Pubblicato da: CR | 10 novembre 2012

Da leggere assolutamente: “Il tramonto dell’Euro”, di Alberto Bagnai

Finalmente qualcuno spiega al popolo come funzionano le politiche dei cambi e i mercati delle valute. Ma Bagnai fa di più: ripercorre e rilegge la storia economica del nostro paese e dell’Eurozona alla luce della scelta compiuta, a partire dalla seconda metà degli anni ’70, di convergere verso la moneta unica, prima con il propedeutico divorzio tra Tesoro e Banca d’Italia, poi l’ingresso nello Sme, la crisi del 1992 (quando Amato “rubò” il 6‰ dai conti correnti degli italiani), infine l’Euro. E ci spiega ad ogni passo le conseguenze di queste scelte sulle esportazioni, il debito estero, la distribuzione del reddito, ecc, fornendoci chiavi di lettura essenziali per capire il recente e meno recente disastroso passato politico del nostro paese, e aiutandoci a valutare con maggior cognizione di causa le conseguenze del rimanere ovvero dell’uscire dall’Euro.

Il testo fa giustizia così anche dei luoghi comuni autorazzisti circa “l’Italietta” della “liretta” e delle “svalutazioni competitive”. Le svalutazioni italiane sono state poche e di natura difensiva a seguito di shock esterni avversi (p.e. gli shock petroliferi degli anni ’70), seguiti spesso da rivalutazioni.

Il testo fa giustizia anche dei tanti luoghi comuni legati alla svalutazione, l’inflazione, ecc con cui si cerca di terrorizzare la gente riguardo l’ipotesi di uscita dall’Euro. L’uscita dall’Euro, spiega Bagnai, è non solo possibile, ma sarà comunque inevitabile perché è un progetto insostenibile, e la crisi corrente lo sta dimostrando.

La moneta unica tra aree con diversa produttività è possibile solo a patto di condizioni politiche inesistenti nell’Europa di oggi. D’altro lato la svalutazione reale della nostra economia è conseguenza diretta dell’impossibilità di riaggiustare in modo automatico, graduale e indolore, lasciando agire il mercato del cambio, le piccole differenze di competitività con la Germania, e che invece si sono accumulate nel corso degli anni.

Questo dato di fatto non muterebbe se la BCE “stampasse moneta” per venire incontro ai problemi di finanziamento del debito pubblico degli stati dell’Eurozona, e neppure se lo facesse senza porvi sopra le condizioni vessatorie previste dal Fiscal Compact. All’interno dell’Euro la prospettiva è quella della deindustrializzazione delle economie più deboli e delle acquisizioni straniere dei nostri asset … fino a quando non saremo dichiarati semplicemente un “onere” e non ci avranno dato il benservito.

Il problema quindi è solo se l’uscita dall’Euro sarà decisa e governata ordinatamente il prima possibile, o se avverrà caoticamente con il paese in ginocchio dopo un disastro tipo greco e dopo il compiuto saccheggio della nostra ricchezza collettiva ad opera della finanza internazionale e del complesso bancario-industriale tedesco.

Soprattutto ci viene spiegata la “razionalità politica” di certe scelte apparentemente tecniche: cambi rigidi o flessibili? chi ci guadagna e chi ci perde, tra paesi e all’interno dei singoli paesi? Il mercato delle valute, legato principalmente all’andamento del commercio estero, è l’unico mercato che i neoliberisti vorrebbero regolamentare con cambi rigidi agganciati a monete forti (vedi Argentina …) invece che lasciar corso anche qui alla legge della domanda e dell’offerta. Perché? Perché così si favoriscono le rendite rispetto ai redditi di lavoro, e si consentono politiche predatorie da parte degli investitori a danno dei debitori, e dei paesi con maggiore produttività a danno degli altri.

Testi sulle politiche economiche all’interno di un singolo paese già ce ne sono (per esempio “Economia politica” di Massimo Pivetti, dove le implicazioni sociali delle politiche keynesiane e neoliberiste sono ben esplicitate partendo dai fondamentali dell’economia), e così pure sulla finanza internazionale, soprattutto dopo la crisi del 2008, ma le politiche dei cambi e i mercati delle valute finora li avevo visti confinati nella letteratura per specialisti, come meri “problemi tecnici”.

L’effetto complessivo del libro è liberatorio, nel senso che offre strumenti per capire la realtà e incoraggiarci a pensare che il futuro può tornare a dipendere da noi. Innanzitutto perché ci offre strumenti per cogliere la”razionalità” economica all’opera nella crisi attuale, spazzando i tentativi di dipingerci come vittime impotenti di mercati impazziti o di complotti oscuri o di dinamiche globali incontrastabili, o peggio ancora gli assurdi tentativi di colpevolizzarci tentando di ricondurre i nostri problemi alla nostra inadeguatezza, come popolo e come sistema, di fronte alla sfida della “superiorità tedesca”.

Ma soprattutto perché se la scienza economica continua ad offrire strumenti validi per capire quanto accade all’interno di un quadro interpretativo tradizionale, allora vuol dire che  la ricerca di un paradigma alternativo al neoliberismo oggi dominante è conclusa: Keynes non è affatto morto, il mondo non è cambiato tanto da doverci costringere a buttare a mare l’esperienza positiva di molti decenni di stato sociale, tendenze egualitarie, sviluppo, piena occupazione, diritti del lavoro. Certo, ci sono vecchi problemi e nuove sfide, ma le ricette neoliberiste e il “sogno dell’Euro” appartengono al campo dei problemi, non delle soluzioni.

Dietro i tentativi di convincerci che non c’è alternativa allo stato di cose presente non c’è una scienza “più avanzata”, ci sono soltanto antichi e ben noti interessi di classe da un lato, e un ceto politico (non solo italiano, ma in tutto l’Occidente) che ha sostanzialmente abdicato alle proprie responsabilità, dall’altro.

Leggete su “Eco della rete” un’altra recensione interessante: “Rigorosamente di parte”, di Fiorenzo Fraioli.

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Responses

  1. La volontà di mantenere in vita l’ Euro somiglia sempre di più ad un insensato accanimento terapeutico. E’ assurdo come in Europa nessuno abbia il coraggio di dire che il progetto, varato con grande entusiasmo collettivo e sperimentato sulla pelle dei cittadini ormai da dieci anni è fallito, sia per cause sociologiche (non basta avere una formale unificazione economica per avere automaticamente anche un’ identica coesione politica e sociale, come si sperava), sia per cause puramente macroeconomiche. I calcoli e i dati sono così evidenti – come direbbe Ian Malcom in Jurassic Park – che non vale neanche la pena di farli. Un aumento dell’offerta di moneta da parte della BCE avrà un effetto positivo in alcuni paesi e disastroso in altri, a seconda del mercato interno di ogni singolo paese, poiché, data la diversa composizione del tessuto economico e sociale, nonché delle diverse forme di governo, ogni stato ha bisogno di un intervento ad hoc. Misure che dovrebbero stimolare la ripresa economica in Italia e in Spagna potrebbero rallentare drasticamente la produzione nel nord Europa. Non può funzionare, e infatti non sta funzionando. Varrebbe quindi la pena di studiare approfonditamente il caso della Polonia, e di renderlo pubblico, poiché mi sembra noto praticamente solo ai tecnici o agli studenti di discipline economiche. La Polonia, rifiutando cortesemente ogni invito ad entrare nell’ eurozona, è riuscita grazie ad un geniale mix di politica fiscale e monetaria a superare brillantemente la crisi. Se diamo uno sguardo ai dati, mentre nel 2009 tutta l’ Europa sprofondava nel baratro con una diminuzione del Pil intorno al 4-5 % la Polonia cresceva, e cresceva il consumo interno. Perché? Prima di tutto sono stati varati importanti tagli fiscali, i quali hanno stimolato e sostenuto i consumi. In secondo luogo (fattore decisivo) la banca centrale polacca è intervenuta con un’ espansione monetaria che ha provocato il deprezzamento del tasso di cambio del 15%. La domanda verso i beni imporatati si è così rivolta ai beni di produzione nazionale, risultandone così in un grande effetto benefico sull’economia polacca. Morale della favola: la Polonia con la sua politica economica indipendente dall’ Euro è l’unico paese ad aver superato la crisi nonché l’ unico in stabile crescita nell’UE 27.
    Viceversa l’Ungheria ha reagito “alla Monti” (stretta fiscale, secondo il mantra dell’austerity e del rigore). Con il cambio stabile e i cittadini ungheresi indebitati in Euro contro la loro volontà, il paese è precipitato in una crisi nerissima (Pil -6,5%) dal quale non riesce a venir fuori, esattamente come l’Italia e l’Europa mediterranea.

  2. ciao Luca! grazie del contributo; il confronto con Polonia e Ungheria è interessante, e mi piacerebbe avere più dettagli. Tra l’altro, credevo la Polonia fosse candidata ad entrare nell’Euro, e quindi vincolata a mantenere un tasso di cambio fisso, e ad avere una Banca Centrale indipendente dal Tesoro.

    Il rapporto tra politica espansiva della Banca Centrale e svalutazione non mi è chiaro. Hanno lasciato fluttuare la moneta? Senza misure protezioniste, né di controllo dei movimenti dei capitali? La politica monetaria espansiva è riuscita ad aumentare gli investimenti pubblici anche in presenza di riduzione del gettito fiscale, o la crescita del PIL è dovuta solo al settore privato? La ripresa economica come ha inciso sulle importazioni, per le materie prime necessarie all’industria (hanno il carbone, che altro?) e per i maggiori consumi (credo che le produzioni interne “sostitutive” abbiano bisogno di un po’ di tempo per entrare in funzione, a meno che non avessero già un tessuto industriale notevole)? Se hanno finanziato il disavanzo con gli IDE (investimenti esteri diretti), magari incentivandoli proprio con le riduzioni fiscali, potrebbero rimpiangerlo, tra un po’, in termini di indebitamento estero e di acquisizioni estere delle loro attività. Mi sembra una terapia un po’ “irlandese”, insomma. Puoi fornirmi dettagli?

    Sulle problematiche del dopo-Euro, oltre che Bagnai, ti segnalo anche questo intervento di Emiliano Brancaccio che ti spiegherà le ragioni delle mie perplessità.

    Per quanto riguarda il fatto che nessuno abbia il coraggio di dichiarare il fallimento del progetto europeo, il discorso potrebbe essere lungo, ma anche molto breve: quello che manca alla politica, da trent’anni a questa parte, sono proprio il coraggio e l’immaginazione (altra qualità necessaria per osare pensare oltre la gabbia dell’Euro). Mi sto convincendo che la gente debba cominciare ad organizzarsi autonomamente, prima ancora che per tutelare interessi collettivi, proprio per rimettere in campo queste qualità, senza le quali non abbiamo un futuro (e non penso solo all’Italia!)

    A presto.

  3. purtroppo non ho informazioni così dettagliate sulla manovra polacca. Ad ogni modo il punto centrale è che un’espansione monetaria non basta da sola a risolvere i problemi, perché così buona parte della domanda interna si riversa verso i prodotti esteri. Per questo di solito nessun paese vuole cominciare per primo una manovra del genere: sarebbe l’unico ad essere svantaggiato mentre tutti gli altri ne avrebbero da guadagnare. Gli economisti polacchi invece erano sicuri di ottenere l’opposto poiché non erano legati ad un tasso di cambio fisso. Hanno lasciato fluttuare la moneta in modo da rendere più cari i prodotti esteri rispetto a quelli nazionali per stimolare la crescita del settore privato, e la cosa è riuscita perfettamente. Il tasso di cambio flessibile è stato un elemento centrale del pacchetto ed è servito alla Polonia nel facilitare l’aggiustamento dell’economia allo shock esterno della crisi. In questa inchiesta dell FMI la faccenda mi sembra spiegata in maniera abbastanza comprensibile, dai un’occhiata: http://www.imf.org/external/pubs/ft/survey/so/2012/car020312a.htm

    PS. c’è da dire che la Polonia rispetto all’Ungheria è entrata nella crisi in condizioni abbastanza sane ( disavanzo di bilancio 2% sul Pil), il che è stato molto importante, se non decisivo.

    PPS. non ho capito se e quando la Polonia entrerà nell’Euro. Se lo farà è probabile che sarà seguita a ruota dagli altri paesi dell’Europa orientale e balcanica entrati nell’ UE di recente. Questo secondo me significherebbe la fine certa dell’Euro, perché è assolutamente impensabile stabilire una politica monetaria comune per 31 membri (24 banche centrali + 6 paesi membri del comitato esecutivo BCE). Non solo: sarà impossibile prendere qualsiasi decisione, visto che ogni membro ha un voto ed è richiesta la maggioranza semplice. I “soliti noti” (Francia,Germania ,Belgio ecc ecc) non costituirebbero più la maggioranza, perché sarebbero sorpassati di numero dai paesi cosiddetti “non sincronizzati”: Irlanda, Portogallo, Grecia,Spagna ecc.
    In questo scenario o l’Euro cessa di esistere o si divide in due: Euro del Nord ed Euro del Sud.

    A presto !


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