RIPENSARE L’ESPERIENZA PARTIGIANA

RIPENSARE L’ESPERIENZA PARTIGIANA

di Valerio Romitelli

Dalla psicoanalisi alla teorie dell’”intelligenza artificiale” ne vengono più conferme: la memoria inganna. Più un ricordo si mantiene nel tempo, infatti, più si adatta al suo mutare, dunque si altera. Ogni memoria così comporta sempre anche oblio. E tutto sta nel modo, rielaborato o inconscio, in cui questi due termini si combinano di volta in volta, nel presente. Ricordare, insomma, non basta mai. Anzi, più spesso serve proprio a scartare e dimenticare ciò che più fa problema.

Questo è in effetti quanto accade molto spesso nelle commemorazioni pubbliche, le quali non a caso rischiano sempre di infastidire per la loro retorica. E questo è ciò che è accaduto ai partigiani, di cui come ogni anno stanno tornando ad avvicinarsi i giorni del ricordo. Ancora una volta si li celebrerà, e giustamente, come “padri” della patria repubblicana. Ma sarebbe il caso di riflettere anche di che patria e di che repubblica si parla, oggi, a questo proposito. Non certo di quella repubblica, la Prima, che è stata la patria dei grandi partiti costituitisi nel temperie mondiale della guerra fredda. A parte ogni discorso sulla loro funzione storica, è chiaro infatti che essa è del tutto esaurita. E senza un bilancio molto positivo, se è vero che “Prima repubblica” è divenuto addirittura epiteto offensivo. Sinonimo di clientelismo e corruzione. Il clientelismo e la corruzione della “casta” partitica e post-partitica. A ricordare i partigiani come “padri fondatori” anche di tutto questo non si fa loro molto onore.

Così, da quando si spera di finirla davvero con la Prima Repubblica e si attende invano la nascita di una Seconda, la memoria dei partigiani si è sempre più andata offuscando. E contro di essa è tornata a riacquistare credibilità quell’”altra” repubblica “ante litteram”. Quella di Salò. Quella che senza il sostegno dei nazisti, non avrebbe mai potuto esistere – neppure nell’immaginazione di quel cadavere vivente che era il Mussolini ripescato e rimesso in sella da Hitler in persona.

Dimenticando tutto ciò, ai ricordi dei repubblichini si è finito per riconoscere pari dignità ai ricordi delle origini partigiane dei partiti repubblicani. E si è parlato dell’Italia tra il ’43 e il ‘45 come di un paese in “guerra civile”. Ma parlarne in questo modo significa parlarne comunque come di un paese totalmente colonizzato dal fronte che divideva alleati e nazisti. Significa cioè passare sotto silenzio esattamente la singolare novità della patria che si forma a quel tempo. E che è proprio quella inventata dai partigiani. Certo, anzitutto, contro il nazismo e i suoi fantocci repubblichini. Ma neanche d’amore e d’accordo con gli alleati, i quali non sono mai andati per il sottile quando si è trattato di eliminare ogni intralcio ai loro piani strategici.

L’unica autodeterminazione dell’Italia post-fascista è, dunque, quella che si dà grazie ai partigiani. Questa è la patria, il paese ancora oggi, da ricordare. Ma da ricordare in modo nuovo e più preciso. Solo così, si riuscirà non deludere tutti quei giovani che, in mancanza d’altro e in discreto numero, tornano oggi a far riferimento ai partigiani ( ad esempio, ridando energia all’Anpi oramai biograficamente attempata). Anch’essi erano infatti giovani e di numero discreto. Pare, all’incirca, duecentomila. Di un numero, quindi, comunque insufficiente per vincere qualsivoglia elezione. Ma determinati, con un coraggio e un disprezzo del pericolo oggi inimmaginabili. E ciò fino al punto che anche i partiti, per contare qualcosa, allora dovevano sacrificarsi a stare dentro l’esperienza delle bande partigiane.

Un’esperienza che rifece dal “basso” quel paese che si era disfatto col fascismo. Bande di ribelli – così allora si chiamavano-, scevre da qualsiasi ambizione di farsi largo tra i “vertici” del potere, piene invece del desiderio di tenersene a distanza ed organizzarsi come corpi mossi da una passione politica decisa in proprio. Circa un anno fa, su tutto questo, ho scritto un libretto, L’odio per i partigiani. Come e perché contrastarlo. Se ne ridiscuterà la sera del 17 aprile all’Istituto Parri, con Luca Alessandrini dello stesso Istituto, Mirco Dondi, storico, e Luca Sancini, giornalista.

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