Pubblicato da: CR | 16 febbraio 2009

D’Alema conferma: il governo Prodi era servo della Confindustria

La notizia è questa: D’Alema: “Confindustria acquiescente con governo”.

“Con il passato governo abbiamo messo sul tavolo sette miliardi per la riduzione del cuneo fiscale, una parte minore per i lavoratori e la parte maggiore per le imprese. Non hanno neanche detto grazie. Hanno detto che non bastava e hanno protestato. Da questo governo hanno avuto quattro spiccioli e ogni giorno dicono grazie”.

“Perché questo? Secondo me perché è il segno della debolezza dei centri maggiori del potere economico. Siccome hanno bisogno dei favori del governo, in questo momento non hanno la forza di rappresentare in modo adeguato l’interesse del mondo delle imprese”

Non si capisce dove voglia andare a parare. Sembrerebbe una denuncia del tentativo della Confindustria di contrattare, in questo momento di crisi, favori dal governo solo per i pochi “soliti noti” che la controllano. Mentre – sembra di capire – al tempo di Prodi (e di D’Alema), prima della crisi, la Confindustria sarebbe stata forte, fiera e compatta.

In realtà, per strappare un applauso alla platea di piccoli imprenditori che aveva di fronte, D’Alema inavvertitamente conferma una cosa che già sapevamo: e cioè che la Confidustria trattava il governo Prodi come un suo servitore; mentre, evidentemente, il governo Berlusconi non lo è, e quindi è costretta a stare sulla corda, pronta a dei “do ut es” per qualsiasi provvedimento.

La crisi economica, certo, incide: questi grandi parassiti sono alla ricerca sistematica dell’appoggio dello stato ai loro affari nei tempi buoni, figuriamoci in tempo di crisi. Ma questo non cambia la sostanza del discorso.

Le dichiarazioni di D’Alema mi inducono a tornare sul tema della strepitosa debolezza del governo Prodi nei confronti dei “poteri forti” (o resi forti dalla debolezza altrui?). Un livello di servilismo che non può essere spiegato soltanto dalla subalternità congenita dei suoi componenti.

In un post dedicato all’esame del suicidio del centro-sinistra (sia del governo Prodi che dell’alternativa veltroniana), avevo scritto che all’origine delle dinamiche autolesioniste dell’ultimo governo Prodi c’era una sorta di concorrenza distruttiva innescata da varie personalità del centro-sinistra (Dini, Rutelli, Veltroni, Prodi stesso, ecc), allo scopo di contendersi la palma di miglior servitore delle famiglie del capitalismo italiano.

Una comprensione della dinamica di quel gioco al massacro deve partire dalla debolezza della maggioranza. Prodi stesso doveva farsi perdonare il suo peccato originale di aver voluto dare vita ad un governo con una maggioranza risicata mentre i “poteri forti” spingevano per le larghe intese; e quindi doveva convincere la Confindustria che il suo governo era il migliore che essa potesse desiderare. Tutti gli altri spingevano per posizionarsi in un futuro governo di larghe intese il momento che Prodi fosse caduto.

Occorre appena ricordare come è andata a finire: la criminalizzazione della “sinistra” (poveretta, nonostante dicesse sempre “obbedisco”), l’ascesa di Veltroni, la “semplificazione” servita su un piatto d’argento ai “poteri forti” – e Berlusconi che arriva e prende tutto (e non ha neanche ringraziato!)

Prodi, una volta deciso di dar vita ad un governo con una maggioranza debole, aveva una sola strada possibile (politicamente coerente e dignitosa) dinanzi a sé: farsi garante del programma di tutta la coalizione, e minacciare nuove elezioni se il governo fosse caduto per strappi verso destra. Con quella coalizione aveva già vinto due volte su due. Invece è andato a casa in malo modo, e ha trascinato con sé tutta la sinistra che gli aveva firmato una delega in bianco.

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