Il 12 ottobre è la giornata scelta dai popoli amerindi per ricordare la conquista violenta dei loro territori e per celebrare la propria rinascita. Invito a firmare il seguente messaggio proposto per questa occasione da Aldo Zanchetta (sulla cui attività ho già scritto), attento osservatore di quei luoghi, amico di quei popoli, e sostenitore del motto zapatista: “un mondo capace di contenere molti mondi diversi”.

America latina: denunciamo il crescendo di violenza che colpisce chi difende i propri territori e il proprio diritto alla vita

Le notizie di violenze a popolazioni e a singoli militanti sociali che con crescente frequenza ci giungono dall’America latina, ci interrogano e ci scuotono nel profondo. Esse riguardano omicidi di gruppi o di singoli leader di comunità indigene e campesine, di sindacalisti, di operatori della comunicazione, di esponenti di movimenti sociali, sparizioni di persone, esecuzioni extragiudiziali, espulsioni di intere comunità dai loro territori, repressione violenta di manifestazioni di protesta, criminalizzazione indiscriminata della protesta sociale con migliaia di leader arbitrariamente incarcerati.

I casi più numerosi riguardano comunità o persone che difendono il proprio diritto alla vita resistendo a una crescente consegna dei territori e dei beni naturali in essi esistenti alle attività di grandi corporation transnazionali.

Il 40% del territorio messicano è stato concesso a società minerarie straniere per un periodo cinquantennale dietro misero compenso. In Perù, in alcune province, le concessioni riguardano oltre il 90% del territorio. Anche se in misura diversa, questo accade in tutti i paesi. In Brasile si moltiplicano gli sgomberi forzati di territori indigeni a causa di progetti di costruzione di giganteschi impianti idroelettrici (23 previsti nella sola Amazzonia brasiliana). In Cile i popoli mapuche, oltre a subire questo tipo di devastazioni, vedono distrutte le loro foreste per la produzione di cellulosa di cui l’occidente è sempre più avido. Così in Uruguay e Brasile. Paraguay, Brasile, Argentina, Colombia e oriente boliviano sono devastati da monocolture intensive che fagocitano le piccole proprietà contadine espellendo i proprietari e ammassandoli in immensi e squallidi suburbi delle megalopoli.

Al crescere delle resistenze in nome del proprio diritto alla vita crescono le violenze del potere sempre più asservito alle politiche delle corporation multinazionali. E’ il nuovo modello di accumulazione del capitale che avanza cancellando i diritti e rapinando i territori.

Oggi, 12 di ottobre, giorno anniversario dell’inizio della conquista violenta di queste terre definite “latine” e che i popoli originari celebrano come giorno di riscatto dei popoli delle terre di Abya Yala, i firmatari del presente comunicato desiderano esprimere ad essi la propria solidarietà nella consapevolezza che è necessario sia intensificare le azioni di denuncia che rafforzare i legami che ci uniscono nella costruzione di “un mondo capace di contenere molti mondi diversi” fra loro pacificati nella giustizia e nel rispetto reciproco.

12 ottobre 2013

Chi desidera aderire lo comunichi al seguente indirizzo: aldozanchetta chiocciola gmail.com

Il 12 ottobre è stato perciò scelto anche per la giornata IN DIFESA DEI TERRITORI E DEI BENI COMUNI, CONTRO VECCHI E NUOVI COLONIALISMI. (Qui il testo dell’appello dell’Assemblea Monte Amiata.

E, per coincidenza (significativa?), anche per la manifestazione a Roma “COSTITUZIONE, LA VIA MAESTRA”, promossa da Lorenza Carlassare, don Luigi Ciotti, Maurizio Landini, Stefano Rodotà e Gustavo Zagrebelsky.

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Pubblicato da: CR | 3 ottobre 2013

a/simmetrie, il nuovo think-tank di Alberto Bagnai

In sordina, poco prima di Ferragosto, Alberto Bagnai ha annunciato sul suo blog la nascita dell’associazione “a/simmetrie”. L’associazione “si propone di intervenire nel dibattito pubblico producendo ricerche originali, e diffondendone i contenuti anche al di fuori dell’ambito specialistico, per contribuire alla formazione di una pubblica opinione critica e consapevole, e a uno svolgimento più equilibrato della riflessione sociale e politica su questi temi.

Già dall’astrattezza del nome (“associazione italiana per lo studio delle asimmetrie economiche”) e della descrizione delle finalità, possiamo immaginare le cautele necessarie perché personaggi del vecchio establishment come gli ex ministri Paolo Savona e Gorgio La Malfa acconsentano a prestare il loro nome e collaborare ad una associazione che propugnerà analisi economiche controcorrente e avversate da interessi potenti. A maggior ragione, l’importante è che finalmente qualcosa si muova. Accanto a loro noti economisti, giuristi e intellettuali (Cesare Pozzi, Giuseppe Travaglini, Luciano Barra Caracciolo, Claudio Borghi Aquilini, Vladimiro Giacché).

La frase più bella non si trova nella descrizione delle finalità, bensì nello statuto: “… con il preciso scopo di creare un ponte fra la frontiera della ricerca scientifica e il sapere spontaneo dei cittadini”.

Dopo due convegni romani nello scorso mese di settembre, “L’Europa alla resa dei conti”, e la presentazione del Manifesto di Solidarietà Europea, a/simmetrie ha organizzato con l’Università Gabriele d’Annunzio a Pescara il 26-27 ottobre la seconda edizione del convegno internazionale “Euro, mercati, democrazia. Come uscire dall’euro”.

Io ci andrò (€35, traduzione simultanea su richiesta), attratto in particolare dalla presenza degli economisti stranieri Roberto Frenkel (Buenos Aires) e Joao Ferreira do Amaral (Lisbona). Il primo ha studiato le dinamiche delle crisi che hanno investito a turno tutte le zone del globo dopo l’introduzione delle politiche neoliberiste, ravvisandone i tratti comuni, una dinamica che Bagnai nel suo libro ha battezzato appunto “ciclo di Frenkel”. Amaral ha scritto “Perché dovremmo uscire dall’Euro”, un bestseller in Portogallo. Cesare Pozzi, Luciano Barra Caracciolo, Claudio Borghi Aquilini e ovviamente Alberto Bagnai li conosco già e li ascolterò con piacere.

***

Alberto Bagnai sembra quindi aver individuato nel think-tank lo strumento per portare il suo punto di vista nel dibattito pubblico e all’attenzione dei politici e degli ambienti interessati. Credo abbia fatto una scelta intelligente e coerente con l’impegno finora profuso in questo senso. Certo, la forma del think-tank probabilmente non esaurisce le energie, le potenzialità e le ambizioni di un personaggio così … estroso. Ma intanto costituisce una solida base per dare autorevolezza ad un discorso – i pericoli di impoverimento e di deindustrializzazione portati dalle politiche di austerità, e la necessità di liberarci della camicia di forza (Euro e accordi Ue) che ce le impone – che il nostro ceto politico-intellettuale-giornalistico rifiuta ancora persino di prendere in considerazione.

A sinistra si intensificano i sospetti circa il dove vada a parare tutta questa attività. Alcuni accusano Alberto di aver tradito le aspettative di quanti pensavano avrebbe aiutato a fondare un movimento politico, anziché cercare interlocutori tra le “èlites”; o addirittura, di essersi messo – coscientemente, o di fatto – al servizio dei poteri costituiti, ponendosi ormai fuori da un discorso “di sinistra”.

Si tratta di accuse senza senso. L’opera di divulgazione di Bagnai è una delle cose più “di sinistra” (se la parola ha un senso, cosa di cui non sono affatto sicuro – ma di questo parlerò un’altra volta) fatte in Italia negli ultimi anni per dare alla gente strumenti per demistificare le “ricette” propinateci dagli “esperti”, per capire le implicazioni e la posta in giuoco dal punto di vista degli interessi sociali, di classe e nazionali, dei diktat provenienti da potenti lobby finanziarie e organismi sovranazionali (Fmi, Bce, Ue), per combattere le dilaganti interpretazioni e intimidazioni razzistiche filo-tedesche e anti-italiane sulle radici delle nostre difficoltà, e così via.

Bagnai ha tutto il diritto di cercare strade per incidere sul dibattito pubblico e sulle scelte dei governanti; una delle cose di cui più abbiamo bisogno oggi è proprio la capacità di rompere gli angusti confini del dibattito “ufficiale”, difesi da un potente apparato propagandistico, e riuscire finalmente ad imporre un dibattito serio sulle politiche da seguire, prese oggi in modo sempre più antidemocratico. Il sospetto che lungo questa strada Alberto possa venire traviato da cattive compagnie è un classico processo alle intenzioni.

Certo, più in generale, un discorso sulla riappropriazione della democrazia e l’esercizio della sovranità prima o poi deve riuscire a trovare espressione in un movimento politico e sociale: ma non c’è! non è che c’è ma è piccolo, proprio non c’è; al più ci sono tentativi più o meno apprezzabili di crearne uno; ne riparleremo, anche di questo. Bagnai non è tenuto a coinvolgersi in tali tentativi, tanto meno farlo in quanto personaggio pubblico, non servirebbe a niente e a nessuno.

Potrebbe, Bagnai, esibire un atteggiamento più … comprensivo verso tali tentativi e aspirazioni? Ovviamente sì. Alla fine, credo si accorgerà di avere bisogno anche di loro. D’altro lato, anche quel mondo, piccolo ma importante di “militanti politici” dovrebbe decidersi a confrontarsi con la dimensione dei poteri, delle competenze, degli interessi, dei soggetti in gioco.

Insomma, da parte mia, i migliori auguri di successo ad a/simmetrie. Penso che se un giorno nascerà un movimento politico degno di questo nome, questo think-tank ne sarà un componente. E auguri anche a chi questo movimento sta tentando di costruirlo “dal basso”. Cè bisogno degli uni, degli altri e di molti altri ancora.

Pubblicato da: CR | 6 giugno 2013

Dall’aggressione emerge una Siria più forte

La vittoria dell’esercito siriano – l’ultimo vero esercito nazionale arabo rimasto – sull’internazionale jihadista sponsorizzata dall’occidente, dagli emirati medievali del Golfo e dall’esaltato Erdogan, sembra ora più vicina, dopo la ripresa di Qusayr. Sarebbe un evento di portata comparabile alla vittoria di Hezbollah contro l’invasione israeliana del Libano del 2006. Intanto Hamas si rivolta contro quei leader ospitati in Qatar, ribadisce l’asse con l’Iran e ricorda che la resistenza all’occupazione si è fatta usando le armi (ultimi, i razzi capaci di raggiungere Tel Aviv che l’Iran ha insegnato loro a costruire), non con i soldi degli arabi.

Credo e spero che questa esperienza trasformi positivamente la società e le istituzioni siriane. Assad sembrava un capo di stato debole, gli eventi lo hanno costretto a crescere. Ha fatto discorsi importanti e preso impegni in questi due anni di guerra; ha fatto autocritiche e promesse di inclusività e partecipazione che non potranno essere dimenticate una volta scampato il pericolo. In fin dei conti, senza una componente autoctona della ribellione, non sarebbe stato possibile infiltrare mercenari e alimentare il conflitto così a lungo.

L’esercito ha subito defezioni all’inizio, e diverse componenti della società hanno vacillato. Poi i termini reali della questione si sono chiariti, da una parte un regime che mostrava intelligenza politica e volontà di dialogo, dall’altra un’opposizione incapace di presentare delle proposte, e ostaggio della crescente influenza di barbari stranieri. Ora l’esercito siriano è temprato ed è un deterrente ancora più temibile per le mire espansioniste di Israele. Nei momenti più difficili, molte comunità locali che l’esercito non riusciva a proteggere si sono organizzate ed armate e hanno tenuto testa ai jihadisti. Si tratta di evoluzioni nella coscienza collettiva che lasciano il segno.

La propaganda occidentale è stata e continua ad essere vergognosa. Ancora questi giorni si parla di generico “uso di armi chimiche” e non si riporta la notizia dell’arresto di terroristi di Al-Nusra, la più forte formazione in campo contro Assad, in possesso di 2 kg di gas sarin. L’unico obiettivo dell’occidente è estromettere Assad, accada quel che accada, anziché incoraggiare un dialogo tra le componenti del paese. Somalia, Libia, Siria … siamo preda di un furore cinico e distruttivo la cui portata viene occultata dai nostri media (ma il resto del mondo vede, e sa, e giudica).

Gli Usa hanno tenuto un basso profilo, in alcuni settori l’esito addirittura non dispiace; tra l’altro, la caduta di Assad aumenterebbe la pressione per aggredire l’Iran, cosa che non hanno molta voglia di fare. Servirebbe ad Israele, non agli Usa che potrebbero molto più facilmente esportare il loro capitalismo anche lì, con la solita complicità dei ceti privilegiati, semplicemente smettendo di sanzionare e minacciare e compiendo invece qualche apertura reale. Il recente invito di John Kerry ad Israele, a cogliere l’ultima possibilità per un processo di pace con i palestinesi, suona come un ammonimento.

Ma il basso profilo non può impedire che agli occhi del mondo, e soprattutto del Medio oriente e dell’Asia centrale, stiano emergendo come vincitori strategici l’Iran e la Russia (oltre che il resto dei BRICS, che non hanno mai approvato l’interventismo occidentale).

Intanto, congratulazioni e auguri alla Resistenza.

Pubblicato da: CR | 23 maggio 2013

tra Comidad e Bagnai

Mannaggia, uno fatica per trovarsi qualche punto di riferimento affidabile per navigare nelle nebbie della propaganda e della disinformazione, e poi succede che uno di quei pochi che era riuscito a trovare tira una bordata ad un altro.

Io ho dichiarato più volte su questo blog il mio rispetto, su piani diversi, per il gruppo Comidad e per Bagnai. Ora succede che nell’ultimo Commentario, dedicato agli oscuri maneggi delle fondazioni Gates e Soros, Comidad si soffermi, tra l’altro, anche sul ruolo di Soros nella crisi della lira del 1992:

“A chi gli contestava le sue responsabilità nell’attacco speculativo alla lira nel 1992, Soros ha risposto che: «La crisi non è degli speculatori, ma sono le norme dei governi a rendere possibili gli speculatori come messaggeri di cattive notizie». Quindi la speculazione finanziaria potrebbe rientrare tra i lavori socialmente utili.

Su “Il Fatto Quotidiano” del 13 maggio[qui il link – CR], in soccorso delle tesi di Soros è arrivato addirittura l’economista di “opposizione” Alberto Bagnai, a ribadire le esclusive responsabilità della politica nella sopravvalutazione della lira che rese possibile la speculazione del ’92. La sortita di Bagnai appare però eccessivamente ingenua e imprudente nel momento in cui, nell’attuale governo italiano, si riscontra la presenza di una lobbista dello stesso Soros, cioè la ministra degli Esteri Emma Bonino.”

Mi sembra una reprimenda che non rende giustizia alla preziosa opera di studio e divulgazione di Bagnai (v. anche qui). Molto preziosa: Comidad espresse un giudizio netto sull’Euro già nel 2006: “L’Euro – che avrebbe dovuto essere l’antidollaro – si è risolto in una mera operazione di colonialismo interno all’Europa da parte della Banca Centrale tedesca.” Benissimo, ma io il senso di questo giudizio (che per Comidad era solo un inciso in un discorso molto più ampio) ho cominciato a capirlo solo leggendo Bagnai sei anni dopo …

Bagnai pone l’accento sui fattori macroeconomici perché combatte la propaganda terrorista contro l’uscita dall’Euro, e per affermare invece la sostenibilità del ritorno alla lira, che appunto si trovò nella bufera nel 1992 per la decisione politica dei cambi fissi dello “sme credibile” (meccanismo esaminato in dettaglio in “Il tramonto dell’euro”, pp 84-88).

La polemica di Bagnai è rivolta, più in generale (pp 105-109), contro chi vede nelle odierne difficoltà dell’Euro (e delle nostre economie in generale) l’intervento di forze occulte (che lui non nega che in generale siano all’opera), se non addirittura degli Usa, e non innanzitutto il (previsto) risultato di squilibri insostenibili e di regole sbagliate. E la crisi del 1992 è, da questo punto di vista, una lezione illuminante.

Comidad non crede all’innocenza degli errori della politica; e neanche Bagnai ci crede, se è per questo, anche se in un senso diverso. Ed è questo secondo me il punto. Bagnai si muove in un orizzonte europeo (v. in particolare il lungo capitolo “Vincitori e vinti”, p.179), sufficiente a spiegare gli avvenimenti rilevanti per il suo discorso, e dal suo punto di vista sono elementi di distrazione i riferimenti alla speculazione od altre forze esterne, compreso il ruolo della finanza internazionale, per spiegare il cui modus operandi a Bagnai sono sufficienti le analisi di Keynes (pp. 165-177, capitolo “I fallimenti del mercato”).

Comidad è concentrato invece in una ricerca, condotta su tutto un altro piano, e fondata sullo studio indizi e connessioni, dei meccanismi attraverso i quali il colonialismo Usa detta le sue regole al resto del mondo, e innanzitutto ai suoi alleati-subordinati europei, al punto da considerare la stessa costruzione europea possibile solo in quanto incoraggiata dalla Nato come strumento di subordinazione; e quindi considera come minimo “ingenui” quelli che escludono il peso di certe forze negli eventi. Ma Bagnai, giustamente seguace di Occam nell’ambito del suo discorso volutamente tenuto sul piano della scienza economica, ha il *dovere* di escludere tali forze dalla sua analisi nella misura in cui è possibile farlo.

E certamente la crisi del 1992 può e deve essere capita sul piano della macroeconomia. Che poi sia avvenuta proprio in quel momento, con quelle modalità, con quegli attori, ecc, sono elementi essenziali della ricerca di Comidad. Comidad esamina la vicenda del 1992 nel contesto di una delle sue panoramiche, questa volta sulle sinergie tra meccanismi colonialisti e iniziative della “finanza progressista” (di cui Bill Gates e George Soros sono tra i massimi esponenti), e non crede che Soros si sia trovato nella posizione di grande profittatore dell’attacco alla lira (e alla sterlina) solo perché più bravo di altri (che è invece, sottolinea sempre Comidad, ciò che Soros ama far pensare). E magari qualche parola in più in proposito sarebbe stata utile.

Insomma, per me sono letture obbligatorie sia “Il tramonto dell’Euro” che il bollettino di Comidad. Due benemeriti progetti di comprensione della realtà che questa volta cozzano per “conflitto di esigenze dimostrative” fondato nella diversità dei punti vista e degi intenti polemici. Punti di vista che io personalmente non ritengo affatto mutualmente esclusivi, bensì complementari. (Speriamo bene, siamo già così pochi, qui …).

Concludo sottolineando che la importante tesi che gli Usa *non* abbiano paura dell’Euro è condivisa sia da Comidad che da Bagnai. E che ciò è tanto vero che stiamo andando, come al solito di nascosto e a ritmi serrati, verso un accordo di libero scambio Usa-Ue, che darà il colpo di grazia al nostro apparato produttivo.

Pubblicato da: CR | 22 febbraio 2013

voterò M5S

alla fine ho deciso: voterò Movimento 5 Stelle; la scelta, questa tornata elettorale, è stata più tormentata del solito; l’alternativa sarebbe stata l’astensione

in generale, non credo alle filosofie che guidano molti elettori nella loro scelta: il meno peggio, il voto utile, il tanto peggio tanto meglio, ecc; credo che ci debba essere un motivo positivo per votare una lista, anche se ovviamente si è disposti ad accontentarsi su molte cose;

nel caso del M5S, non mi bastava pensare che era “meno peggio”, o che almeno si “mandavano a casa” un po’ di loschi personaggi; né penso che una picconata ad un sistema marcio sia di per sé salutare; da quel po’ che so di storia, so che il peggio non è mai morto, e vorrei tanto aver modo di sapere dove certi processi possano andare a parare; e la gestione del M5S è decisamente inquietante, da questo punto di vista

tutto questo, ripeto, in generale; ma oggi in Italia siamo in una situazione di una gravità tale da neutralizzare i motivi che altrimenti mi avrebbero impedito di votare un movimento come quello di Grillo; l’attuale ceto politico ci sta conducendo verso il baratro, la svendita del nostro sistema produttivo e del patrimonio pubblico, l’impoverimento e l’attacco ai diritti sociali e del lavoro; siamo sotto una dittatura di grandi lobby e burocrazie internazionali (Ue, Nato, finanza, Vaticano) e nazionali (banche, confindustria, costruttori, ecc); è nuovamente in gioco, dopo 150 anni di unità, il nostro progetto di nazione, dilaniata da egoismi, sfiducia, autorazzismo, rancori

in questo quadro Grillo è l’unica voce adeguata, per toni e contenuti, alla gravità e alla portata dei problemi; lo Stato da ricostruire (anche se poi perora la causa dell’abolizione delle Province, che dello Stato sono elemento essenziale, anziché prendersela con quei tumori costosissimi e pericolosi per l’unità nazionale che sono le Regioni), i trattati Ue da ricontrattare (da pesca e agricoltura, fino allo stesso euro), le guerre, le somme favolose regalate alle lobby potenti per spese inutili come la Tav o gli F-35, sono elementi imprescindibili di una presa di coscienza collettiva ed una reazione popolare al declino e il saccheggio cui siamo sottoposti; e per questo motivo lo voterò

lo voterò nonostante senta lontana, se non proprio come un pericolo, la sua idea di politica, di democrazia, di società fatta di individui sul web e piccole comunità; individui e comunità che collaborano, certo, sempre meglio che gli individui e le aziende che competono darwinisticamente e liberisticamente, ma pur tuttavia una concezione astratta e fondamentalmente asociale e sì, antipolitica

il corrispettivo è un movimento senza intelligenza collettiva, senza articolazioni, senza personalità; incarichi a rotazione, attivisti intercambiabili, tutte “brave persone” che non devono uscire dal ruolo di “vetrina” e di “pubblico” dell’unico protagonista attore e sceneggiatore

c’è l’idea che i problemi, in fondo, siano “semplici”, e che si risolvano in “decisioni” (votazioni sul blog o in Parlamento, o referendum, ecc): che non occorra un governo del sistema e una gestione delle decisioni, dei legittimi interessi contrastanti, delle inerzie degli apparati, delle priorità da scegliere e dei vincoli con cui fare i conti;

poi c’è l’uso della retorica del “siamo in guerra” come strumento per compattare i seguaci, pretendere fedeltà ed obbedienza; dalla Rivoluzione Francese a George W. Bush, sappiamo quale uso si può fare di questa retorica; soprattutto quando una insufficiente cultura di governo porterà ad individuare la causa dei fallimenti nell’opera di “nemici”, esterni ed ovviamente anche interni;

in generale, vedo una contraddizione tra un discorso che a parole si prefigge di suscitare forze ed energie positive e costruttive da tutti gli angoli della società, mentre in pratica il movimento si estrinseca in un blog non trasparente, una massa di attivisti senza luoghi per una elaborazione collettiva, in comizi di un capo-non-capo

ma appunto, non viviamo in tempi normali, una dittatura già c’è, ideologhi invasati e oligarchie irresponsabili già dominano le nostre vite e ci stanno portando al disastro senza possibilità di scelta; l’importante oggi è avviare un processo di riappropriazione democratica delle nostre società (non solo in Italia) e riprendere fiducia nella possibilità di un progetto collettivo; e da questo punto di vista, Grillo dice le cose che vanno dette, e le dice con l’energia e la rabbia necessaria;

un buon risultato del M5S sarà un messaggio potente inviato dal popolo italiano alla casta, alle oligarchie, all’Europa intera; oggi l’essenziale è questo

Finalmente qualcuno spiega al popolo come funzionano le politiche dei cambi e i mercati delle valute. Ma Bagnai fa di più: ripercorre e rilegge la storia economica del nostro paese e dell’Eurozona alla luce della scelta compiuta, a partire dalla seconda metà degli anni ’70, di convergere verso la moneta unica, prima con il propedeutico divorzio tra Tesoro e Banca d’Italia, poi l’ingresso nello Sme, la crisi del 1992 (quando Amato “rubò” il 6‰ dai conti correnti degli italiani), infine l’Euro. E ci spiega ad ogni passo le conseguenze di queste scelte sulle esportazioni, il debito estero, la distribuzione del reddito, ecc, fornendoci chiavi di lettura essenziali per capire il recente e meno recente disastroso passato politico del nostro paese, e aiutandoci a valutare con maggior cognizione di causa le conseguenze del rimanere ovvero dell’uscire dall’Euro.

Il testo fa giustizia così anche dei luoghi comuni autorazzisti circa “l’Italietta” della “liretta” e delle “svalutazioni competitive”. Le svalutazioni italiane sono state poche e di natura difensiva a seguito di shock esterni avversi (p.e. gli shock petroliferi degli anni ’70), seguiti spesso da rivalutazioni.

Il testo fa giustizia anche dei tanti luoghi comuni legati alla svalutazione, l’inflazione, ecc con cui si cerca di terrorizzare la gente riguardo l’ipotesi di uscita dall’Euro. L’uscita dall’Euro, spiega Bagnai, è non solo possibile, ma sarà comunque inevitabile perché è un progetto insostenibile, e la crisi corrente lo sta dimostrando.

La moneta unica tra aree con diversa produttività è possibile solo a patto di condizioni politiche inesistenti nell’Europa di oggi. D’altro lato la svalutazione reale della nostra economia è conseguenza diretta dell’impossibilità di riaggiustare in modo automatico, graduale e indolore, lasciando agire il mercato del cambio, le piccole differenze di competitività con la Germania, e che invece si sono accumulate nel corso degli anni.

Questo dato di fatto non muterebbe se la BCE “stampasse moneta” per venire incontro ai problemi di finanziamento del debito pubblico degli stati dell’Eurozona, e neppure se lo facesse senza porvi sopra le condizioni vessatorie previste dal Fiscal Compact. All’interno dell’Euro la prospettiva è quella della deindustrializzazione delle economie più deboli e delle acquisizioni straniere dei nostri asset … fino a quando non saremo dichiarati semplicemente un “onere” e non ci avranno dato il benservito.

Il problema quindi è solo se l’uscita dall’Euro sarà decisa e governata ordinatamente il prima possibile, o se avverrà caoticamente con il paese in ginocchio dopo un disastro tipo greco e dopo il compiuto saccheggio della nostra ricchezza collettiva ad opera della finanza internazionale e del complesso bancario-industriale tedesco.

Soprattutto ci viene spiegata la “razionalità politica” di certe scelte apparentemente tecniche: cambi rigidi o flessibili? chi ci guadagna e chi ci perde, tra paesi e all’interno dei singoli paesi? Il mercato delle valute, legato principalmente all’andamento del commercio estero, è l’unico mercato che i neoliberisti vorrebbero regolamentare con cambi rigidi agganciati a monete forti (vedi Argentina …) invece che lasciar corso anche qui alla legge della domanda e dell’offerta. Perché? Perché così si favoriscono le rendite rispetto ai redditi di lavoro, e si consentono politiche predatorie da parte degli investitori a danno dei debitori, e dei paesi con maggiore produttività a danno degli altri.

Testi sulle politiche economiche all’interno di un singolo paese già ce ne sono (per esempio “Economia politica” di Massimo Pivetti, dove le implicazioni sociali delle politiche keynesiane e neoliberiste sono ben esplicitate partendo dai fondamentali dell’economia), e così pure sulla finanza internazionale, soprattutto dopo la crisi del 2008, ma le politiche dei cambi e i mercati delle valute finora li avevo visti confinati nella letteratura per specialisti, come meri “problemi tecnici”.

L’effetto complessivo del libro è liberatorio, nel senso che offre strumenti per capire la realtà e incoraggiarci a pensare che il futuro può tornare a dipendere da noi. Innanzitutto perché ci offre strumenti per cogliere la”razionalità” economica all’opera nella crisi attuale, spazzando i tentativi di dipingerci come vittime impotenti di mercati impazziti o di complotti oscuri o di dinamiche globali incontrastabili, o peggio ancora gli assurdi tentativi di colpevolizzarci tentando di ricondurre i nostri problemi alla nostra inadeguatezza, come popolo e come sistema, di fronte alla sfida della “superiorità tedesca”.

Ma soprattutto perché se la scienza economica continua ad offrire strumenti validi per capire quanto accade all’interno di un quadro interpretativo tradizionale, allora vuol dire che  la ricerca di un paradigma alternativo al neoliberismo oggi dominante è conclusa: Keynes non è affatto morto, il mondo non è cambiato tanto da doverci costringere a buttare a mare l’esperienza positiva di molti decenni di stato sociale, tendenze egualitarie, sviluppo, piena occupazione, diritti del lavoro. Certo, ci sono vecchi problemi e nuove sfide, ma le ricette neoliberiste e il “sogno dell’Euro” appartengono al campo dei problemi, non delle soluzioni.

Dietro i tentativi di convincerci che non c’è alternativa allo stato di cose presente non c’è una scienza “più avanzata”, ci sono soltanto antichi e ben noti interessi di classe da un lato, e un ceto politico (non solo italiano, ma in tutto l’Occidente) che ha sostanzialmente abdicato alle proprie responsabilità, dall’altro.

Leggete su “Eco della rete” un’altra recensione interessante: “Rigorosamente di parte”, di Fiorenzo Fraioli.

Dopo valanghe di disinformazione propinataci da “esperti” vari dalle colonne dei giornali “seri” e delle TV nazionali è finalmente sceso in campo con un vivace blog un vero professore di economia, Alberto Bagnai, a spiegarci:
1) perché l’Euro è una trappola da cui bisogna uscire al più presto
2) come gli economisti questo lo avevano detto e previsto sin dall’inizio, ma i politici ce l’hanno tenuto nascosto
3) come i nostri problemi non nascano dal debito pubblico, bensì dal debito privato (che poi diventa pubblico con i salvataggi delle banche) e dal debito estero (inevitabile con una moneta unica tra aree di diversa produttività)

Contro-obiezione alle obiezioni di coloro che ritengono (come ritenevo anch’io prima di incontrare Bagnai) invece possibile sia salvare l’Euro che uscire dalla crisi, purché gli Stati adottino politiche Keynesiane e la Bce si trasformi in una vera banca centrale, cosiddetto “prestatore di ultima istanza”:

se i tedeschi avessero avuto l’intenzione di muoversi lungo questa strada, lo avrebbero già fatto; usciamo piuttosto, e se i tedeschi vogliono – loro – salvare l’Euro (che ha portato loro tanti vantaggi), staremo a sentire cosa ci offrono per rimanere …

(Insomma, in parole mie: la moneta unica non ha ragioni economiche di esistere, solo politiche; ma le ragioni politiche di fatto non esistono e non sono mai esistite, se non nella testa di un ceto politico in cerca di puntelli esterni alla propria crisi di legittimità; assurdo andare a “chiedere” di rimanere in una moneta che non ci conviene, offrendo in cambio “sacrifici” che ci porteranno sempre più rapidamente in una situazione come la Grecia)

Tutto ben spiegato, ben documentato. Raccomandata la consultazione delle “istruzioni per l’uso” per orientarsi nella quantità di articoli postati sul blog da novembre ad oggi.

Lo straordinario interesse suscitato dal blog ha portato il benemerito “Fatto Quotidiano” ad offrirgli lo spazio per un blog anche sulle proprie pagine; il primo post è di due giorni fa: Quelli che: “abbiamo vissuto al di sopra dei nostri mezzi”. E’ importante che il verbo si diffonda!

Tra le letture consigliate da Bagnai, c’è “Oltre l’austerità”, un ebook gratuito per capire la crisi, curato da Sergio Cesaratto e Massimo Pivetti, anch’essi – incredibile a dirsi – professori di economia.

Perché nel titolo di questo post presento Bagnai come “l’anello mancante”? Ma perché Bagnai porta nel dibattito la conoscenza di un pezzo di teoria economica, la teoria delle “Aree valutarie ottimali” (OCA, “Optimal Currency Areas”), consolidata ben prima dell’invenzione dell’Euro, e che era rimasta fuori dal “radar” dei dilettanti (come me, e come i politici che prendono le decisioni, e i giornalisti e gli “esperti” che le commentano).

Il problema particolare delle dinamiche perverse che si mettono in moto in regime di cambi fissi (di cui l’Euro è un esempio estremo) non si era posto né in un ottica di politiche “nazionali” keynesiane, né nelle tante analisi su come le ricette del FMI si trasformino in occasioni di saccheggio dei paesi che le implementano, da parte della cosiddetta finanza globale (vedi per esempio Stiglitz, “La Globalizzazione e suoi oppositori”, Einaudi 2003). Ora cominciamo ad avere gli strumenti per raccordare, anche da un punto di vista “tecnico”, la distruzione delle economie nazionali della “periferia” europea al più vasto saccheggio globale. E per mandare a casa con ancora più convinzione i nostri succubi governanti.

NOTA PERSONALE: ho scoperto il blog di Alberto Bagnai appena in tempo per aggregarmi, insiema a mia moglie, ad una serata “etilista” in una trattoria romana organizzata per incontrare un po’ di lettori. Un video di quella simpatica serata è stato prontamente montato e messo online da ecodellarete.

In risposta agli stimoli venuti dal recente scambio (di e.mail, testi e riferimenti vari) avuto tra amici a proposito della situazione politica contemporanea, per non essere elusivo, mi è venuto in mente di provare a fissare il più telegraficamente possibile alcuni termini anche lessicali del modo in cui la penso io. […]

Stanti i vincoli che il linguaggio pone al pensiero credo che ogni ragionamento politico debba inevitabilmente partire dalla lingua che si usa e dallo spazio in cui questa lingua domina.

Così mi pare obbligatorio discutere anzitutto della situazione italiana. Ora, in questa situazione le possibilità di pensare e fare politiche degne oggi mi paiono inesistenti. A renderle tali concorrono alcune montagne o, direi col mio linguaggio, alcuni enormi corpi apatici. Tra essi sono da annoverare soprattutto, con rilevanza decrescente: Nato, Vaticano, Ue, le varie e potentissime associazioni criminali statali ed extra statali, i gruppi di magistrati smaniosi di protagonismo, ma anche gran parte dei sindacati ancora dotati di una notevole capacità di condizionamento sociale.

Tutti centri di potere anche internazionale o a ripercussione internazionale, questi, si badi, che nel nostro paese hanno una sede d’eccellenza. Stanti questi corpi al momento inamovibili ne consegue che chi fa comunque della politica una professione sia costretto a far finta e far credere che queste montagne non esistano come ostacoli o svolgano funzioni positive. L’insipienza, la bassezza e la corruzione dei politici le vedo quindi più come una conseguenza che una causa di tutti questi enormi ostacoli al far politica.

Provare a farla implicherebbe anzitutto riuscire ad aggirare queste montagne. Ma per farlo si dovrebbe quantomeno considerarle nel loro insieme come problema principale, mentre non c’è praticamente nessuno politicamente attivo che le veda così.

Tutto quello che si agita attorno alla politica finisce sempre per schierarsi, più o meno implicitamente, con l’una o con alcune contro le altre. Col solo risultato di alimentare i loro reciproci giochi di concorrenza. Fuori di questo spazio di manovra delle politiche conservatrici o reazionarie, tutto tace.

Unici rumori di fondo: scoppi di rivolta, frequenti e intensi quanto si vuole, ma sempre strumentalizzabili da quelle strategie poliziesche di “governo del caos” e “bassa conflittualità” che oggi sono più di moda della tradizionale “tutela dell’ordine”.

Quel che più conterebbe per una ripresa del far politica in modo degno è del tutto trascurato. Da un lato, c’è una diffusa e in parte inconsapevole ignoranza sul reale quale è esperito dalla gente senza potere di decidere neanche della propria esistenza. Dall’altro, c’è assenza di ricerca e dibattito su nuove idee di giustizia sociale, post-socialiste e post-marxiste, e sui possibili modi di realizzarle tramite corpi politici appassionanti.

Stanti questi due gravi mancanze, qualsiasi analisi o presa di posizione credo finisca solo per sciabolare l’aria.

Le uniche possibilità che restano per me stanno dunque nel cercare di andare oltre a queste mancanze. A tal scopo credo importanti due questioni tra le infinite altre. La prima riguarda molto in generale quella vastissima area costituita dalle organizzazioni volontarie o meno che sono presenti e fanno inchiesta tra le popolazioni più disagiate in Italia e nel mondo dove l’Italia ha influenza.

Secondo quanto confermato anche dalle inchieste del Grep (Gruppo di Ricerca di Etnografia del Pensiero), nella stragrande maggioranza queste organizzazioni o sono sotto l’influenza diretta o indiretta della Chiesa o del cattolicesimo ( il “volontariato come benevola forma di egoismo”) oppure completamente indisponibili ad altro impegno se non quello tecnico e/o professionale.

Da chiedersi quindi è:
– se e quante ve ne siano di queste organizzazioni interessate ad altri tipi di coordinamento e organizzazione, nella convinzione che nessun volontariato o filantropia ha senso se non si cambia politica rispetto a quella, sempre più iniqua, oggi vigente in Italia ma anche nel mondo;
– cosa pensano della loro esperienza e quale sapere se ne può ricavare;
– come è possibile contribuire ad una qualche loro unificazione politica.

L’altra questione è come spingere il pensiero oltre gli anacronistici limiti storicisti e classisti ( marxista, socialista, anarchico o di sinistra) senza rinnegarli del tutto, dunque recuperandone le implicazioni più politicamente proficue. Ciò che si è irrimediabilmente esaurita, a partire dagli anni ’80, per me è l’idea che sia una storia, un progresso verso il meglio, dunque prima o poi un’inevitabile riscatto dei proletari. È questa idea che ha permesso di pensare l’impegno intellettuale e politico come semplice accompagnamento e facilitazione di un radioso destino d’emancipazione comunque inevitabile.

Qui, in questa certezza in un avvenire di maggiore giustizia sociale, stava in effetti il senso di ciò che si chiamava, in modo quanto mai equivoco, l'”interesse della classe operaia” o il “valore del lavoro”. Ed è così che la loro “difesa” pareva avere comunque dalla sua il futuro. Oggi siamo in tutt’altro mondo. D’obbligo è convincersi invece che al peggio non c’è limite, che non è affatto detto l’avvenire sarà dei proletari, che il “lavoro” può frantumarsi e disperdersi sempre più, che non c’è fondo d’ingiustizia sociale toccato il quale la risalita è garantita.

La grande speranza in una storia meno ingiusta che ha nutrito la mia generazione sono convinto sia venuta anzitutto dall'”entusiasmo delle masse” per oltre mezzo secolo di vittoriose sperimentazioni del socialismo.  Mentre ora il vorticoso aumento delle iniquità sociali sono convinto dipenda in gran parte dalla gigantesca delusione lasciata dal disfarsi e/o dall’annacquarsi del comunismo a livello planetario.

Secondo la mia angolatura, tutto starebbe dunque nel come si pensano e si sentono tutti quelli che subiscono i destini del mondo. E sarebbe solo lavorando sui loro pensieri e le loro passioni che si potrebbe concepire e tentare loro riunificazioni in corpi politicamente attivi.

vr

Pubblicato da: CR | 26 agosto 2011

Aldo Zanchetta e l’America Latina dal basso

Ricevo dal mio amico Aldo Zanchetta due documenti riguardanti la sua attività per la conoscenza dell’America Latina, realtà complessa e affascinante, oltreché di grande significato politico per le opposizioni al neoliberismo che lì si stanno sviluppando.

I due documenti riguardano novità e aggiornamenti riguardanti due “creature” di Aldo: il “Mininotiziario America Latina dal basso”, e il sito www.kanankil.it.

“UN CAMBIO DI PELLE E DI PASSO”: Mininotiziario America Latina dal basso n.30 del 22-08-2011

“PRINCIPALI DOCUMENTI MESSI NELLA SEZIONE AMERICA LATINA/SEMINARIO/DOCUMENTI” (del sito http://www.kanankil.it, ovviamente) (la formattazione risultante dal copia-e-incolla è terribile, cercherò di aggiustarla appena possibile)

Aldo è un interlocutore fisso (spesso virtualmente, ma talvolta anche di persona) delle mie elucubrazioni politico-culturali. Per suo tramite, ho avuto la possibilità di accostarmi a “tanti mondi” che resistono al pensiero unico ed hanno molto da insegnarci.

Particolarmente significativo un viaggio in Perù da lui organizzato nel 2009 in occasione della “IV Cumbre Continental de Pueblos y Nacionalidades Indígenas del Abya Yala” a Puno sul lago Titikaka, che tra l’altro mi ha portato a conoscere il Pratec, “Proyecto Andino de Tecnologías Campesinas”, e la sua affascinante attività pratica e teorica, tra cui il bellissimo e profondo libro “Cosmovision andina agrocentrica”, in spagnolo. Scriverò di ciò e di altro ancora in un’altra occasione.

AGGIORNAMENTO: ho appena ricevuto il Mininotiziario America Latina dal basso n.31; anche questo numero è diverso dal consueto; questa volta Aldo ci propone la traduzione di un intenso testo di Xiomara Orellana, Morir en el desierto, otro calvario de migrantes, La Prensa, 16 maggio 2011. Un testo dedicato al drammatico viaggio in treno (“la bestia“) che ogni anno decine di migliaia di messicani, guatemaltechi e soprattutto honduregni intraprendono nella speranza di riuscire ad entrare negli Usa, affrontando pericoli tremendi.

Pubblicato da: CR | 17 aprile 2011

Per Vittorio Arrigoni

Vittorio Arrigoni è stato ucciso, si dice, da un gruppo salafita, corrente islamista radicale. Vale la pena ricordare che gruppi di questo tipo sono presenti tra i ribelli che l’Occidente appoggia contro Gheddafi in Libia. E che altri gruppi furono finanziati in Libano, negli anni scorsi, in funzione anti-Hezbollah. Sempre questi gruppi si sono dimostrati ingovernabili:  ricordate Osama Bin Laden? Ma stringere patti con il diavolo è ormai, per l’Occidente, una seconda natura.

In questo video, che sta circolando sulla rete, Vittorio Arrigoni risponde all’incredibile spot di Roberto Saviano a favore di Israele.

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