Quel che si è perso del ’68

Quel che si è perso del ’68

di Valerio Romitelli

La rassegna Letture del ’68, che sarà inaugurata il 2 aprile, è un’iniziativa che ritengo importante. Niente affatto scontata. Malgrado tutto quello che se ne dice e se ne scrive, quel anno resta una cifra a sé, sempre assai densamente misteriosa. Solo per fare un esempio del tutto personale: in tanti anni di insegnamento universitario di storia della politica, mai una tesi mi è stata chiesta sul ’68. Mai, durante un esame, come argomento a scelta, agli studenti viene in mente il ’68. Ad essere i più gettonati sono piuttosto gli anni ’70, il ’77, le “trame nere” o le “stragi di Stato”. E poco vale ogni mio tentativo di riorientare l’interesse sul fatidico anno. Perché? Me lo sono chiesto e richiesto spesso. Alla fin fine, un’idea me la sono fatta.

Perché, da un lato, il ’68 ci è talmente vicino che fa tutt’uno con la nostra sensibilità presente, per cui ogni approfondimento risulta praticamente superfluo. Dall’altro, perché è talmente lontano da sembrare astruso, incomprensibile.

A risultare oggi prossimo e scontato credo sia la contestazione dei saperi e dei linguaggi accademici, paludati; ossia il rifiuto di ogni “aristocrazia del pensiero”, come la chiamo io. Il ’68 in effetti ha rappresentato la presa della parola da parte di chiunque: l’abbattimento di ogni autorizzazione al potere dire la propria, ovunque. All’università, come a scuola. In fabbrica come in ufficio. “Studenti e operai uniti nella lotta!”, lo slogan quanto mai pregnante del tempo, significava infatti: “lotta” contro tutti quelli che zittiscono, che fanno tacere. Ossia contro ogni autorità, in quanto autorità della parola, sulla parola.

Ora , il ’68 questa battaglia la ha vinta, eccome. La ha stravinta. Tant’è che oggi l’antipatia contro ogni autorità intellettuale è diventata addirittura un dovere quasi assoluto. È solo così infatti che può trionfare la sensibilità attualmente egemone. Quella che ha come valori supremi la “comunicazione”, la “vita”, la “natura”. Quella che non ammette nessuna idea che non sia quotabile come valore bio-etico.

Perché dunque tutto ciò non porta a celebrare il ’68 come antecedente decisivo? Ma perché di sicuro su questo piano, della “comunicazione”, della “vita”, della “natura”, oggi si fa molto più e meglio di allora. Perché allora c’era comunque sempre molta, troppa, ideologia. Per contestare le autorità della parola – professori, padroni, capoufficio che fossero – occorrevano infatti idee, e ben comprese e ben elaborate in proprio da ciascuno. Ecco allora cosa c’era allora che oggi non c’è più ed è addirittura inimmaginabile: una vita intellettuale. Il fatto cioè che enormi masse di giovani e meno giovani, in ogni paese, e anche in Italia, erano affette da una febbre del tutto particolare: quella del leggere, dello studiare, dello scrivere, del pubblicare, del propagandare e del discutere, del fare discutere. E ciò riguardo ad ogni questione storica, economica, filosofica , antropologica e sociale che servisse al fare politica. Un fare politica disinteressato, senza alcuna mira di occupare poltrone. Ideologico, però, certamente. E quindi anche inevitabilmente rissoso, violento. Nessuna nostalgia, dunque. Ma neanche oblio, né tanto meno condanna. La violenza non manca infatti neanche nel mondo d’oggi, malgrado che ad imperare siano la comunicazione, nonché valori bio-etici ed antideologici. La differenza maggiore rispetto a quella sprigionata dal ’68 è che la violenza dei nostri giorni si compie senza idee, né parole, né precisi responsabili.

A mancare di quel anno è quindi quella forma di vita niente affatto biologica, ma storicamente sempre rara ed eccezionale, che è una vita intellettuale. Per questo rileggerne i testi allora più letti e discussi, può servire a capire cosa si è perso.

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