Pubblicato da: CR | 2 novembre 2013

note sul convegno di Pescara “Come uscire dall’Euro?”

Centinaia di partecipanti paganti venuti da tutta Italia, due giorni intensi di interventi su temi economici (e non solo), relatori dagli altri paesi dell’Europa meridionale in crisi come noi: una tappa significativa, nel faticoso percorso che da tante parti si cerca di intraprendere per restituire un futuro al paese. Purtroppo è mancato Frenkel, ma le aspettative sono state lo stesso ampiamente soddisfatte.

Alcune considerazioni riguardo la standing ovation tributata al giovane filosofo Diego Fusaro al termine della prima giornata di lavori, e sulle prospettive di un movimento anti-euro.

Fusaro si è ampiamente guadagnato l’applauso, per un intervento centrato sull’ascesa del “capitalismo assoluto” a danno delle residue forme di “egemonia del politico” rappresentate dagli stati nazionali, svolto con grande erudizione, chiarezza ed efficacia oratoria. La platea ha voluto sottolineare il bisogno di politica che avvertiamo di fronte al crescere di oscure e onnipotenti lobby e burocrazie sovranazionali. E anche un bisogno di “pensiero forte” contro la dilagante marmellata intellettuale, causa ed effetto del continuo uso di retoriche vuote a sostegno di politiche fallimentari.

E però non credo che un nuovo paradigma possa passare per un ritorno a Marx e – peggio – Hegel. Il ’68 si è schiantato su questo errore. Il mutamento antropologico degli anni ’80 è avvenuto nelle macerie lasciate dal ’68. Così come su un piano più ampio, il crollo del movimento socialista internazionale (anche delle componenti riformiste) sotto le macerie dell’Urss è dovuto al fatto che non aveva mai rinnovato i suoi presupposti ideologici, preferendo agitarli (anche senza crederci più) finché avevano un’efficacia demagogica, e abbandonarli pezzo dopo pezzo mano a mano che si rivelavano inefficaci e indifendibili, in un’opera di disarmo che ha condotto all’attuale situazione di dominio totale delle ideologie nemiche, il neoliberismo e il suprematismo Usa, di cui il “sogno europeo” sembra una sintesi “politically correct”. Non si può ricominciare dallo stesso punto come se niente fosse accaduto.

La seconda considerazione riguarda l’orizzonte generale del dibattito anti-euro. Ormai è chiaro che non si tratta di un dibattito economico circa i pro e i contro dell’euro. Quel dibattito è durato poche settimane e si è concluso con la rotta dei difensori delle virtù dell’euro. I veri termini del dibattito ora sono chiaramente politici, ovvero se saremmo in grado o no di autogovernarci fuori “dall’aggancio” all’euro e ai nostri “alleati”.

La questione è la seguente: è possibile una politica indipendente per l’Italia? E se no, la colpa sarebbe del destino generale che coinvolgerebbe gli stati nazionali nell’era di una irreversibile globalizzazione (mistificazione denunciata da Fusaro), o di un destino specifico dell’Italia, antropologicamente condannata ad un esistenza “inferiore” rispetto agli altri stati per carenza di virtù civiche (“autorazzismo” demistificato da Bagnai ne “Il tramonto dell’Euro”, dove ricostruisce la vera storia delle decisioni che ci hanno portato all’attuale situazione, e spiega la vera natura della crisi)?

In gioco c’è la grande aspirazione del Risorgimento: unire l’Italia al concerto delle grandi nazioni moderne. I festeggiamenti per il 150° dell’unità d’Italia forse erano un de profundis, dal punto di vista del ceto politico che ci governa, protagonista del fallimento del progetto repubblicano e propugnatore del commissariamento di fatto dell’Italia ad opera di poteri esterni.

Dobbiamo reagire alla liquidazione di due grandi storie: quella del riscatto dei ceti popolari, e quella dell’Italia come progetto di nazione sovrana. La difesa (e il rinnovamento) di questi due progetti, espressione delle due grandi questioni politiche dell’800, la questione sociale e la questione nazionale, passano oggi (tra l’altro) per la difesa del paradigma keynesiano (compatibile con la politica, la democrazia e lo sviluppo economico) contro quello neoliberista (nemico della politica, della democrazia e dell'”economia reale”). Anche su questo piano dal convegno sono emerse indicazioni.

Luciano Barra Caracciolo, nella parte conclusiva del convegno, dedicata alla presentazione del suo libro importante “Euro o democrazia costituzionale?”, ha spiegato come alla base del pensiero costituzionale moderno ci sia un’idea di democrazia che non può essere ridotta a “procedura”, ma che si fonda invece sul patto sociale.

Cesare Pozzi, professore di economia industriale, nel corso di un intervento di grande respiro, da parte sua ha posto l’esigenza di un progetto industriale, necessario perché un’Italia post-euro possa avere la credibilità necessaria per difendere sulla scena internazionale i propri interessi economici. Credo che questo concetto debba essere esteso ad un progetto politico più generale: un progetto per l’Italia che da un lato esamini senza remore lo stato del paese, dopo decenni di malgoverno democristiano e poi anche di nongoverno neoliberista, e su cui dall’altro raccogliere e organizzare forze sociali e competenze disponibili ad una politica indipendente e rispondente ai nostri interessi collettivi.

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