le urgenze e gravità del tempo

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Io non penso che la strada corretta sia quella di partire dall’esigenza di “uscire dal capitalismo”, per tre motivi.

1) “Capitalismo” è un concetto troppo stretto o troppo largo, a seconda del punto di vista. Da un lato, non tutto ciò che merita di essere combattutto nel mondo e nell’Italia di oggi è ricoducibile al capitalismo, se non piegandone la definizione in modi tali da togliere ogni contenuto specifico al concetto stesso. In pratica, sotto la designazione di capitalismo vengono di fatto inclusi aspetti della società da non buttare, come per esempio un certo tipo di economia di mercato (a Chianciano mi era sembrato che fossimo tutti d’accordo a “salvare” dalla nostra rivoluzione l’albergatore che ci stava ospitando), mentre rimangono esclusi fenomeni inquietanti quali il fondamentalismo religioso, la mentalità repressiva, l’intolleranza, ecc.

D’altro lato, si vanno ad imputare al capitalismo fenomeni che meritano certamente di essere combattuti, ma che sono di tutt’altra natura e origine, in particolare fenomeni peculiarmente italiani quali il carattere di casta dell’ipertrofico e costoso ceto politico, la devastazione del territorio e l’illegalità diffusa.

Io dico che metà dei problemi di comunicazione nel nostro gruppo nascono dal fatto che si cerca impropriamente di trasformare decrescita, legalità e lotta alla casta in grimaldelli contro un tale generico capitalismo.

2) Più in generale, secondo me alla base di un nuovo soggetto politico deve esserci un principio “positivo”. L’anticapitalismo “classico” era fondato sull’idea dello sfruttamento dell’uomo, e si accompagnava il principio della lotta di classe. Questo concetto appare oggi ormai esaurito, e si va diffondendo un nuovo genere di anticapitalismo, fondato questa volta sull’idea dello sfruttamento della natura, accompagnandolo al principio della decrescita (e della legalità).

Ora, chi pensa che la “crisi incombente” che ci minaccia sia la crisi ambientale (clima, risorse, ecc), sarà soddisfatto; a me la parola “crisi incombente” fa venire in mente altre cose: i precari, i pensionati, Gaza, i milioni di profughi palestinesi e iracheni, la minaccia di aggressione all’Iran, le interminabili guerre africane che non si spengono mai perché attizzate dall’esterno, ecc.

Io propongo due principi complementari: la lotta ad ogni forma di razzismo, e la nazione intesa come spazio politico libero e sovrano, pacifica, solidale, inclusiva. Poco più avanti, spiegherò perché.

3) Credo che il termine “capitalismo” usato nel senso di “sistema totalizzante” porti ad un vicolo cieco. Credo che possa e debba essere redifinito in un senso “politicamente usabile”, e cioè nel senso di identificare quella parte di classe dominante che fonda la sua forza su condizioni precise: quell’intreccio tra stato, grande industria e finanza che consente di ricavare giganteschi profitti da quelle che sono in realtà soltanto posizioni di rendita illegittime (raramente illegali!), oppure dei grandi affari di cui tali gruppi di potere sono costantemente alla ricerca; non un capitalismo dal quale “uscire”, bensì un capitalismo da combattere.

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Quindi il nostro problema, per come lo vedo io, è che dobbiamo ancora riuscire a “dare un nome” alle “urgenze e gravità del tempo” [riprendo qui una efficace espressione d Aldo Zanchetta].

Per me, le “urgenze e gravità del tempo” sono il Grande Apartheid eretto dall’Occidente nei confronti del resto del mondo, la debellatio del Medio Oriente, l’attacco al patto sociale e ai diritti collettivi, il ritorno di identitarismi e razzismi; in generale, l’orizzonte di guerra e saccheggio permanente nel quale le retoriche dominanti cercano di costringerci.

Tali retoriche ipocrite, e le politiche spietate da queste legittimate, sono concepibili soltanto a partire dal loro carattere intrinsecamente razzista: la superiorità dell’Occidente ricco, bianco e cristiano da un lato; i popoli inferiori e selvaggi, l’Islam fanatico e minaccioso, dall’altro. Tutta la “grande narrativa” che ci viene imposta si regge su tali presupposti: dall’identificazione delle resistenze con il terrorismo, alla proclamazione di un astratto “diritto di esistere” dello stato razzista e colonialista di Israele, alla colpevolizzazione del Terzo mondo incapace di imitarci e di “fare come noi”, ecc.

I valori in nome dei quali contrapporsi al presente stato di cose sono quelli della sovranità, della pace, dell’uguaglianza, della solidarietà e dell’inclusione. Il primo Nemico consiste nelle ideologie, i poteri e i meccanismi sovranazionali e antinazionali su cui si regge l’attuale dominio dell’Occidente. Il secondo Nemico è costituito dalle alternative politiche reazionarie che apertamente o di fatto si propongono di compattare le nostre società in forme compatibili e funzionali a tale dominio. Queste alternative sono di due tipi: innanzitutto c’è la politica corrente, prigioniera delle retoriche della globalizzazione e dello scontro di civiltà, e chespera che Obama riesca ad inventare una via d’uscita “politicamente corretta” dal vicolo cieco in cui l’Occidente si è cacciato; e poi, sempre più incombente, c’è la destra cristiana, identitaria, razzista, islamofoba, classista, bellicista, autoritaria e repressiva: quella dell’Occidente “troppo buonista”, che “non ha lo stomaco per fare ciò che va fatto”, “che ha il dovere di affermare i propri valori”.

Quindi il primo “principio” alla base del soggetto politico che non c’è, e che vorrei ci fosse, è quello della lotta ad ogni forma di razzismo, a partire dal nuovo antisemitismo anti-arabo e anti-islamico (analogamente al vecchio antisemitismo, anti-ebraico e anti-giudaico), in quanto implica la lotta a tutte le peggiori forme di dominio, sfruttamento, discriminazione ed esclusione; di pulizia etnica, apartheid, saccheggio e distruzione; di caccia alle streghe, torture, moderni tribunali dell’Inquisizione, sparizioni. In quanto è condizione necessaria per la decostruzione di tutte le “narrative ufficiali” propagandate da politici, giornalisti e intellettuali. In quanto è condizione necessaria per “uscire dalla paura”.

Complementare a tale principio è la difesa di una certa concezione della nazione. Una nazione concepita come patto politico tra i residenti (patto formalizzato nella Costituzione), un patto che guarda al futuro, che trascende (senza annullare) le “identità” esistenti, tutte (per definizione) espressione del passato e della tradizione, senza alcuna legittima rilevanza politica; la nazione intesa come dimensione fondamentale della politica moderna, che si affianca a quella classica della “città”; la dimensione del patto sociale e della libera e sovrana progettazione politica.

Anche le oligarchie in controllo delle province dell’impero hanno una loro idea di nazione, compatibile con la subordinazione ai poteri sovranazionali: un’idea fondata su identitarismi inventati (“occidente”, “europa”, “italianità”, “radici greco-giudaico-cristiane”, ecc, ecc) e di inevitabile carattere razzista, funzionali a contrapposizioni artificiose e a suddivisioni gerarchiche e classiste all’interno del corpo sociale, nel contesto di diseguaglianze crescenti, stato di polizia, democrazia svuotata. Uno stato ripiegato su di sé alla Franco, o in cerca di imprese patriottiche coloniali alla Mussolini, ma comunque al servizio dei poteri sovranazionali. Una idea di nazione votata all’oppressione dei popoli “inferiori”, a partire dai migranti – il moderno “quarto stato” – che chiedono dignità e diritti.

Il soggetto politico di cui io auspico la nascita, e di cui l’Associazione dovrebbe farsi promotrice (non nel senso di proporsi come “nucleo”, ma come “componente”, come uno dei catalizzatori di un molto più grande movimento), deve prepararsi al momento in cui le disastrose conseguenze delle politiche seguite negli ultimi vent’anni apriranno gli occhi agli italiani (e no solo) e zittiranno finalmente le retoriche oggi dominanti. In quel momento il nostro avversario sarà l’alternativa rezionaria, classista e razzista che l’oligarchia metterà in campo, in analogia con quanto hanno sempre fatto in momenti come questo.

Un soggetto capace di rivolgersi ad un ampio arco di forze culturali, sociali ed economiche, in nome di un’Italia pacifica, solidale, inclusiva. E qui, in questo contesto che dovrà essere di profondo ripensamento sul chi vogliamo essere come società, trova la sua collocazione propria anche il richiamo a nuovi valori, ad una nuova socialità, e come dice Aldo, ad “una diversa relazione con la natura (da qui un nuovo modello economico che parta dal territorio) e una diversa relazione fra gli uomini e le culture (da qui il richiamo alla sovranità contro le aggressioni imperialiste)”, ecc.

Insomma, la mia analisi, e quindi la mia idea delle sfide su cui un nuovo soggeto politico è chiamato oggi a misurarsi, è questa. Io le cose che dice Aldo (quando entra nel concreto) le condivido tutte. La vera divisione è sul terreno politico, è sui compiti di un nuovo soggetto politico. Con le idee emerse finora, al massimo si fa appunto un’associazione politico-culturale, idea più che dignitosa e senz’altro utile, e poi lì ci si ferma. Forse non vi rendete conto fino in fondo della distanza abissale che separa una tale associazione da un nuovo soggetto politico. Almeno, per come lo vedo io.

Claudio Romanini
3 dicembre 2008

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