Pubblicato da: CR | 7 febbraio 2009

Fuori da “Fuori dal recinto”

Prima parte – Il “gruppo dei 20 viandanti”
Seconda Parte – Il nuovo massimalismo verde e altre analogie azzardate

1) Il “gruppo dei 20 viandanti”

Con il convegno di Chianciano del 24-25 gennaio scorso si è conclusa la mia partecipazione all’iniziativa “Fuori dal recinto”, mirante ad “avviare un processo per la costruzione di un nuovo soggetto politico plurale e democratico”.

Ho fatto parte del cosiddetto “comitato dei 20”, un gruppo di volontari che l’ottobre scorso si è assunto il compito di preparare una bozza di documento fondativo per un’associazione, proposta dagli organizzatori del primo convegno di Chianciano, che avrebbe dovuto promuovere tale nuovo soggetto. Compagni, amici, cittadini, come definirci? Alla fine qualcuno* intervenne salutando scherzosamente i “viandanti” convenuti a Chianciano, e il termine attecchì.

E’ stata una esperienza importante per me, a volte intensa, che mi ha dato l’opportunità di conoscere e confrontarmi con persone preparate e con storie diverse. Però la conclusione non è stata positiva, dal mio punto di vista di “socialista senza partito”, tanto che non ho aderito all’associazione che doveva nascere appunto il 25 gennaio scorso (atto che poi ho saputo hanno deciso di rinviare).

In un post precedente avevo descritto lo spirito con cui mi avvicinavo all’iniziativa, le aspettative, i dubbi. Questo esito era quindi sin dall’inizio nell’ordine delle possibilità, anche se per una serie di motivi ho conservato fino all’ultimo la speranza di una conclusione diversa.

Il fatto più significativo, per comprendere la deriva del confronto, è che i promotori, a partire dallo stesso Badiale, hanno lasciato cadere, sin dall’inizio, proprio ciò che mi aveva attirato a Chianciano l’ottobre scorso: l’intuizione contenuta nella parte finale dell’appello “Prima che sia troppo tardi”: “La lotta … contro l’attuale sistema economico e sociale, può essere fatta con qualche speranza di successo da un movimento politico che abbandoni ogni richiamo a ideologie ormai prive di agganci con la realtà (come il comunismo) e che si ispiri invece ai principi e ai valori della nostra carta costituzionale. … Se le forze che si ispirano a giustizia, solidarietà, emancipazione non riescono a dare uno sbocco a questo malessere … i casi dell’Argentina e della Jugoslavia ci ricordano ciò che può succedere a paesi grandi e apparentemente solidi.”

Io vi avevo scorto il nucleo di una proposta politica; da sviluppare, certo, ma in cui c’era il senso della sfida da raccogliere e su cui misurarsi: evitare lo sfascio di questo paese in mano a caste e oligarchie irresponsabili.

Privato di quella intuizione, tutto il dibattito è diventato più astratto, retorico, ambiguo: la crisi politica del nostro paese si è mescolata (sino ad esserne del tutto sommersa) alla crisi economica globale e alla crisi ambientale planetaria; la crisi del sistema politico è confluita nella crisi del “sistema” tout court; i grandi mali dell’Italia – devastazione del territorio, illegalità diffusa, grande criminalità, casta politica – sono stati ricondotti a conseguenze del capitalismo e della sua “ossessione produttivistica”; l’orizzonte dell’iniziativa è diventato quello della “uscita da questo sistema” giudicato “non riformabile”, espressione politicamente paralizzante.

D’altro lato, sono state respinte le due proposte che ritenevo più importanti. La prima, era di fare della lotta ad ogni forma di razzismo una discriminante politica fondamentale. La seconda, era di esplicitare un’idea di nazione come spazio libero e sovrano, solidale e inclusivo, e come sistema (sociale, istituzionale, economico) da governare.

Insieme, questi due principi dovrebbero fondare – nelle mie intenzioni – una politica liberata dalla sudditanza ai poteri finanziari e militari sovranazionali, la solidarietà con le resistenze antimperialistiche, la lotta per l’emancipazione del moderno quarto stato costituito in gran parte di migranti, contro le concezioni identitarie e reazionarie dilaganti, contro i mali storici e l’attuale involuzione del nostro paese, egoista e impaurito.

Per chi volesse approfondire, una descrizione più articolata dei termini del dibattito e delle mie obiezioni e controproposte è contenuta in questi miei contributi al gruppo, “decrescita o resistenza al saccheggio?” del 31 ottobre, “due interpretazioni di Chianciano” del 17 novembre e “le urgenze e gravità del tempo” del 3 dicembre, in cui vengono progressivamente esplicitati i dissensi.

E sicuramente vale la pena approfondire, e far tesoro anche di questa esperienza, perché i nodi che sono emersi riguardano qualsiasi inizativa si voglia mettere in cantiere oggi per la costruzione di un nuovo soggetto politico che si ponga in un’ottica di continuità (per quanto critica) con le esperienze collettive del passato, e non come “iniziativa civica” di benpensanti.

2) Il nuovo massimalismo verde e altre analogie azzardate.

La domanda che ad un certo punto del confronto mi sono dovuto porre, e che riveste credo una importanza che va al di là dell’iniziativa di Chianciano, è la seguente: quale tipo di politica emerge dal documento presentato infine dal gruppo?

Il documento fondativo, per quanto dichiarato aperto ad ulteriori modifiche, si presta di fatto soltanto ad un preciso tipo di politica: una politica che io considero, fatte le dovute proporzioni, la moderna riedizione del massimalismo socialista.

Con una battuta, direi che fallito il 1921, si ritorna al 1920; cioè: esaurita con il crollo dell’Urss la prospettiva perseguita nel 1921 a Livorno, invece di andare avanti, si torna indietro, alla mentalità, le forme e gli schemi politici dell’epoca precedente

Molto in generale, definirei il massimalismo come una politica fondata sulla opposizione intransigente, la radicalizzazione sociale, la rigidità ideologica, e quindi per sua natura senza una progettualità di governo. Una politica che assegna alla mobilitazione delle masse un solo possibile traguardo: il rovesciamento del sistema esistente. Il programma “massimo” del Psi dell’epoca, appunto, da cui il nome della corrente.

“Fuori dal recinto” si colloca però anche nello spirito del nostro tempo, che tende sempre più a fondere l’orizzonte della crisi del capitalismo con quello della crisi ambientale, la lotta di classe con le lotte dei movimenti locali, la lotta al capitalismo che sfrutta l’uomo con la lotta al capitalismo che sfrutta la natura. Un massimalismo rosso-verde, in conclusione, quello verso cui sembra orientata l’associazione; una prospettiva eco-socialista, ha detto infatti uno dei sostenitori di questa concezione; in realtà, molto più verde che rosso, dato che la scelta per la decrescita, ribadita contro le perplessità di tanti, implica che alla base di questa prospettiva ci sono le lotte ambientaliste locali, non certo quelle di chi si oppone alla chiusura della fabbrica.

Lungi da me l’idea di resuscitare, contro tale massimalismo di ritorno, il riformismo (parlo di quello turatiano, ovviamente, perché quello odierno, alla Giuliano Amato, è puro controriformismo). Tali correnti si muovevano per molti aspetti nello stesso orizzonte ideologico, sia nel pensare il socialismo come “necessità storica”, sia nel pensare che il movimento operaio dovesse crescere dentro gli istituti della società borghese come un corpo estraneo, sostanzialmente indifferente ai governi e alle loro politiche (salvo la maggior disponibilità “tattica” dei riformisti, finalizzata però sempre e soltanto a proteggere corporativamente il movimento, piuttosto che ad indirizzare le grandi scelte del governo nazionale). Alla fine, entrambe le tendenze si sono dimostrate politicamente inette nei momenti decisivi del primo dopoguerra, fino all’avvento del fascismo.

Tutt’al più, oggi, volendo stare nell’analogia (anzi, arrivando al vero motivo per cui ritengo l’analogia calzante), proporrei di cercare una strada “matteottiana”, l’unico dirigente socialista che aveva compreso le esigenze, i pericoli e i veri nemici della situazione. Del resto, sia che si parta dal 1921, sia che si parta dal 1920, dopo arriva il 1922 …

Ieri le squadracce protette dagli apparati dello stato, al servizio dell’oligarchia dominante, contro le organizzazioni dei lavoratori, con retoriche identitarie capaci di mobilitare ceti impauriti, frustrati e prepotenti. Oggi cambiano le forme, ma la sostanza delle retoriche e dell’intimidazione, attraverso il quale minoranze organizzate prevalgono su maggioranze disorganizzate, è lo stesso. Bersaglio privilegiato è il nuovo quarto stato, costituito in gran parte dai lavoratori stranieri, ma su qualsiasi protesta che minacci la tranquillità dei poteri o degli affari, pende ormai la spada di Damocle della provocazione poliziesca, come sanno i cittadini della Val di Susa, quelli che in Campania.hanno provato a manifestare contro gli inceneritori e le discariche tossiche, gli studenti mobilitati contro il decreto Gemini.

In questa situazione di reazione rampante, disgregazione morale, autoritarismo crescente e sofferenza sociale, puntare sulla delegittimazione della “casta”, sulla radicalizzazione della protesta, e sull’opposizione allo sviluppo, senza preoccuparsi di individuare il terreno su cui costruire una proposta politica costruttiva, significa aspirare a ripetere quello che fecero i massimalisti: impegnare il movimento su obiettivi astratti mentre intorno si prepara il disastro ad opera di nemici concreti.

E ciò senza peraltro avere come attenuante quel contesto che dava un senso alla politica dei massimalisti: lo sconvolgimento della guerra, l’entusiasmo per la rivoluzione sovietica, la forza del movimento operaio.

Di fatto, penso che alla fine l’Associazione porterà acqua al mulino legalitario-decrescista-anticasta dell’area Di Pietro-Grillo, non necessariamente una cosa negativa, ma certamente lontana dalle aspirazioni del progetto e anche dalle necessità obiettive del nostro paese.

Rimane dunque aperto il problema dell’esplorazione del terreno su cui costruire una proposta politica, per scongiurare il pericolo dello sfascio e combattere la deriva reazionaria di cui il paese appare prigioniero. L’operazione, già difficile di per sé, ha ben poche speranze di successo se non sapremo imparare dagli errori del passato.

[avviso – ho introdotto alcune modifiche piccole ma non proprio insignificanti all’articolo poche ore dopo la pubblicazione – CR]

* per la storia: pare che fu Paolo Arduini a menzionare il termine “viandanti” proprio in una fase di discussione in cui si disquisiva sull’essere o non essere … compagni; Riccardo Di Vito aprì allora scherzosamente il suo intervento appellandoci così; può sembrare una sciocchezza, ma questo termine creò un certo clima di complicità e coesione nel gruppo dei 20 che venne costituito poco dopo

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Responses

  1. Cerco di riprendere il discorso di Claudio sulle motivazioni della sua non adesione al progetto di Cianciano con il grosso limite di aver partecipato solo alla fase finale degli incontri (24-25 Gennaio 2009). Diciamo che l’ipotesi (o discriminante) iniziale di Badiale e su cui Claudio era sostanzialmente d’accordo, almeno come spunto iniziale, anzi si rammarica che sia stata successivamente e volutamente accantonata, mi trova alquanto perplesso e cerco di motivarlo.
    Riporto alcune frasi da me estratte e sulle quali tento se non una risposta quanto meno un approfondimento.

    “La lotta … contro l’attuale sistema economico e sociale, può essere fatta con qualche speranza di successo da un movimento politico che abbandoni ogni richiamo a ideologie ormai prive di agganci con la realtà (come il comunismo) e che si ispiri invece ai principi e ai valori della nostra carta costituzionale. … Se le forze che si ispirano a giustizia, solidarietà, emancipazione non riescono a dare uno sbocco a questo malessere … i casi dell’Argentina e della Jugoslavia ci ricordano ciò che può succedere a paesi grandi e apparentemente solidi.”
    Io vi avevo scorto il nucleo di una proposta politica; da sviluppare, certo, ma in cui c’era il senso della sfida da raccogliere e su cui misurarsi: evitare lo sfascio di questo paese in mano a caste e oligarchie irresponsabili.

    Vorrei esaminare alcuni dei punti sopra evidenziati:
    1)Abbandono delle ideologie
    Negare le ideologie è una cosa, abbandonare tutte le elaborazioni fatte sulla società capitalistica, su quella socialista e comunista facendo finta che tutte le conquiste sociali e politiche dei vari popoli, compresa la nostra, non si sa da dove siano arrivate è ben altra cosa
    Abbandono delle ideologie oggi si intende abbandono delle utopie, delle speranze, delle idealità.
    La situazione attuale della sinistra è anche, e non solo, conseguenza della negazione della propria storia, del proprio passato e di quelle idealità che hanno mosso interi popoli.
    Ugualmente non dobbiamo considerare quasi con fastidio, quasi non fosse nostra figlia le esperienze comuniste che si sono sviluppare in parecchi paesi.
    Per negare l’esperienza comunista neghiamo anche il significato della rivoluzione di Ottobre, come se per negare l’esperienza capitalista negassimo anche la rivoluzione francese.
    Le atrocità di alcuni regimi, in nome del comunismo, pensiamo alla Cambogia, ma alla stessa URSS con i suoi gulag ed anche le forme dittatoriali assunte in altri paesi. Ma non mi sento di negare i benefici portati alle condizioni delle persone (sanità, istruzione), e di azzerare i tentativi, anche se falliti, di instaurare un sistema economico diverso, anzi hanno dimostrato che è possibile.
    Quando si parla di comunismo si parla di URSS e di Cina come se non fosse esistito nient’altro, come se non ci fosse stato Stalingrado e 20 milioni di morti, come in nome della libertà militanti e dirigenti che si professavano comunisti e socialisti, non avessero hanno portato i propri popoli alla liberazione dal colonialismo per creare una società più giusta.
    2)Principi e valori della carta costituzionale
    Mi sembra evidente l’attacco di questi giorni di Berlusconi, ma non dimentichiamo l’attacco concentrico a cui da anni la costituzione è sottoposta (guerra in Kossovo, Irak, Afghanistan, finanziamenti alla scuola privata, privilegi alla chiesa cattolica). Lo stesso sistema maggioritario non è previsto nella costituzione, senza dimenticare la non attuazione di parecchi articoli (Es art 3) ed il non rispetto delle scelte individuali (vedi caso Englaro).
    In sostanza il patto tra cittadini e Stato è stato ripetutamente rotto in modo unilaterale da parte dello Stato e dai rappresentanti politici.
    La difesa non è assestarsi sulla linea del Piave perché sarebbe perdente ma invece l’iniziativa deve essere quella di richiedere di applicarla facendo in modo che le leggi ne recepiscano il contenuto e non la neghino.
    3)Argentina ed Jugoslavia
    Argentina e Italia, Jugoslavia e Italia. Quale nesso?
    Trovo molto fuorviante questo accostamento e cerco di spiegarmi.
    Innanzi tutto in entrambi i casi le responsabilità sono totalmente europee ed americane.
    L’Argentina ha rinunciato alla propria sovranità nazionale ed ha regalato tutto agli stranieri La classe politica argentina si è arricchita svendendo le ricchezze del paese, il FMI l’ha obbligata alla rinuncia della propria sovranità.
    Il peronismo (un populismo ammantato di sinistra che ha permesso lo sviluppo di una classe operaia e classe media grazie alle proprie risorse economiche) ha avuto ed ha ancora una notevole presa popolare, non neghiamolo, ed ha avuto spunto dal fascismo italiano.
    L’Italia ha rinunciato ad un proprio sviluppo economico autonomo (scuola, ricerca,ecc) ed è diventata dipendente dagli altri paesi (vedi per es, l’industria alimentare).
    Il populismo berlusconiano cerca di risvegliare gli istinti più bassi dell’animo alimentando razzismo ed esclusione e favorendo un sistema economico non di sviluppo, ma puramente speculativo.
    La Jugoslavia passa da una ipotesi federativa allo smembramento e ritorno alle zone di influenza (Germania, Russia,,,) ed alla dipendenza dall’aiuto internazionale e dalla criminalità (azzeramento della propria capacità produttiva).
    In Italia divisione nord sud, Padania, criminalità in 3 regioni, azione della lega
    Il comunismo jugoslavo diverso, sotto alcuni aspetti, da quello originario di Tito che non era certamente un campione di democrazia, ma aveva una investitura derivante dalla lotta al nazifascismo (ricordiamo l’autogestione, il non allineamento) è diventata una dittatura mafiosa che ha fatto della pulizia etnica una propria politica.
    Ma cosa voleva fare l’occidente con il trattato di Rambouillet se non togliere la sovranità ad un paese sovrano. I bombardamenti, l’azzeramento della capacità produttiva ha impoverito un intero popolo costringendolo all’emigrazione,
    L’Italia potrebbe seguire questi due paesi?
    Sinceramente ad oggi non ne vedo le premesse, non credo che si voglia assimilare la pulizia etnica al razzismo presente oppure la corruzione della classe politica alla svendita delle ricchezza del paese.
    4)Sfida da raccogliere e su cui misurarci
    Credo che lo spunto per l’inizio di una attività politica debba essere ulteriormente chiarito, con proposte più precise altrimenti si rischia su alcune cose l’indeterminatezza.
    •Proposta di una analisi della società italiana e dei rapporti di forza.
    Questa società attuale e questa classe politica sono da una parte espressione di questo popolo e dall’altra se ne sono totalmente staccate assumendo un ruolo completamente autonomo.
    Prodi diceva che la classe politica rispecchia il proprio popolo ovvero non è e non può essere migliore di questo. Sappiamo bene come questa sia una scusa per nascondere i propri ed altrui privilegi e l’impunità.
    D’altra parte bisogna riconoscere che l’offuscamento dei principi minimi di convivenza, l’aspirazione all’arricchimento in emulazione dei potenti (berlusconismo di massa) hanno fatto il deserto, hanno appiattito i cervelli, hanno fatto rinascere i germi del razzismo e della xenofobia. La classe politica si è fatta promotrice di questi cambiamenti attraverso comportamenti, leggi, mass media. Di fronte al cadere delle proprie sicurezze ed aspirazioni ed anche dei propri diritti (lavoro, famiglia, benessere, scuola, salute) si è rilevata la debolezza culturale e politica di un popolo e la mancanza di una dimensione democratica.
    Il rifugio nella religione (carità e pietismo) anche se in alcuni aspetti (razzismo) meno pericoloso è in fondo un ulteriore arretramento culturale perché non intacca minimamente la struttura del potere.
    Il nostro popolo, che pur ha sofferto enormemente con l’emigrazione forzata (con conseguente disgregazione sociale e familiare), con le guerre, con le repressioni violente delle lotte sindacali si è trovato totalmente impreparato (non è stato preparato) ad affrontare culture e popoli diversi alla pari e non come conquistatori (anche se pezzenti).
    In qualche modo si è dovuto e si deve difendere cercando soluzioni di pura sopravvivenza, ma l’assenza di un humus democratico rende molto pericolosa ed incerta da quale parte se possa uscire.
    •Proposta di un progetto di avanzamento democratico, quasi di ricostruzione.
    Dobbiamo capire perché questo popolo non abbia ancora acquisito (lo farà?) una visione di
    appartenenza ad un comune destino, ad un progetto comune. Oggi gli viene offerto in modo
    strumentale un progetto europeo completamente fuori dalla sua portata (non è il solo in
    questa situazione).
    Ma le responsabilità affondano ben prima dell’avvento del fascismo, ancora in quella fase di creazione della unità nazionale dove il ruolo della classe dirigente economica e politica doveva essere il nucleo intorno a cui una coscienza nazionale e democratica doveva iniziare a crescere.
    Quella e questa classe dirigente economica ha fatto un’altra scelta, quella di vedere le nuove classi emergenti come dei pericoli per la propria sopravvivenza ed ha demandato alla classe politica ed alla Chiesa la funzione repressiva di ogni istanza che avesse una parvenza di sviluppo democratico.
    Questo popolo ha spesso ceduto ai prepotenti/potenti di turno rivelando una acquiescenza molto pericolosa, non ha insomma considerato la democrazia come un progetto comune da costruire e conseguire.
    Anzi si è fatto convincere dalle sirene del nazionalismo e del fascismo da una parte, ma anche dal massimalismo parolaio dall’altra.
    Occorre però anche riconoscere che l’adesione al nazionalismo ed al fascismo è stata conseguenza della sconfitta, ottenuta anche con la violenza, di una ipotesi riformista e rivoluzionaria portata avanti da una dirigenza di sinistra inetta ed incapace di capire cosa stesse accadendo e chiusa in una visione prettamente ideologica delle forze in campo.
    Non mi sento pertanto capace di negare totalmente una responsabilità ed incapacità collettiva perché tale popolo non è stato in grado di esprimere una reale dirigenza e di ribellarsi ad una che si è dimostrata incapace ed di conseguenza pericolosa perché ha portato al disastro.
    Altrettanto non mi sento di non riconoscere che dall’unità d’Italia ci sono state espressioni di desiderio e volontà di democrazia diretta e di difesa contro le ingiustizie, anche se si sono espresse con forme di ribellismo (brigantaggio dopo l’unità, lotte sindacali, rifiuto della guerra, diserzione, resistenza alla violenza fascista, antifascismo nell’esilio, lotta partigiana, esempi di lotta partigiana anche dopo la liberazione, emigrazione, rivolte contadine, occupazioni di terre, ’68, consigli di fabbrica, lotta contro il terrorismo di stato, scuole popolari, strutture di base in generale, referendum aborto/divorzio, centri sociali, comitati di quartiere, organizzazioni patronali, ecc).
    Questo popolo ha cercato di praticare la democrazia attraverso la lotta facendo partecipare le più svariate posizioni politiche senza chiedere se i partecipanti erano cattolici o comunisti o socialisti od anche dei borghesi.
    Ancora oggi minoranze tentano di ricostruire un tessuto popolare di lotta, ma i
    condizionamenti culturali (anche ideologici) se sono posti sono un enorme fardello e non
    possono che portare al fallimento.

    Privato di quella intuizione, tutto il dibattito è diventato più astratto, retorico, ambiguo: la crisi politica del nostro paese si è mescolata (sino ad esserne del tutto sommersa) alla crisi economica globale e alla crisi ambientale planetaria; la crisi del sistema politico è confluita nella crisi del “sistema” tout court; i grandi mali dell’Italia – devastazione del territorio, illegalità diffusa, grande criminalità, casta politica – sono stati ricondotti a conseguenze del capitalismo e della sua “ossessione produttivistica”; l’orizzonte dell’iniziativa è diventato quello della “uscita da questo sistema” giudicato “non riformabile”, espressione politicamente paralizzante.

    E’ evidente come il capitalismo sia oltremodo responsabile dell’impoverimento economico, dello sfruttamento delle persone e della natura e della schiavitù oggi riemersa.
    Allora se tutto è da attribuire al capitalismo non rimane che abbatterlo violentemente, ma non sapendo cosa proporre per il suo superamento si può solo rimanere paralizzati.
    Però prima di capire se tutto è da attribuire al capitalismo alcuni punti sono da chiarire.
    Il capitalismo non è solo portatore di un sistema economico, ma anche di una cultura, di una vera ideologia, quella della classe dominante, a lui funzionale.
    Le due cose non possono essere disgiunte ed abbiamo assistito ad una loro accettazione ed omologazione di massa.

    In questa situazione che sembra essere inesorabile ed ineluttabile esistono, ovvero possono essere create, in particolari momenti, iniziative che pur innestandosi in questo sistema sono in grado di evidenziare non solo contraddizioni, ma proporre soluzioni alternative (cooperative, mutuo soccorso) che non vanno nel verso del ribaltamento del sistema vigente, ma si pongono nella difesa di settori sociali deboli. Le ipotesi economiche, culturali e politiche che vengono portate sono in quel momento antitetiche al pensiero dominante sia economicamente (ecologia, bio) sia politicamente (assemblearismo, associazionismo vario, comitati di cittadini). E’ poi evidente, e l’esperienza ce lo dice, che facilmente queste esperienze degenerano o vengono riassorbite nel sistema, magari mutandone le caratteristiche originarie, ma anche perché vengono individuati come ulteriori occasioni di profitto nel momento in cui diventano significative o di indirizzo dei consumi.
    Tutto questo comunque non nega l’effetto profondo che tali iniziative assumevano nel momento storico in cui venivano poste.

    Ma partire dal capitalismo come responsabile unico di quanto viviamo in Italia (nel mondo?) senza esaminare le responsabilità collettive ed individuali di chi vive in questo sistema, e di cui ne apprezza anche i vantaggi è sicuramente sbagliato.
    Credo che al riguardo il problema del razzismo, dell’integralismo religioso, dell’intolleranza verso il diverso siano sintomatici per non attribuire al capitalismo ogni responsabilità.

    L’altro aspetto è la non riformabilità del sistema. Se si intende che il sistema capitalistico possa evolvere in un sistema socialista attraverso riforme me la sento di escluderlo, anche perché non vedo all’orizzonte, anche da un punto di vista prettamente teorico, una proposta di un diverso sistema economico. Ugualmente se si intende che questo sistema capitalistico possa essere abbattuto sostituendolo con un nuovo sistema a noi sconosciuto.
    Se parliamo di ideologia, di rivoluzione comunista, secondo alcuni è tutto pronto basta applicarli.
    Pertanto credo che il nostro orizzonte è molto più limitato, anche se molto impegnativo, perché dobbiamo rispondere ai principi base che pensavamo definitivamente acquisiti anche in questo sistema occidentale (diritti, razzismo, lavoro, democrazia, giustizia, eguaglianza), ma che non sono ancora acquisiti nel resto del mosto (ce ne eravamo dimenticati).
    Ugualmente non si può ridurre il capitalismo a puro centro di potere personale, ove persone, individui non sono più espressione di un sistema economico ma semplicemente di un arrivismo personale anche violento nei rapporti reciproci. Se fossero solo persone sarebbe più facile sostituirli con altre persone più capaci ed etiche. Non vedo pertanto il capitalismo come persone organizzate (tipo massoneria) che pensano solo al loro interesse individuale (che evidentemente non può non esserci) ma che invece capiscono che la propria esistenza è legata all’altro ed alla sconfitta di qualsiasi opposizione sociale, ma anche che il proprio successo è la sconfitta dell’altro pari.
    Non vedo pertanto gli aspetti oligarchici o plutocratici oggi, pur accentuatisi negli ultimi anni, prevalenti all’interno del sistema economico dominante perché se fosse così prevarrebbero solo atteggiamenti individuali o al massimo di caste o di centri di potere (che ripeto comunque ci sono) e non di appartenenza complessiva ad una idea di società, di ruoli, di interessi.

    D’altro lato, sono state respinte le due proposte che ritenevo più importanti. La prima, era di fare della lotta ad ogni forma di razzismo una discriminante politica fondamentale. La seconda, era di esplicitare un’idea di nazione come spazio libero e sovrano, solidale e inclusivo, e come sistema (sociale, istituzionale, economico) da governare.
    Insieme, questi due principi dovrebbero fondare – nelle mie intenzioni – una politica liberata dalla sudditanza ai poteri finanziari e militari sovranazionali, la solidarietà con le resistenze antimperialistiche, la lotta per l’emancipazione del moderno quarto stato costituito in gran parte di migranti, contro le concezioni identitarie e reazionarie dilaganti, contro i mali storici e l’attuale involuzione del nostro paese, egoista e impaurito.

    Tutto quanto detto sopra sul primo punto è fondamentale e mi meraviglio come non sia stato acquisito come punto discriminante. Credo più ad una superficialità che ad una scelta anche se ci possono essere aspetti derivanti da una propria storia piuttosto ideologica.
    Mi riferisco a quegli atteggiamenti già verificatesi nel passato dove problemi come il razzismo, il rispetto delle diversità, ma anche il rispetto della donna e della sua diversità dall’uomo erano demandati ad un futuro dopo la rivoluzione che avrebbe risolto ogni problema.
    Invece giudico fondamentale oggi una lotta culturale continua non solo nel pubblico, ma anche, importantissimo, nel proprio privato di esempio e di educazione verso quelle che saranno le nostre future generazioni. Se pensiamo di essere persone che vogliono ragionare e non accettare alcuna imposizione, abbiamo la responsabilità di far valere tali ragioni e non tirarci indietro.
    Riguardo il secondo punto la definizione di uno spazio libero e sovrano, evidentemente pieno di contenuti come detto sopra, a mio avviso si scontra con tre limiti sostanziali che se non chiariti e superati ne possono determinare il fallimento prima ancora che nasca.
    Il primo che mi viene è in mente è la classe politica che dovrebbe governare un processo così complesso. Il secondo è come questa realtà da “isola felice” (in verità luogo e momento di scontro pesante) si inserisca in un mondo diventato così piccolo e debba scontrarsi con interessi sovranazionali. Il terzo riguarda i contenuti che vogliamo prevalgano e quali rapporti di forza servono per portarli avanti e come ribaltiamo i rapporti di forza attuali.
    Non basta avere buone idee, gli interessi collettivi possono scontrarsi con interessi individuali a cui noi stessi o persone come noi non facilmente sono disposti a rinunciare.
    Vedere la nazione come questo spazio non è forse limitativo al punto da portare all’impotenza ed al fallimento per l’impossibilità di arrivare ai veri centri di potere che sono altrove o si spostano altrove, se c’è la necessità, o comunque si potrebbero creare dei nuovi centri di potere in contrasto con altri spazi che persone come noi intendono creare o comunque questa nuova indipendenza viene pagata da altri che la perdono oppure è l’inverso ?
    Se invece questo spazio è per noi lo spazio naturale di intervento perché è a nostra misura, è palpabile, raggiungibile, controllabile perché è anche uno spazio omogeneo (non lo vedo geografico ovvero all’interno di barriere naturali) di persone che non necessariamente parlano la stessa lingua, ma cominciano a condividere lo stesso progetto, che hanno una storia comune fatta anche di lotte feroci e contrasti reciproci, allora la parola nazione può assumere un certo significato. Sempre e vorrei ripeterlo mai a scapito di nessuno e niente al proprio interno e di nessuno e niente all’esterno se non delle classi dominanti.

    La domanda che ad un certo punto del confronto mi sono dovuto porre, e che riveste credo una importanza che va al di là dell’iniziativa di Chianciano, è la seguente: quale tipo di politica emerge dal documento presentato infine dal gruppo?
    Il documento fondativo, per quanto dichiarato aperto ad ulteriori modifiche, si presta di fatto soltanto ad un preciso tipo di politica: una politica che io considero, fatte le dovute proporzioni, la moderna riedizione del massimalismo socialista.

    “Fuori dal recinto” si colloca però anche nello spirito del nostro tempo, che tende sempre più a fondere l’orizzonte della crisi del capitalismo con quello della crisi ambientale, la lotta di classe con le lotte dei movimenti locali, la lotta al capitalismo che sfrutta l’uomo con la lotta al capitalismo che sfrutta la natura. Un massimalismo rosso-verde, in conclusione, quello verso cui sembra orientata l’associazione; una prospettiva eco-socialista, ha detto infatti uno dei sostenitori di questa concezione; in realtà, molto più verde che rosso, dato che la scelta per la decrescita, ribadita contro le perplessità di tanti, implica che alla base di questa prospettiva ci sono le lotte ambientaliste locali, non certo quelle di chi si oppone alla chiusura della fabbrica.

    Evidentemente qui si pone il limite oggettivo di ogni tentativo di creare nuovi soggetti di intervento. Anche se le analisi della società italiana fossero state fatte e rispecchiassero la realtà e la sua possibile evoluzione, il famoso “Che fare?” si ripropone un minuto dopo e cadere in slogan, in frasi roboanti, in un nuovo o vecchio massimalismo è inevitabile. Ci sono sempre nuovi teorici che propongono ricette varie (oggi la decrescita anche se dal proponente abbandonata) a cui la nostra disperazione si aggrappa. Evidentemente questa non è la via.
    Dal mio punto di vista oggi, magari non domani, la situazione che ci troviamo è la seguente.
    -Non conosciamo il mondo in cui viviamo e pertanto è evidente l’assenza di una qualsiasi ipotesi di cambiamento
    -Il mondo cambia talmente velocemente che stiamo analizzando una realtà che già è stata superata dei fatti. Questa crisi noi, non so i capitalisti, non ce l’aspettavamo quanto meno di queste dimensioni
    -La tendenza a destra in occidente è in marcia da parecchio tempo con pericolose tendenze autoritarie e fasciste
    -Le guerre e l’impoverimento sono inevitabili per la sopravvivenza di questo sistema economico con tutte le conseguenze che ne derivano di emigrazione forzata, se si vuole evitare la morte propria e dei propri figli, verso l’occidente ed i meccanismi perversi di razzismo, esclusione che qui si determinano
    -Abbiamo però coscienza a livello individuale non ancora collettivo che questa condizione non può proseguire se non con un arretramento di vera e propria civiltà
    Aspetti organizzativi anche tra persone diverse sono fondamentali per evitare una morte sicura e non disperdere energie, forze, intelligenze anche se le opinioni teoriche e pratiche sono molto diverse. Solo il confronto/scontro tra di noi ci può far fare un passo avanti, l’isolamento ci porta alla sconfitta.
    A chi propone oggi un massimalismo di ritorno devono essere opposte delle ipotesi diverse, ma non una posizione ideologica, ma neppure una posizione ecumenica del siamo tutti fratelli.
    Quali cambiamenti ci aspettano se vogliamo sopravvivere !
    Leggendo alcune cose sui link ricevuti delle organizzazioni che si sono ritirate dal progetto ho proprio questa impressione e cioè alcuni aspetti puramente ideologici e altri di non essere stati neppure considerati nel nuovo progetto hanno prevalso.
    Attenzione ai vecchi schematismi sessantotteschi dove tutti si consideravano tenutari della verità e si vede oggi tutti che fine hanno fatto (evidentemente non mi tiro fuori).


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