decrescita o resistenza al saccheggio?

Il problema che pone Marino Badiale è serio. Concordo in pieno con lui quando dice che “abbiamo individuato nelle lotte in difesa del territorio uno dei terreni di scontro in questa fase”, ma credo che dobbiamo cercare un altro tipo di risposta al problema di rispondere a chi ci accuserebbe di essere contro lo sviluppo. Alla fine il dissenso riguarda il linguaggio, perché nessuno dei presenti a Chianciano credo favorisce il nucleare o la Tav. Ma dietro il linguaggio si possono nascondere nodi politici che è giusto cercare di sciogliere adesso.

A parte che “il rifiuto dello sviluppo inteso come crescita del PIL” è una formulazione un po’ esoterica, io credo sia necessario affrontare il merito della questione, che mi sembra quello del rapporto tra ambiente (compresa la qualità della vita, ecc) e sviluppo economico (compresi redditi, occupazione, ecc), rispetto al quale la formula della decrescita sembra dare una risposta drastica, quasi “ideologica”, comunque impropria per una iniziativa politica che vuole essere, mi pare, di carattere più generale. Si tratta di trovare il terreno di principio sul quale attestare la difesa del territorio dai disegni di saccheggio; terreno che deve anche esssere il più idoneo per la nostra iniziativa.

Voglio proporre due tipi di ragionamento. Il primo è un’obiezione del tipo di “buon senso”, di quel genere cioé che dovrebbe tacitare ogni obiezione ma che in realtà sfugge anch’esso al vero nodo della questione. Il secondo tipo consiste in una analisi diversa e quindi in una impostazione diversa del problema, e mi sembra più radicale e più costruttiva per tutti.

Obiezione del tipo “buon senso”: esiste un tipo di sviluppo, non inteso come crescita del PIL, che noi sosteniamo? Se sì, dobbiamo indicare con chiarezza lo sviluppo che vogliamo, e le condizioni a cui lo vogliamo. Nella consapevolezza che stiamo parlando di scale di valori, e quindi stiamo in un ambito in cui occorre misurare i pro e i contro delle scelte concrete, e non attestarsi su rifiuti (o consensi, quanto a questo) aprioristici.

Per esempio, sembra ovvio che dobbiamo sostenere quel tipo di sviluppo che – PIL o non PIL – dà occupazione, magari stabile, magari qualificata; o migliora la qualità delle infrastrutture, non solo in funzione della competitività del paese, ma anche della qualità della vita dei suoi abitanti; o che include innovazioni tecnologiche che aumentano la produttività, o migliorano i prodotti, o diminuiscono l’impatto ambientale della produzione.

Altrettanto ovviamente, dobbiamo invece contrastare le grandi opere, invasive, molto costose e di dubbia utilità e/o economicità nel lungo termine, come la Tav, il ponte sullo stretto, gli inceneritori, l’energia nucleare, ecc. (Tra l’altro, sarebbe il caso di aggiornare le previsioni di sostenibilità economica della Tav alla luce delle più recenti previsioni di recessione europea).

Così come dobbiamo contrastare le opere che non apportano nulla di positivo al nostro sistema, ma servono solo ai nostri padroni coloniali, come le continue espansioni di basi militari Nato e Usa (Vicenza è solo il caso più noto).

Ma se un’opera è contemporaneamente invasiva e realmente utile (PIL o non PIL) per la nostra economia? Allora si dovrà valutare: i pro, i contro, le alternative, le modalità, le compensazioni, ecc. E non ci sono dubbi che gli stessi movimenti locali siano storicamente disposti a ragionare in questi termini. E’ solo grazie a loro che il punto di vista dei residenti riesce talvolta a pesare nelle modalità di realizzazione delle opere, minimizzando gli svantaggi e cercando possibili compensazioni.

Ma, come dicevo, questo ragionamento fondato sul “buon senso”, pur valido in sé, sfugge al vero nodo della questione. Sappiamo tutti che oggi, a tutti livelli, vengono sponsorizzati progetti che con un vero sviluppo economico e sociale non hanno nulla a che vedere ma che vengono contrabbandati per l’ultima frontiera dello sviluppo.

Questo nuovo genere di “grandi opere” è facilmente riconoscibile: si tratta di opere inutili e costose, o marginalmente utili ma costosissime; sempre comportano esborsi certi e veloci di denaro pubblico, da spartire tra i pochi soggetti (i soliti noti), vengono gestiti attraverso una catena di subappalti che aumenta il potere di caporalati locali e produce pochissimo lavoro stabile e qualificato; e sempre prevedono una gestione successiva affidata agli stessi privati, generando posizioni di rendita infinite: ciò vale per la Tav, il ponte sullo stretto, gli inceneritori, le centrali nucleari; ma anche per i parcheggi e i centri commerciali nelle città.

Di fronte a questa realtà, che sempre si presenta in nome dello sviluppo, è comprensibile il timore che accettare in via di principio lo sviluppo serva solo ad aprire la breccia all’affarismo parassitario e devastatore del territorio. Ma allora la descrescita rappresenterebbe solo una trincea difensiva destinata ad essere travolta, se contro di essa si coagulano tutti gli interessi economici, leciti e illeciti, della società.

Vediamo allora se è possibile impostare diversamente il problema.

Il dato fondamentale ricordato da Badiale e Bontempelli, e cioè che intorno agli anni ’70 sviluppo e crescita hanno smesso di coincidere, secondo me va interpretato nel modo seguente: intorno a quella data, la crescita dei “sistemi nazionali” (economia, infrastrutture, servizi, mercato interno, ecc) ha smesso di essere un grande affare, anzi il più grande affare di tutti i tempi, per il semplice motivo che si era sostanzialmente conclusa.

E quindi il capitalismo, alla ricerca di grandi affari, e non certo disposto ad accontentarsi dei profitti che possono derivare da un onesto lavoro imprenditoriale in una economia di mercato, si è concentrato su altre strade (peraltro già note): la speculazione finanziaria e l’attacco ai risparmi e ai redditi (dalle truffe delle agenzie di rating e delle società di accounting, all’attacco al tfr e alle pensioni, allo smercio di prodotti finaziari truffaldini da parte delle banche, all’attacco alla tassazione progressiva e dei redditi da capitale e del patrimonio), la privatizzazione parassitaria di risorse pubbliche, collettive, naturali (i beni demaniali, le grandi infrastrutture create dallo stato, l’acqua, la conoscenza, le sementi), l’attacco alle regolamentazioni fondate su valori collettivi che comprimono i margini di profitto (protezioni ambientali, diritto del lavoro, diritto alla salute, ecc).

Per questo tutto il progresso reale che storicamente si è accompagnato alla crescita – diritti, politiche redistributive, protezioni sociali, partecipazione politica, ecc – è venuto a trovarsi sotto attacco da parte dell’ideologia neoliberista, che appunto non è una dottrina economica ma solo un’ideologia anti-politica, nel senso più profondo di nemica del patto sociale e dei diritti collettivi.

Non è che oggi il capitalismo sia diventato affaristico: lo è sempre stato. La novità è che se in qualche fase storica (seconda metà dell’800, seconda metà del ‘900) i più grandi affari si sono fatti investendo nello sviluppo nazionale dei paesi europei, oggi si fanno nel saccheggio di quella stessa ricchezza nazionale accumulata e distribuita. Per questo l’attuale crisi non è crisi del capitalismo, al quale fornisce piuttosto nuove occasioni di saccheggio; ad essere in crisi oggi sono i sistemi nazionali.

In questo contesto, opporre la decrescita ad un immaginario capitalismo votato al produttivismo non ha senso. Il problema della produzione e dello sviluppo è un problema tutto nostro, a partire dai disoccupati, dai precari, dai futuri pensionati; il capitalismo oggi delocalizza appena può, non investe nulla nell’economia, e mira soltanto a costruire rendite di posizione con soldi pubblici.

Noi dobbiamo, credo, opporre il rilancio dei sistemi nazionali (a partire dalla cosidddetta “economia “reale”, ma il discorso è molto più vasto) all’affarismo e le sue logiche di saccheggio e di guerra. Questo credo si aspetti la gente oggi da una politica liberata dalla sudditanza ai poteri finanziari e militari sovranazionali.

E dobbiamo opporci alle grandi opere invasive sulla base della loro natura affaristica e parassitaria: e sullo stesso terreno opporci alle privatizzazioni, al deperimento (funzionale a nuove privatizzazioni) dell’istruzione pubblica, della sanità, dei servizi sociali locali, ecc. Su questo terreno possiamo per esempio subito cercare di aprire un dialogo con l’attuale movimento degli studenti, che difendono dal loro punto di vista il proprio futuro e quello del paese, così come fanno i cittadini impegnati nella difesa del territorio. E i nemici sono gli stessi!

Ma questo tipo di analisi preclude che al tema delle opere invasive si dia la risposta in termini di decrescita: ci farebbe apparire come minimo estranei ai termini dell’alternativa che sta oggi di fronte al paese: sviluppo nazionale sovrano, pacifico e solidale o affarismo egoista, parassitario, criminale e bellicista? Come parlare a studenti e ricercatori in nome della decrescita?

La chiave di lettura che qui propongo (l’opposizione tra capitalismo inteso come grande affarismo, che in questa fase è votata al saccheggio, da un lato; ed economia reale e sistemi nazionali dall’altro) secondo me si inserisce bene in un appello a costruire una iniziativa politica “prima che sia troppo tardi per evitare il disastro”, che superi gli identitarismi legati a certi schemi ideologici, ma senza crearsene dei nuovi!

Il discorso sicuramente va sviluppato. Io ho già scritto troppo e mi fermo qui. Se c’è interesse ad esplorare in questa direzione, ci sono molti altri temi che vorrei affrontare (razzismo, solidarietà, guerra, ecc), e che le chiavi di lettura che qui propongo forse possono aiutare ad impostare “politicamente”. O almeno, questo è il tentativo che credo dovremmo fare. Se interessa, avevo cominciato a sviluppare alcune di queste idee anche in un post (“Spunti di riflessione in vista del convegno di chianciano”) sul mio blog : https://socialistasenzapartito.wordpress.com/2008/10/20/spunti-di-riflessione-in-vista-del-convegno-di-chianciano/

Claudio Romanini – 31/10/2008

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