Pubblicato da: CR | 30 aprile 2008

Partito Democratico: missione (suicida) compiuta

Il Partito Democratico, e in particolare la leadership di Veltroni, nascono nel segno della catastrofe. Nel giro di due settimane hanno consegnato il governo a Berlusconi e la capitale ad Alemanno.

Entrambe le sconfitte presentano risvolti sconcertanti. A livello nazionale, era stata irresponsabilmente considerata una mezza vittoria il fatto di aver sgomberato il campo dai propri stessi alleati! Ma quale politico non avrebbe fatto ponti d’oro per tenersi cara la pattuglia di partitini ed personaggi che, a partire da Bertinotti, votavano sempre con il governo? Proprio per questa loro subalternità congenita, una volta lasciati fuori dalle alleanze protettive richieste dalla legge elettorale di regime, sono stati spazzati via dai loro elettori.

A Roma, stupisce l’entità della sconfitta personale di Rutelli. Il confronto con il successo del diessino Zingaretti alla provincia smentisce ogni discorso di vento di destra, lasciando il campo ad altri fattori, tra cui la vendetta degli elettori di sinistra, la ribellione di molti romani contro la gestione privatistica del Campidoglio, l’ossessione della cosiddetta emergenza sicurezza, alimentata anche da Veltroni e Rutelli, che ora addirittura si duole per non averla cavalcata con maggiore convinzione. 

Ma soprattutto, secondo me, per far “precipitare” certi stati d’animo in comportamento di voto ben preciso, ha pesato il fatto che contro Rutelli il Pdl non abbia schierato uno dei tanti politici che non rappresentano nulla, ma una tradizionale figura di militante politico, rispetto al quale Rutelli è apparso come un lontano fantasma. Insomma ho il sospetto che se si fosse ripresentato il piccolo burocrate Fini avrebbe perso, e che quella di Alemanno sia una vittoria dal forte sapore personale.

Ma qual’è il perverso segreto del Pd? Com’è possibile, nel giro di pochi mesi, terremotare in modo così autolesionistico la politica italiana? Facile dare tutta la colpa ai due bamboccioni, ma il disastro merita un’analisi più ampia.  La mia tesi in sintesi è la seguente. Il Pd è l’espressione di un ceto politico ormai eterodiretto; è nato per gestire la normalizzazione della sinistra, obiettivo facilmente raggiunto con l’assegnazione della presidenza della Camera a Bertinotti e la formazione del triste governo Prodi nel 2006. Ma l’equilibrio raggiunto non era evidentemente considerato sufficiente; in particolare il blocco della Tav trovava qualche eco in Parlamento, e ogni decisione di politica estera diventava occasione di scomodi dibattiti. Per compiacere i suoi “azionisti di riferimento”, il Pd ha gioiosamente e catastroficamente compiuto la missione suicida: passare dalla normalizzazione della sinistra alla semplificazione. Ora è orgogliosamente solo, stupito dei voti che mancano all’appello, rintronato dalla botta inaspettata, ma del tutto impossibilitato a cambiare la strada intrapresa. 

Ma andiamo con ordine.

Occorre tornare a chiedersi: per quale motivo è nato il Pd? Che senso ha questo collage di ex-comunisti ed ex-democristiani, di incerta collocazione in Europa? Esso è nato in complicità con Rifondazione Comunista per regalare una rendita di posizione, all’interno del polo di sinistra (l’Ulivo), a spezzoni di un ceto politico stanco e corrotto, autoreferenziale, senza altro disegno per la nazione che non fosse quello del pacifico asservimento coloniale a tutti i poteri esistenti, esterni (Usa, Nato, Ue, Vaticano) ed interni (banche, asssicurazioni, Confindustria, ecc, a loro volta spesso asservite alla finanza internazionale). In altre parole: normalizzare la rappresentanza politica all’interno del polo di sinistra del bipolarismo italiano, attraverso un gioco delle parti Pd-Prc.

Gestazione e nascita del Pd da un lato, e logorio e crisi del governo Prodi dall’altro, sono strettamente interrelati. E non solo nella fase conclusiva, quando la riesumazione della sponda-Berlusconi per una legge elettorale che consentisse comunque di disfarsi dei “piccoli”, ha scatenato la risposta di Mastella (e il suo mitico: “Volevi correre da solo? Ora puoi farlo!”). Gli appelli dell’establishment italiano a disfarsi della sinistra radicale iniziano già il giorno dopo le elezioni del 2006. Ds, Margherita e poi il Pd sono stati la cassa di risonanza di tali appelli. Per due interminabili anni, si sono evocate vaghe riforme necessarie al paese, che solo la testarda e antistorica resistenza della sinistra sembrava impedire; e intanto nessuno dei provvedimenti inseriti nel programma su richiesta della sinistra veniva approvato – anzi, spesso si andava in direzione opposta. Falliva però anche “la spallata” di Berlusconi.

In questo contesto di stanchezza generalizzata il nuovo partito è stato consegnato – per assenza di alternative – all’ex visionario dell’Ulivo, che ha dato la sua particolare versione del disegno liquidatorio che era alla base del Pd. Una versione non solo astiosamente nemica di ogni resistenza ai desideri dei poteri forti, ma anche ansiosa di completare lo sradicamento dalla propria storia e dalla storia italiana tout-court, e quindi nemico della sinistra tradizionale, in tutte le sue forme; una visione nel complesso profondamente antipolitica. E’ questo il senso più autentico degli appelli di Veltroni per una “politica leggera”: leggera perché liberata di ogni peso, cioé di ogni dovere e di ogni memoria. E così si spiegano il rifiuto di allearsi non solo con la Sinistra Arcobaleno, ma anche con il Psi di Boselli; e la ricerca, invece, dell’accordo con Di Pietro e i radicali.

Certo, il modo in cui Veltroni ha gestito il passaggio dalla strategia della normalizzazione della sinistra a quella della semplificazione è stato superficiale e frettoloso. Lo ha fatto per la superficialità della sua idea di politica, e con lo spirito del “cogli l’attimo!”, consapevole del logoramento irreversibile di Prodi e Bertinotti, e indotto inoltre in tentazione dalla perversa legge elettorale. Ma alla base di tutto non dobbiamo dimenticare che c’è la crescente ingordigia dei poteri forti e quindi la loro impazienza nei confronti del ceto politico italiano, e la conseguente frustrazione  di alcune componenti di tale ceto definibili ormai solo come “di servizio”, incapaci di dare ai suoi padroni l’unica risposta che vogliono sentire: che tutto è sotto controllo, che gli affari si faranno senza impacci. 

O, chissà. Forse i poteri forti si sarebbero anche accontentati del tanto che il governo Prodi poteva dare loro, ma all’interno del ceto politico si è aperta la concorrenza tra aspiranti zelanti servitori, ciascuno dei quali prometteva di poter fare ancora di più. Forse Veltroni non voleva perdere l’occasione di appoggiare un futuro attacco Usa all’Iran, così come D’Alema manovrò per sostituire Prodi proprio in tempo per aiutare Clinton nel distruggere la Serbia e colonizzare i Balcani.

Chi veramente è mancato al suo compito, mostrando tutti suoi limiti politici e umani, è stato Prodi. Era lui il garante del programma. Lui avrebbe dovuto difendere l’unico possibile equilibrio che consente di dare all’Italia un’alternativa alla destra. E invece – troppo furbo per farsi scavalcare, nel ruolo di governatore della colonia, dai Veltroni, i Dini, i Rutelli – ha voluto prendere in mano il bastone egli stesso, declamando i famosi 12 punti, ovvero i desiderata dei poteri forti. La sinistra si è lasciata stracciare in faccia il programma faticosamente concordato, ed ha pagato. Rutelli si è trovato contro il rappresentante di una specie sconosciuta, uno che aveva ancora voglia di fare politica, ed ha perso senza avere ancora capito perché. Il progetto di Veltroni e del Pd si stava appena cominciando ad articolare, ed è già in frantumi.

Che dire? Buon lavoro, Alemanno!

Annunci

Categorie

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: