Pubblicato da: CR | 27 maggio 2014

La vittoria di Renzi mette Il M5S di fronte ad un bivio

Quello che è difficile da digerire non è tanto la sconfitta del M5S (per chi come me l’ha votato), e per la quale si possono trovare tante ragioni, quanto l’incredibile vittoria di Renzi. Lui stesso avvertiva nei giorni precedenti le elezioni che il risultato non avrebbe influito sul governo nazionale, e che avrebbe considerato una vittoria un punto in più del M5S.

E invece ci ritroviamo con un 40% che pare un incubo. Come d’incanto, una situazione politica aperta e in movimento si è stabilizzata. Un ceto politico che sembrava alle corde ha ricevuto una specie di legittimazione, l’elettorato sembra aver individuato un soggetto cui affidare le sorti del paese.

E’ forse il massimo trionfo della capacità dei media di compiere profezie auto-avverantesi. Questo boy scout democristiano, sindaco di Firenze per neanche un mandato, noto solo per aver proibito l’attività dei lavavetri, è stato battezzato “enfant prodige” e “cavallo di razza” da tutti i commentatori dei principali media; gli iscritti del Pd sono stati convinti che solo con lui avrebbero potuto vincere; e infine gli italiani sono stati convinti che era l’ultima spiaggia per il paese. E non ha ancora fatto nulla! Berlusconi almeno, prima di “scendere in campo” aveva fondato un impero finanziario e mediatico, e aveva avuto grandi successi come presidente del Milan.

Il 20% di Grillo e il 40% di Renzi vanno letti insieme. I due rottamatori, pur nell’arretramento del primo, stanno dando vita ad un bipolarismo che mi ricorda un po’, se si dovesse stabilizzare, quello Dc-Pci che tanto a lungo ha condizionato il sistema politico italiano. Da un lato un partito-perno del regime circondato da una corte di satelliti più o meno autonomi, dall’altro un partito permanentemente votato e rassegnato all’opposizione.

Attorno al Pd, nuovo partito-regime, gravitano l’Ncd con cui governa, Berlusconi che pare legato a Renzi da accordi inconfessabili, l’area Tsipras/Sel/Prc che si porrebbe in questa analogia come l’equivalente del Psi-Psdi (a partire dalle divisioni interne e dall’inconcludenza), e l’area Monti-Casini che ricorda Malagodi e La Malfa; mentre sull’altro versante Fratelli d’Italia e Lega si dividono in forme aggiornate quello che era uno spazio “anti-sistema” (ma non troppo) occupato dal Msi, oscillando tra declamazioni anti-euro (sacrosante, ma più simboliche che concrete), retoriche di destra e partecipazioni alla casta.

A parte le analogie, più o meno azzeccate o utili, la domanda é: si tratta di un equilibrio stabile? Spero di no, ma temo di sì. Tutto è relativo: un equilibrio instabile può durare per decenni, come proprio la Dc ci ha dimostrato, se non c’è un’alternativa capace di attrarre larghe fasce della popolazione e spezzare legami spesso interessati e un’egemonia di pensiero, di fiducia e soprattutto di paure.

E qui veniamo al M5S. La discrepanza tra sondaggi ed exit poll da un lato, e risultati dall’altro, può essere spiegata in tre modi: sondaggi inaffidabili; brogli su larga scala; un attacco di panico che avrebbe colpito milioni di italiani all’ultimo momento, all’idea che il M5S veramente rischiava di vincere. Io escluderei i primi due casi; non credo a brogli in questo caso, e i sondaggi elettorali sono considerati ormai tanto attendibili che la discrepanza con i risultati è un criterio usato dalla “comunità internazionale” per decidere chi bombardare, o quale “rivoluzione colorata” sostenere (che io sappia, gli unici casi in cui hanno fallito riguardano elezioni condotte negli Usa, utilizzando non a caso macchine elettroniche incontrollabili). Sono invece personalmente a conoscenza di casi di persone andate al seggio per votare M5S, e che nella cabina hanno cambiato idea e votato Pd.

Questo voltafaccia costituisce, per il M5S, una dura sconfitta, al di là dell’arretramento elettorale; vuol dire che gli italiani, nel momento di massima disponibilità al cambiamento, hanno da un lato respinto l’alternativa che esso gli offriva, e dall’altro hanno scelto, in massa, Renzi, “uomo nuovo”, ma a differenza di Grillo, pragmatico e costruttivo (nella costruzione mediatica di cui sopra); vuol dire che una fase si è chiusa, un progetto ha trovato il suo limite.

Gli italiani hanno compiuto una scelta, e sarà molto più difficile, almeno per un po’, renderli nuovamente disponibili a considerare nuove ipotesi. Sarà invece più facile, con la complicità dei media, scaricare i prossimi inevitabili peggioramenti dell’economia sui mali pregressi, le “resistenze conservatrici”, le “riforme” ancora non fatte, ecc. Insomma, risultati alla mano, il problema più grave non è che molti non hanno votato M5S, bensì quello che molti hanno votato Pd.

La prima cosa che deve fare ora il M5S è decidere se vuole vivere di rendita, adattandosi di fatto alla prospettiva di una  opposizione anche di lungo periodo, o cercare nuovi modi per scardinare gli equilibri esistenti. In questo secondo caso non bastano correzioni di rotta al M5S, occorre una vera rifondazione del suo modo di essere e di proporsi. L’alternativa fondata su onestà, buona volontà, internet e ricambio politico non è risultata sufficiente, di fronte al fenomeno mediatico Renzi, per elettori più pavidi, disinformati e condizionabili del previsto. Ma qui si va un terreno politico, progettuale e organizzativo che non riguarda più in particolare il M5S, e a cui cercherò di dedicare i prossimi post.

Comunque vada, bisogna riconoscere che Grillo è stato grande nella sconfitta[1], e ringraziarlo per quello che ha fatto; molto di quello che ha fatto era indigesto a chi proveniva da esperienze di impegno politico organizzato, come nel mio caso, ma non sarebbe corretto valutare lo sforzo che ha compiuto in questi anni fuori da una considerazione del contesto in cui ha operato: una società senza memoria storica, un movimento socialista (in senso lato) scomparso dalla scena, un mondo “internettista” ricco di informazioni e interpretazioni, ma anche brulicante di sottoculture, un regime italiano tanto morbido e sconclusionato in apparenza quanto torvo e duro quando i suoi interessi vengono messi in discussione (vedi il caso della TAV in Val di Susa), una stampa finanziata ed allineata al regime, un pensiero unico sostanzialmente dominante in tutto l’Occidente e non solo, una società spoliticizzata, ecc.

I risultati elettorali ci dicono che bisogna far di meglio, ma l’esperienza, anche degli altri paesi, ci dice anche che sarà molto difficile riuscirci. Ma intanto almeno nel M5S sono cresciute forze che potranno giocare un ruolo importante nella nuova fase che è necessario aprire.

Nell’immediato, il problema credo sia quello di trovare il modo di formare almeno un cartello di forze disponibili a lottare contro le privatizzazioni già in cantiere, la legge elettorale antiparlamentare, la manomissione della Costituzione da parte di un parlamento comunque legittimo solo “per esigenze di continuità istituzionale”, il Fiscal Compact e l’ERF, e magari qualcos’altro ancora (forse anche un bel “no preventivo” alla guerra in Ucraina e un “no” al sostegno ai jihadisti in Siria). Questo cartello dovrebbe anche trovare dei “sì” da dire, a partire dal recupero della sovranità monetaria e della difesa dello stato sociale.

Insomma, un’opposizione comune, da sinistra a destra, contro le minacce più gravi e immediate alle regole elementari di una società democratica e alle esigenze vitali di un sistema economico avanzato, intanto che si avvia o procede la ricerca di nuovi soggetti politici e/o la trasformazione dei vecchi. Per impedire che il tetto ci crolli addosso, o che tutta la mobilia venga rubata, mentre riprogettiamo la casa.

[1] “è stato grande nella sconfitta”: mi riferivo a quel bel video autoironico, e che poteva essere il preludio di un’autocritica; ma tutto ciò che ha fatto dopo indica l’intenzione di accontentarsi di gestire la rendita di posizione, inoltre rafforza gli eterni sospetti su secondi fini perseguiti dal vertice del movimento; al momento, si potrebbe dire che il M5S “ha esaurito la sua forza propulsiva”; ma la partita non è chiusa.

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