutto nella sua capacità di organizzare le passioni politiche in corpi ad hoc (punto 10).

Figura di cui si sottolineerà la singolarità epocale, in quanto alternativa agli altri due corpi politici storicamente più conosciuti, ma organizzati con scopi essenzialmente normativi enormalizzanti: chiesa(e) e stato(i).

Discuterò delle analogie, in particolare dell’immagine quanto mai significativa di Gramsci secondo la quale il partito comunista nell’ Italia del suo tempo avrebbe dovuto essere il nuovo Principe machiavelliano. Ma soprattutto noterò differenze tra i tre tipi di corpi di Chiesa, Stato e Partito novecentesco. Novità cruciale dei grandi partiti novecenteschi sarà individuata proprio nel fatto di incarnare un’idea o meglio un’ideologia non riducibile ad alcuna forma di stato, come invece lo erano i corpi del Principe di Machiavelli, del Leviatano di Hobbes o del Sovrano di Rousseau ( vedi sopra punto 2). Così, sosterrò, la sperimentazione politica giunge al più alto grado di separazione fino allora mai raggiunto rispetto alla tradizione normativa

Per partiti si intenderanno soprattutto quelli che nel corso del ‘900 hanno governato gli stati più potenti tramite un’ideologia. Dopo aver ribadito le loro differenze con le figure partitiche precedenti, e specialmente con quelle ottocentesche, verranno quindi proposti i punti maggiori della storia iniziata con l’esempio dato dal partito bolscevico grazie alla conquista del governo di “tutte le Russie” e la prima completa rottura ( pace di Brest-Litovsk ) con ogni partecipazione alla carneficina della Grande Guerra.

Un esempio di cui si riconosceranno le imitazioni, più o meno distorte e altrimenti contaminate, tanto nel fascismo italiano, quanto nel nazismo tedesco, ma anche nel New Deal statunitense ( punto 11).

Il discorso proposto si troverà così a contrariare frontalmente uno dei maggiori dogmi oggi in voga: l’assoluta incomparabilità tra la storia della democrazia anglosassone e la storia dei cosiddetti totalitarismi.

Contro di che sosterrò invece la relativa comparabilità di tutti e tre i regimi (staliniano, hitleriano e rooseveltiano), i quali nel cuore del XX secolo si sono combattuti l’un l’altro per la conquista dell’egemonia mondiale già britannica. Così punto a far risultare quanto abbia contato nella storia umana (e quindi anche per l’ascesa degli Usa a governo del globo) la sperimentazione politica condotta ad opera dei corpi di partito al governo dello stato.

Corpi la cui formazione sarà analizzata a partire dagli intensi momenti di vita intellettuale (punto 12) che primi del ‘900 precedono la nascita dei nuovi partiti: in Russia, in Italia, in Germania, negli Usa.

L’ideologia grazie alla quale questi corpi si organizzano sarà intesa come risultato di reductio ad unum della molteplicità delle idee prodotte dalla vita intellettuale. Rispetto alla situazione di vita intellettuale in cui ci sono più idee e più conseguenze da trarre da ciascun idea, la situazione instaurata dal partito che si fa stato sarà caratterizzata dal prevalere di un’idea e di una logica, delle quali è lo stesso partito che si rende garante anche tramite i poteri di stato.

Così la realizzazione dell’idea (comunista, fascista, nazista o del New Deal) pare coincidere con la possibilità data dal corpo partitico di trarre tutte le conseguenze da quella stessa idea.

È questo il protocollo sperimentale, ideologico e “rivoluzionario” che verrà riconosciuto in primis al partito bolscevico nella Russia dopo il ‘17, ma anche al partito fascista (a partire dal ’21) e al partito Nazista, senza escludere dalla lista il partito democratico, meglio rooseveltiano, del New Deal.

Questione teorica maggiore sarà la complicata dialettica tra corpo e organizzazione ( punto 13), anche sulla scorta del capitolo della Fenomenologia di Hegel dedicato alla distinzione tra l’”organico” e l’”inorganico”. Il corpo materiale, “inorganico”, del partito, come di ogni altro corpo, si sottolineerà, non è infatti riducibile all’organizzazione, che per definizione rappresenta gli strumenti atti ad uno scopo. Si sosterrà allora che la sperimentazione dei partiti è da analizzare più come esperienza d’esistenza di corpi collettivi che come efficacia o meno d’organizzazione nella realizzazione delle idee.

Nel ruolo preminente dei capi (Lenin, poi Stalin, Mussolini, Hitler, Roosevelt) in quanto capi ideologici del corpo del partito-stato risconterò una conferma della relativa comparabilità tra questi regimi.

Comparabilità che sarà ulteriormente confermata dal riconoscimento delle “radici” cristiane e dialettiche del modo in cui tutti questi partiti hanno inteso le passioni politiche (punto 14). Come il Concilio di Nicea del IV sec. stabiliva che la passione di Cristo seguisse un’incarnazione e precedesse una resurrezione, così nel comunismo, nel fascismo, nel nazismo come nel New Deal c’era l’ideologia secondo la quale un’idea s’incarna in un corpo collettivo per affrontare un sacrificio mortale e salvifico. Così, si spiegherà l’importanza della guerra e dello sterminio dei nemici per tutti i partiti-stato del ‘900 e quindi la loro propensione mortifera e sacrificale.

La condanna senza attenuanti di fascismo e nazismo, e quindi la loro relativa incomparabilità, lungi dallo svanire, si riqualificherà in quanto condanna del primato assoluto assegnato da questi regimi proprio alla morte e allo sterminio dei nemici (punto 15).

III

La terza parte del libro sarà quindi dedicata a delineare, da un lato, il concludersi di questo ciclo di sperimentazioni.

Come l’esempio sovietico appare decisivo all’origine del ciclo così risulterà decisivo anche per il suo declino. La “teoria del crollo del capitalismo”, escogitata dagli economisti attorno a Stalin (per giustificare la “costruzione del socialismo in un solo paese”, nonché una diplomazia pacifica), sarà analizzata nella sua ambiguità dialettica.

Rispetto per i nemici dichiarati , annientamento dei falsi amici, normalizzazione dell’idea stessa del socialismo concepito come necessario destino di tutta l’umanità: queste saranno considerate tra le conseguenze maggiori di tale ambiguità. Conseguenze che porteranno ad esempio al patto germano-sovietico del ’39, ma anche alla “Svolta di Salerno” del 1944 in Italia.

Qui verrà riconosciuta una ragione dell’affievolirsi dell’amore per il comunismo come sperimentazione e la sua conversione in sistema normativo (punto 16). Conversione che sarà interrotta al partire dal ’42, durante la “guerra patriottica” in Urss e la resistenza antinazista condotta dai comunisti in Europa, ma che poi trionferà col formarsi della sfera d’influenza sovietica in mezzo mondo.

A spiegare la tenuta di tutto l’est socialista per una quarantina d’anni, fino all’89, malgrado l’apatia politica che vi dominava fin dall’origine (nonché malgrado le varie scissioni con la Jugoslavia, l’Albania e la Cina), verrà evocato soprattutto l’odio anticomunista e gli intenti bellicisti capeggiati dagli Usa. Si sosterrà quindi che i paesi socialisti sono sopravvissuti anche grazie all’ odio anticapitalista al loro interno indotto esternamente dall’odio anticomunista e dalle minacce di guerre da parte statunitense.

In tal senso verranno analizzati i quattro i momenti politici globali rappresentati dall’antinazifascismo vittorioso (‘45/47), dalla guerra fredda ( fino alla fine degli ’60), dalla distensione ( col suo apogeo identificabile nella conferenza di Helsinki nel 1975) e infine dal crollo e/o declino dei paesi socialisti ( a partire dall’89).

D’ altra parte, sosterrò che, a partire dalla fine della seconda guerra mondiale, accanto a questo declino del ciclo delle sperimentazioni condotte in nome di ideologie di partito, comincia a configurarsi un nuovo campo di sperimentazione politica, in parte post- partitica e post-ideologica, ma sempre fondata sull’organizzazione in corpi (sia pur ridimensionati e disseminati) delle passioni politiche. Ad essere citati e analizzati come esempi saranno soprattutto le bande partigiane, i gruppi extraparlamentari attorno al ’68 in Italia e Francia, le bande delle guardie rosse nella Rivoluzione culturale cinese, nonché i consigli operai e di fabbrica, nati anch’essi attorno a quella data simbolo, ma che, con alterne vicende, si prolungheranno per tutti gli anni ’80 e su scala globale ( con il caso quanto mai significativo della Polonia).

Così, specie attorno al ’68, si sosterrà, viene ulteriormente elevato il grado di separazione dalla tradizione normativa già raggiunto dai corpi dei partiti-stato. Si noterà l’inedita radicalità nell’antipatia per ogni regola non derivata da bilanci utili alle nuove esperienze. Così pure osserverò come per “ fare politica da compagni”, cioè per identificare gli amici, fosse ritenuta necessaria l’organizzazione in corpi profondamente diversi da quelli dei “vecchi” partiti e dei “vecchi” sindacati. Constaterò d’altra parte il permanere dell’ideologia rivoluzionaria, e con essa della supposizione dogmatica che la realizzazione dell’idea dipenda dalla coerenza logica con cui ne vengono tratte le conseguenze. E qui si vedrà una delle maggiori ragioni della polverizzazioni dei corpi politici sessantotteschi. Polverizzazione che risulterà però pure sintomo di nuovi tentativi di ricercare idee politiche tra le popolazioni dei governati. In sintesi, punterò a mostrare il “lungo ’68” come sequenza divisa: da un lato, “saturazione” (secondo la terminologia di Lazarus) di quanto lasciato dalla grandiosa e tragica esperienza dei parti-stato e, dall’altro, apertura su nuove questioni politiche troppo vaste e complicate ( alcune affrontate in quinta parte di questo testo) per poter essere risolte in quello stesso tempo (punto 17).

IV

Per sostenere che questa storia si interrompe qui occorrerà però ribadirlo nei confronti delle argomentazioni che invece sostengono la continuazione di esperienze simili a quelle di quegli anni, tramite i movimenti più recenti, quali i no global, i disobbedienti, le tute bianche, ecc ( Discorso a parte che esulerà da questo saggio meriterebbero fenomeni come i sandinisti e gli zapatisti ). La quarta parte del libro sarà quindi dedicata da un lato a criticare la tradizione rappresentata da quelle che saranno chiamate teorie dei movimenti alternativi, dall’altro, a stabilire i punti differenziazione radicale della nostra epoca da quella di quarant’anni fa.

Per “teorie dei movimenti alternativi” (punto 18) si intenderanno quelle problematiche che enfatizzano ciò che la regolazione della politica, di volta in volta, esclude. Da questo punto di vista, ogni resistenza incontrata da tale regolazione, ogni sua trasgressione viene salutata come prova di un movimento alternativo che porterebbe inevitabilmente verso un avvenire di maggiore libertà ed eguaglianza. Per illustrare più in dettaglio il gran ritorno avuto attorno al ’68 di questa tradizione che rimonta all’Ottocento e ai dibattiti tra Marx, Proudhon e Bakunin, saranno citati grandi pensatori, da Marcuse a Negri passando per Foucault. Riconoscerò in effetti una certa prossimità con l’approccio sperimentale, salvo sul fatto che dal punto di vista di quest’ultimo “resistenza” e “trasgressione”, anche al livello massimo dell’”antagonismo sociale”, non costituiscono affatto alcuna prova di una politica alternativa, ma indicano solo la possibilità di un suo campo sperimentale la cui consistenza potrebbe essere sondata solo dall’esistenza di corpi organizzati ad hoc.

Quanto alla differenziazione radicale della nostra epoca da quella di quarant’anni fa, al centro del discorso sarà la critica della presunta portata politica di quella seconda grande invenzione tecnologica (fondata sulla diffusione globale dell’informatica) che, dopo quella fordista dei primi del ‘900, ha consentito, ottanta anni dopo, il rilancio momentaneo dell’egemonia statunitense nel mondo.

Respingerò le tesi che esaltano questa tecnologia come se fosse di per se stessa foriera di un allargamento della democrazia e di nuove relazioni più vicine alla realizzazione della originaria idea marxiana, dunque ottocentesca, di comunismo. Di contro sosterrò che, in assenza di nuove sperimentazioni della politica, quella che ha affiancato la “rivoluzione informatica” non si è limitata a rinnovare il vecchio liberalismo ottocentesco, traducendosi in neo-liberalismo, ma ha configurato un nuovo ordine normativo e normalizzante, di cui il cognitivismo è la dottrina leader (punto 19).

Si sosterrà dunque che attualmente esiste un’inedita forma di governo mondiale avente al centro sempre gli Usa attorno alle cui decisioni gravitano oramai tutti gli altri governi che contano. Una sorta di regime senza frontiere, dunque, il cui equilibrio è quanto mai instabile, minacciato com’è sia dall’emergere di nuove potenze ( tra tutti la Cina), sia dalla crisi in corso ( a “L”, non a “U” ! – come dicono economisti accorti). Un regime che verrà chiamato dittatura globale dell’informazione (punto 20).

Tra le circostanze che l’hanno resa possibile se ne indicheranno almeno due.

a) Anzitutto il definitivo disfarsi dei corpi dei partiti-stato ( a partire dall’89 – e in Italia, ad esempio, nel ’92, tramite “mani pulite”), nonché tutto l’enorme insieme di conseguenze derivate. E tra di esse soprattutto quelle cui si riconoscerà l’effetto maggiore di aver portato a definitiva rovina la già decrepita figura storica e universale dello stato(-nazione) (punto 21). Respingerò, dunque, l’idea che questa figura sia sopravvissuta più o meno indenne all’esplosione della politica sperimentale del ‘900. E sosterrò invece che, dopo essere stata violentata e tenuta in vita dai partiti, col disfarsi di questi ultimi, anche quella è andata e resta in frantumi.

Così, si dirà che ogni Stato attualmente è uno Stato a pezzi. Così come ogni diritto, che è dottrina di Stato per eccellenza, risulta un diritto a pezzi. Si citeranno in proposito numerosi esempi: l’ingerenza umanitaria dei cosiddetti “diritti umani” che revoca ogni sovranità nazionale; il fatto che al posto delle leggi è oramai ovunque normale ricorrere a leggi o decreti d’emergenza, dunque poco nella legali; che ovunque tra la dimensione pubblica e quella privata prevale non la distinzione, ma concetti confusionari come la cosiddetta “sussidiarietà”; il fatto che oggi un privato, ad esempio Bill Gates, ha possibilità economiche maggiori a quelle di una ventina di paesi poveri; il fatto che i maggiori poteri economici, militari, istituzionali vengono decisi da entità multi o sovrastatali come gli Usa, l’Ue, la Csi, la Cina, l’India, il Brasile, tre “stati” anche questi ultimi che riuniscono più stati.

Il tutto per concludere che le figure politiche tramite le quali si esercita la dittatura globale dell’informazione sono i governi, i governi pubblici e/o privati, legali e/o illegali, che all’occorrenza mettono insieme e mobilitano alcuni pezzi di stato e/o di diritto.

b) Altra circostanza all’origine di tale dittatura sarà individuata nell’esaurimento della prima modernità e nel riunirsi delle sue conseguenze più estreme nel passaggio tra il secondo e il terzo millennio. La riflessione dovrà dunque tornare su quelle che sono state individuate come alcune delle maggiori circostanze di questo esaurimento: il disorientamento del materialismo ( vedi sopra punto 9), la “svolta linguistica” e l’imporsi del paradigma neodarwinista. Si ribadirà che, alla stregua di ogni innovazione, anche queste hanno creato uno spaesamento, un vuoto, segnatamente nel pensiero, tra i saperi e le esperienze in genere. Si sosterrà quindi che l’attuale regime globale è da considerare la prima rudimentale forma di governo del vuoto epistemologico e politico indotto contemporaneamente dal disorientamento del materialismo, dalla “svolta linguistica” e dall’imporsi del paradigma neodarwinista. Anziché tentare di costruire su tale vuoto un nuovo campo di sperimentazioni politiche, la dittatura globale dell’informazione, si dirà, sta tentando di normalizzare questo vuoto, annientando ogni possibilità alternativa. In effetti si denuncerà che tale annientamento è il senso più profondo dell’attuale apologia della comunicazione ( delle informazioni) come alfa e omega della politica, del linguaggio e della vita.

Tra le conseguenze maggiori di questa dittatura verrà identificata la confusione tra la dimensione politica e quella economica (punto 22). Dopo avere messo in mora la prima a profitto della seconda, fino all’esplosione della crisi, sosterrò, ora, a crisi esplosa, si mobilita la prima per rimediare i disastri creati dallo strapotere concesso alla seconda. Ma come la finanza selvaggia era economia drogata dalla circolazione delle informazioni ( su dove era “meglio” investire), ora la politica rediviva è fenomeno prodotto da informazioni rassicuranti su personaggi come Obama, trionfante proprio perché efficace in comunicazione.

Altra caratteristica dell’ordine dettato dall’informazione verrà individuata nel fatto che il suo strapotere, essendo tecnologico, non si lascia facilmente governare e mantiene nell’incertezza tutti i poteri che ne traggono legittimità – nel senso che, ad esempio, un sondaggio d’opinione negativo può rivelarsi rovinoso per chiunque… Così chiunque vuol mantenere o acquisire potere si trova indotto a cercare consensi anzitutto alimentando paura e odio (non per nulla la guerra informalmente mondiale in corso è proprio contro il “terrore”, espressione massima della paura) e quindi ponendosi come garante della sicurezza. Col che si spiegherà anche come la filantropia, in quanto affare di persone altruistiche che se lo possono permettere, resti l’unico apprezzato campo d’esercizio dell’amicizia. Ma si spiegherà anche come tutto sociale appaia frammentato in comunità fondate su identità immaginarie ( dove trovano posto anche quelle “comuniste” o comunque “alternative”), le quali rendono comunque sospettabile ogni individuo in quanto tale. Sospettabilità che giustifica ogni sorta di raccolta di informazioni su chiunque.

Importante sarà a questo proposito la distinzione tra la figura materiale dell’individuo e quella immateriale, relazionale, della persona ( se ne ricorderà l’etimo che la riporta alla finzione teatrale della maschera).

Metterò quindi in risalto l’attuale trionfo di quello chiamerò il culto della persona comunicativa e comunitariamente altruista. Al che verrà connesso l’obbligo di chiunque di considerare la normalità democratica come unica dimensione della politica (punto 23). Dimensione nella quale invece a dominare è anzitutto l’informazione – come sondaggio d’opinione, come monitoraggio sempre più invasivo degli individui ( fin anche nelle sue più intime propensioni psicologiche o presunte identità comunitarie: è di questo che le “magistrature democratiche” si occupano principalmente), come voto da persona (l’elettore) a persona ( il candidato), ecc.

Ma sarà importante sottolineare anche altre conseguenze della democrazia intesa come normalità della politica: ostilità contro ogni altra idea di democrazia che non sia riducibile a valore misurabile dalla norma democratica; ostilità e paura di fronte ad ogni corpo politico che, nel passato o nell’avvenire, si riveli non riducibile ad un corpo elettorale o ai corpi di persone riconducili ad una qualche comunità democraticamente corretta.

Il tutto col corollario della più completa assenza di vita intellettuale ossia di una sovranità quasi assoluta dell’apatia politica. Apatia contrariata solo dall’antipatia antipolitica, di cui gli stessi governanti si fanno spesso portavoce proponendosi come capaci di esercitare il potere da persona a persona, come se si trattasse di affari personali.

V

Nella conclusione ( parte quinta) verrà contestata l’opinione secondo cui nulla resta dell’esperienza sessantontesca di organizzazioni senza pretese di governo. A riprova saranno citate tutte quelle organizzazioni indispensabili ovunque le politiche dei governi non giungono direttamente: ossia le organizzazioni che più o meno ipocritamente si chiamano non governative ( punto 24).

Mi soffermerò sul paradosso rappresentato, da un lato, dalla loro stessa esistenza indispensabile, dall’altro, il loro originario e pernicioso “difetto di fabbricazione” – la progettazione aprioristica e filantropica. Dal che si ricaverà quanto sia tutt’oggi attuale l’idea di dovere dare corpo e organizzazione a politiche appassionate ad altro che alla gestione di poteri direttamente o indirettamente governativi.

Avanzerò quindi l’ipotesi che una nuova sperimentazione politica post- ideologica e post-partitica, all’altezza dei nostri tempi così politicamente apatici, necessita comunque di trarre le sue idee necessariamente impersonali, non da teorie, da comitati centrali o esperti della comunicazione, ma da quanto dicono e pensano le popolazioni che più faticano e soffrono sui luoghi di lavoro o di fruizione dei servizi indispensabili (punto 25). Si supporrà infatti che sono questi i luoghi in cui vengono collettivamente decise le passioni di amicizia e di odio, di paura e di coraggio più significative per una nuova sperimentazione politica.

Così, sosterrò, anziché dimenticare l’attuale crisi di modernità, si può tentare quantomeno di pensare una nuova sperimentazione politica all’altezza di tale crisi.

Senza pretendere di rinnovare il materialismo storico, nell’arcaica supposizione di sapere quale ne sarà progresso in termini di lotta di classe e di destino comunista o meno, si rivendicherà la possibilità di pensare un materialismo del presente e sul luogo: attento alla fatica e alla sofferenza sul lavoro e nella fruizione di servizi fondamentali come due dimensioni affatto scomparse tra alcune popolazioni, per altro in continua crescita su scala globale.

Senza pretendere di analizzare la condizione di tali popolazioni tramite metalinguaggi da esperti ( sociologi e/o di partito) nell’oramai arcaica supposizione che solo tali linguaggi “scientifici” abbiano accesso alla realtà, si rivendicherà la possibilità di pensare la realtà sociale di queste popolazioni tramite il loro stesso linguaggio, le loro stesso parole, facendo attenzione soprattutto alle passioni politiche ( coraggio, amicizia, odio ecc.) che vi si manifestano.

Senza pretendere di analizzare tali popolazioni come se la loro fosse una vita come quella di coloro che ne decidono condizioni di lavoro e assistenza, si rivendicherà la possibilità di pensare che nel sociale e (a differenza del resto del regno animale) c’è vita e vita, l’una da governati, l’altra da governanti, senza che questa contraddizione abbia inevitabilmente il conflitto come verità e soluzione.

La discussione finale sarà dunque sui metodi di fare inchiesta in questo senso. E su come dar corpo politico ai suoi risultati.

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: