Pubblicato da: CR | 20 ottobre 2008

spunti di riflessione in vista del convegno di Chianciano

Il 25-26 Ottobre si terrà un convegno che si presenta interessante:

Fuori dal recinto!
Vicini al disastro, è ora di iniziare battaglie vere. Prima che sia troppo tardi
INCONTRO NAZIONALE 25-26 OTTOBRE – Hotel Sole, Via delle Rose – Chianciano Terme

PROMOTORI DELL’INCONTRO DI CHIANCIANO: Badiale Marino, Bontempelli Massimo,
Fanesi Emanuele, Fratta Maurizio, Mazzei Leonardo, Pasquinelli Moreno, Roberto Gabriele

Anch’io ci andrò. Con quali aspettative? Innanzitutto, con la speranza che, come negli auspici dei promotori, si riesca a dar vita ad un’iniziativa politica, per evitare “il disastro”; o almeno, a porne le basi e tracciare un percorso. Credo che un grande sforzo sia stato compiuto al fine di individuare direttrici di azione politica, capaci di raccogliere consenso e di influire sui processi in corso, rifiutando l’impotenza del settarismo e della pura testimonianza.

L’analisi e la proposta sono adeguati alla bisogna? Sinceramente, non credo; e non so se lo credono gli organizzatori. Sicuramente hanno calcolato di aver raggiunto un livello di maturità tale da poter ispirare una iniziativa politica coerente e credibile: qualcosa su cui costruire, insomma.

1) Io credo che occorra innanzitutto ringraziare i promotori per aver deciso di mettere in campo la loro elaborazione e confrontarsi con il fine preciso di verificare le condizioni per una iniziativa politica e tracciare un percorso. Questo stessa decisione potrebbe essere la condizione per far compiere un salto di qualità al confronto collettivo.

Concordo in particolare su due punti. Da un lato, l’urgenza di una iniziativa politica per ripristinare il patto sociale, operare una redistribuzione del reddito, difendere i principi di solidarietà, tolleranza ed inclusione, ecc ecc. Dall’altro, la scelta di proporre la difesa (o il ritorno alla? o la realizzazione?) della Costituzione come terreno qualificante.di tale iniziativa.

Nel mio modo di vedere, ad essere sotto attacco con la globalizzazione neoliberista e poi con la crociata contro il terrorismo è proprio il principio nazionale (preciso che per “principio nazionale” intendo la moderna dimensione della politica, fondata sul patto sociale tra abitanti di un determinato territorio, sulla progettualità e su un sistema socio-economico integrato; il contrario, quindi, degli identitarismi nazionalistici o folkloristici o statalisti o di altro tipo.). Tale principio, dicevo, è stato subordinato ad entità e meccanismi ideologici, bellici ed economici sovranazionali e antinazionali.

In questo attacco, gli stati alleati degli Usa hanno generalmente adottato una tattica di sostegno limitato e di sostanziale resistenza passiva che ha sinora saputo contenere i danni (per noi occidentali); ma lo hanno fatto senza quasi mai osare contestare apertamente il nuovo corso Usa, e adeguandosi ad ogni nuovo “strappo” al diritto tradizionale.

A parte il fatto che la situazione non è sostenibile ancora a lungo per nessuno, rimane il fatto che a subire le conseguenze peggiori di questa situazione sono i paesi con minore coesione sociale, a partire dall’Italia, patria dell’evasione fiscale, della criminalità organizzata, dell’economia sommersa e del lavoro nero, del conformismo vaticano, delle stragi impunite, ecc; il paese della prepotenza, dell’impunità, dei conflitti di interesse, delle diseguaglianze, dei record dei consumi individuali; e negli ultimi anni, divenuto anche il paese dell’operazione-Fallaci, della xenofobia, della insicurezza percepita, delle impronte digitali, degli sgomberi e dei pogrom.

In questo contesto, il ritorno alla Costituzione significa il ritorno al patto fondativo della nazione, un riferimeno oggi di valore politico incalcolabile contro egoismi e identitarismi.

2) Per quanto riguarda invece le mie perplessità sull’analisi, esse sono quasi tutte riconducibili a quella che definirei la mitologizzazione del capitalismo (e del suo concetto complementare, la borghesia), e che consiste nell’identificare – sulla scia di celebri pagine del “Manifesto del partito comunista” – concetti diversi come capitalismo, industrializzazione, grande impresa, economia di mercato; consiste nell’attribuire al capitalismo meriti e demeriti dell’industrializzazione, della formazione dello stato moderno, dello sviluppo scientifico e tecnologico, della crescita di produttività; significa alla fine associare al capitalismo tutte le conquiste della civiltà europea. Ma soprattutto significa semplicemente, alla fine, disarmarsi. Io preferisco pensare il capitalismo – seguendo Giovanni Arrighi e Comidad – come il livello dei grandi affari, talvolta criminali, realizzati attraverso il controllo dei meccanismi del credito e con la complicità di apparati statali, anche attraverso le guerre; un livello che opera al di sopra del mercato, o anche assoggettandolo e stravolgendolo.

Il discorso sarebbe molto lungo, e non lo posso sviluppare ora. Passerò quindi direttamente a descrivere brevemente alcuni punti in cui questa distorsione ideologica, a mio giudizio, indebolisce direttamente o indirettamente l’analisi.

2a) Una certa sottovalutazione dei significati politici della crociata contro il terrorismo. I fronti contro cui lottare sono due: da un lato la globalizzazione neoliberista, in realtà una politica di saccheggio sistematico delle risorse delle nazioni e dei popoli del mondo da parte del capitale occidentale; dall’altro, la guerra al terrorismo, in realtà una guerra santa dell’Occidente volta a debellare i popoli del Medio Oriente ma anche – nell’interpretazione europea – ad assoggettare il nuovo proletariato, quegli immigrati di cui i paesi ricchi non possono fare a meno. Si tende a ricondurre la guerra al terrorismo nell’ambito dei meccanismi del capitalismo e dell’imperialismo (a sua volta considerato espressione del capitalismo). Io ritengo invece che così come il neoliberismo è in sostanza una ideologia anti-politica (e non una dottrina economica), la cui vittoria ha inaugurato il decennio del sonno della politica e della globalizzazione spensierata, così la guerra al terrorismo rappresenta il ritorno della politica, di un certo tipo di politica, analoga a quella dei cosiddetti totalitarismi del novecento, ispirata dalla destra radicale Usa: il sonno della ragione (politica) ha generato mostri (politici). I fronti sono perciò due ed autonomi: infatti ci troviamo ad avere a che fare oggi sia con globalizzatori antirazzisti, che con crociati anti-globalizzazione. E’ solo il predominio del “politically correct” a mantenere l’unità dei due fronti; mano a mano che crescono gli ostacoli al dominio globale dell’Occidente, le retoriche della globalizzazione svaniranno e lasceranno il posto alle retoriche della destra cristiana, islamofoba, classista e bellicista. Queste retoriche si qualificano come “politica dei valori” e forniscono un’alternativa identitaria, securitaria e autoritaria alle incertezze e ai bisogni della gente, e richiedono da parte nostra, tra l’altro, la capacità di contrapporre narrative alternative alle mitologie dell’Occidente, tra le quali quella sul capitalismo è di primaria importanza.

2b) Una certa sottovalutazione del problema del razzismo, che è secondo me invece il discrimine decisivo per qualsiasi proposta politica oggi. La globalizzazione neoliberista produce xenofobia, la guerra al terrorismo produce – e si nutre – di razzismo e del nuovo antisemitismo anti-arabo e anti-islamico. Lo stesso concetto di “civiltà occidentale”, la stessa contrapposizione ariani-semiti, sono invenzioni fondamentalmente razziste, elaborate nell’epoca d’oro dell’imperialismo europeo, nella seconda metà del XIX secolo.

2c) La caratterizzazione del capitalismo attuale come centrato sulla produzione e lo sviluppo. In realtà ciò che si è fatto più chiaro negli anni della globalizzazione neoliberista è l’indifferenza del capitalismo per lo sviluppo. Abbiamo assistito alla finanziarizzazione dell’economia, alle fusioni e i tagli, alla nascita della casta dei super-manager che rovinavano le società loro affidate – ma solo dopo aver prodotto dividendi enormi per gli azionisti, alla volatilità dei mercati azionari e il conseguente scoraggiamento di investimenti a lungo termine, alle delocalizzazioni, ecc. In realtà, la produzione per il mercato – con i suoi annessi e connessi di innovazione, concorrenza, bassi margini di profitto, ecc – è migrata nell’Asia orientale, mentre l’Occidente si sta tendenzialmente deindustrializzando. Emblematica è stata la vendita del settore personal computers dell’Ibm ai cinesi. Il capitalismo attuale è secondo me meglio descritto dal termine plutocrazia: l’arricchimento e l’affarismo, non la produzione, sono diventati, anche a livello di massa, i principi cardine dell’economia. E ogni aspetto della nostra vita è diventata potenziale preda di speculatori, non in nome della produzione ma del semplice diritto di fare affari. L’invasività di ciò che viene presentato oggi come sviluppo, per esempio la Tav o il ponte sullo stretto, proviene dal loro carattere di “grande opera”, caratteristica necessaria dei grandi affari nell’epoca attuale, in cui appunto il capitalismo non vede più un affare nella produzione per il mercato, ma solo nella gestione della spesa pubblica. L’ammodernamento della rete ferroviaria italiana potrebbe dare un contributo molto maggiore allo sviluppo dell’economia nazionale, ma sarebbe un affare molto meno redditizio e molto più faticoso.

3) I punti sovraelencati sono tra loro intimamente collegati: basta riflettere sul fatto che identitarismo, razzismo, autoritarismo, stato di polizia e bellicismo costituiscono in fin dei conti le espressioni della politica nell’era del trionfo della plutocrazia e della crisi del principio nazionale. Contro tutto ciò, ribadisco, il richiamo alla Costituzione è pertinente ed efficace: essa richiama il patto sociale, i diritti individuali e collettivi, la funzione sociale della proprietà privata, l’equilibrio dei poteri, ecc; ma soprattutto rappresenta il principio nazionale (e internazionalista) da contrapporre agli identitarismi e agli egoismi dei seguaci della nuova pericolosa e reazionaria ideologia occidentalista.

[Nota: al post originale ho apportato diverse piccole correzioni non di sostanza]

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Responses

  1. Conosco questo blog da pochi giorni e mi sto appena orientando. Ho letto con interesse gli interventi e lo ho dovuto rileggere più volte perchè l’impostazione non mi è consueta: capitalismo, plutocrazia, globalizzazione sono concetti consueti, ma le loro accezioni o il loro “funzionamento” sono presentati in modo originale.

    Non voglio però entrare adesso direttamente nella discussione delle tesi esposte, quanto piuttosto parlare della iniziativa “Fuori dal recinto!” di cui si parla qui

    Mi sembra che questa iniziativa spieghi bene il momento in cui ci troviamo, dopo la sconfitta elettorale della sinistra e la conseguente disintegrazione organizzativa. Questo è un momento in cui è diventata evidente la necessità di una ripartenza seria, non dell’ennesima rifondazione. Una necessità sentita da tante piccole realtà, ciascuna con il suo linguaggio e le sue idee e la sua naturale (anche se sbagliata) pretesa di egemonia. In piccolo in questo periodo a Milano alcune realtà (associazioni politiche e culturali di base) si stanno riunendo spinte dalla stessa esigenza.
    Il blog sul convegno di Chianciano è perfetto per descrivere l’esperienza di Milano. Cito:

    “Anch’io ci andrò. Con quali aspettative? Innanzitutto, con la speranza che, come negli auspici dei promotori, si riesca a dar vita ad un’iniziativa politica, per evitare “il disastro”; o almeno, a porne le basi e tracciare un percorso. ………………..
    L’analisi e la proposta sono adeguati alla bisogna? Sinceramente, non credo; e non so se lo credono gli organizzatori. Sicuramente hanno calcolato di aver raggiunto un livello di maturità tale da poter ispirare una iniziativa politica coerente e credibile: qualcosa su cui costruire, insomma.
    Io credo che occorra innanzitutto ringraziare i promotori per aver deciso di mettere in campo la loro elaborazione e confrontarsi con il fine preciso di verificare le condizioni per una iniziativa politica e tracciare un percorso.”
    Forse a Milano c’è un po di (illusoria) certezza di avere già una proposta adeguata alla bisogna, ma su quello ci penserà la realtà far trovare la giusta modestia. L’importante è appunto che i promotori abbiano “deciso di mettere in campo la loro elaborazione e confrontarsi con il fine preciso di verificare le condizioni per una iniziativa politica e tracciare un percorso”


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