Pubblicato da: CR | 8 aprile 2008

un voto socialista per Sinistra Critica il 13 Aprile

Può un voto socialista – sì, proprio nel senso di socialista riformista e moderato – andare a Sinistra Critica? E andarci proprio in quanto tale, cioè socialista? Beh, il mio ci andrà. Il perché sarebbe anche breve, è come ci sono arrivato che è un po’ lungo da raccontare.

Ho definitivamente smesso di votare Psi nel 1992, quando Craxi, consigliato da Amato (da allora ribattezzato dottor sottile), si era messo a correre dietro al picconatore Cossiga: per me era la goccia che faceva traboccare il vaso, il punto terminale di un’involuzione politica. Ma il partito era gà finito, e crollò come un guscio vuoto con Mani Pulite. Di esso oggi sopravvivono solo rottami e naufraghi (me compreso, probabilmente, dato che andarsene a casa non è una risposta politica – ma questo voto del 13 Aprile lo sento quasi come un possibile ritorno nel mondo dei vivi). Da anni mi barcameno alla ricerca del meno peggio tra simboli, candidati, leader nell’area del centro-sinistra laico. Oggi mi viene di nuovo offerta la possibilità di votare con uno spirito che risuona con la mia vecchia militanza politica.

Certo, la mia visione oggi è molto diversa da quella degli anni ’80. Dopo aver attraversato (non senza danni, lo confesso) la tempesta ideologica del pensiero unico, sono tornato alle origini del mio impegno (mi iscrissi al Psi nel 1975, in un ben diverso clima politico, quello dell’onda lunga del ’68).

La svolta è cominciata per me nel 2000, di fronte all’acquiescenza dell’Occidente nei confronti della politica israeliana, appena un anno dopo il bombardamento della Serbia (che già di suo mi aveva alla fine nauseato, votato com’era alla distruzione di una nazione piuttosto che alla salvezza dei kosovari albanesi, i cui terreni e villaggi abbiamo irrorato di uranio impoverito). La politica israeliana, simboleggiata dagli onnipresenti bulldozer, mi apparve all’improvviso per quello che era: una politica razzista di pulizia etnica e di apartheid. Ma per Sharon non valevano le regole che abbiamo imposto a Milosevic.

Poi c’è stato lo sgomento di fronte al commento irresponsabile e canagliesco del cardinale Biffi dopo gli attentati dell’11 settembre: “non si integrano … ve l’avevo detto che sarebbero state lacrime e sangue …” e di fronte all’operazione-Fallaci sponsorizzata nientemeno che dal Corriere della Sera: la crociata anti-araba e anti-musulmana bandita sul quotidiano della borghesia liberale (ma mi faccia il piacere, direbbe Totò).

Poi l’ingiustificabile aggressione a freddo all’Iraq (crimine supremo secondo il tribunale di Norimberga voluto e condotto dagli stessi Usa) e le insopportabili retoriche, ipocrite, vittimiste, razziste e violente, della guerra santa contro il terrorismo.

Poi c’è stata la critica della globalizzazione neoliberista. Ero stato abbastanza convinto che la globalizzazione avrebbe vinto sul neoliberismo, nel momento in cui popoli diversi fossero stati coinvolti nei processi produttivi, commerciali e di consumo globale: la sindacalizzazione, la rivendicazione di diritti, ecc, avrebbero riproposto una specie di ripetizione allargata della storia europea. Vedevo il neoliberismo come una riproposizione di politiche di destra funzionali allo sviluppo produttivo, alle quali la sinistra – una volta riorganizzata – avrebbe ben saputo come rispondere.

Ma poi ho scoperto quanto la globalizzazione fosse finta, come l’abbattimento delle barriere commerciali fosse selettivamente imposto dai paesi ricchi al resto del mondo a senso unico e solo in cambio del saccheggio delle loro risorse. E sono giunto alla conclusione che la globalizzazione consiste alla fine soprattutto nella minaccia della delocalizzazione e nella libertà dei capitali occidentali di effettuare scorribande intorno al mondo. Il neoliberismo mi sembra invece non più una dottrina economica, ma una ideologia, una ideologia nemica di ogni corpo politico capace di contrapporre il linguaggio dei diritti e della solidarietà alla logica del saccheggio e dello sfruttamento, nemica di ogni senso di responsabilità nei confronti degli esclusi, nemica del concetto stesso di patto sociale: una vera e propria ideologia antipolitica.

In conclusione, penso che la ripresa di una politica oggi passa per la contrapposizione alle logiche e alle retoriche della globalizzazione neoliberista, della guerra al terrorismo, delle guerre umanitarie. E questo significa da un lato abbandonare alla radice ogni pretesa del cosiddetto Occidente di dettare le sue regole; e dall’altro, implica la critica delle mitologie del capitalismo e della democrazia su cui si fonda oggi una vera e propria ideologia occidentalista. E questa ideologia è il primo avversario da battere per superare la crisi della politica, anzi, si tratta di due facce della stessa medaglia.

Ora, la questione è la seguente. Non sono più un socialista io, perché penso queste cose? O è il movimento socialista ad attraversare una profonda ed esiziale crisi di identità? Io sono socialista (piuttosto che, poniamo, comunista od anarchico) perchè credo nel gradualismo, nel legalitarismo, nella partecipazione, in una certa idea della organizzazione degli interessi popolari, ecc. Ma sono socialista innanzitutto in nome di principi egualitari, libertari, internazionalisti. Cosa centra il socialismo con le aggressioni, le pulizie etniche, il saccheggio, l’esaltazione delle diseguaglianze economiche, la libertà di fare profitti immensi ed esportarli in paradisi fiscali?

In sintesi, credo che sotto le macerie del muro di Berlino ci siamo rimasti tutti. Credo che la diffusione a livello di coscienza comune delle grandi narrative fondate sul pensiero unico e sullo scontro di civiltà costituiscano due devastanti vittorie ideologiche della destra radicale americana, coadiuvate dai complici e subalterni europei. E che è ora che le varie componenti del vecchio movimento socialista in senso generale, e delle nuove sinistre post-68, facciano le dovute autocritiche e comincino a riorganizzarsi superando le divisioni del passato. Del resto, caduta l’ipotesi leninista di partito e di rivoluzione, non vi sono pregiudiziali ideologiche che lo possano impedire. E se a prendere l’iniziativa in questo senso sono comunisti, ebbene: bravi loro. Tanto, dal punto di vista della costruzione di qualcosa di nuovo, siamo tutti ex.

Sinistra Critica è un nucleo di questo processo? Non lo so. Certo, in fondo, lo spero. Potenzialmente, ed anche soggettivamente, lo è. Non pone pregiudiziali; presenta la falce e martello come simboli del lavoro; presenta un programma condivisibile; non si propone sul terreno ideologico ed identitario, ma cerca un terreno politico; persino la scelta del nome è incoraggiante in questa prospettiva. In che senso poi vorrà esserlo, e in che misura saprà effettivamente esserlo, non ne ho idea – e neanche loro, probabilmente.

Ma questa è in fin dei conti solo una speranza in più. La cosa più importante per me, oggi, è dare un voto a chi si batte concretamente per la chiusura dei Cpt, o contro l’allargamento della base di Vicenza, o che andata a dare sostegno prezioso alle popolazioni che si battono contro la Tav; a realtà di movimento che oggi rischiano repressioni poliziesche e giudiziarie durissime e sproporzionate per qualsiasi innocuo atto dimostrativo. Ne ammiro il coraggio e credo che siano una delle nostre risorse più preziose per il futuro del paese; credo che una parte di queste forze sia raggiungibile, nell’ambito delle liste che si presentano il 13 Aprile, attraverso Sinistra Critica; e credo che proprio questa caratteristica renderebbe così importante la capacità di SC diventare un fattore di coagulo di una nuova sinistra.

E poi mi piace la candidata Flavia D’Angeli. L’ho vista ribattere colpo su colpo in una tribuna elettorale accesa ed aggressiva. Ha lasciato la sicurezza del suo posto di funzionario di partito nel Prc per lanciarsi in un’avventura. Anch’io, tanto tempo fa, volevo fare il funzionario di partito. Fortuna che non ci sono riuscito …

Concludo con alcuni pensieri relativi al contesto particolare delle prossime elezioni. In generale, è importante votare per una lista piccola ma vitale piuttosto che astenersi. In questa fase di ulteriore decomposizione della rappresentanza politica italiana (decomposizione dei contenuti, che marcia parallelamente ad una ricomposizione di contenitori svuotati dal pensiero unico), è importante cogliere la possibilità di dare un segnale sulla direzione in cui vorrebbero muoversi coloro che non si riconoscono nel bipartitismo soffocante e alieno, parodia di quello Usa (di cui importeremmo solo gli svantaggi), imposto da una legge elettorale antidemocratica e più simile a quelle sperimentate in Iraq e in Afganistan (liste bloccate, supremazia dell’esecutivo e inciuci a tutti i livelli) che a quelle vigenti nell’Europa occidentale. E in più, noi abbiamo soglie di sbarramento senza eguali al mondo.

I partiti piccoli di questa campagna elettorale non hanno nulla a che vedere – detto con tutto il rispetto – con le liste delle casalinghe o dei pensionati di dieci anni fa. Allora, chi aveva un’idea generale trovava il modo di esprimerla in qualcuno dei partiti tradizionali. Oggi, i partiti tradizionali, dopo aver subito ripetute scomposizioni, ricomposizioni e cambi di nome e di simbolo, esausti, sono confluiti tutti in una specie di Mar dei Sargassi, dove non soffia un alito di vento, avvolti dalle alghe, immobili, a godersi finalmente la pace dei sensi. Accanto ai due galeoni del Pd e Pdl, le barchette del Psi, della Sinistra arcobaleno, dell’Udc, de La Destra, che sui galeoni non li hanno fatti salire.

Fuori dalla bonaccia, a proporre rotte diverse, sono in tanti. La vita si è trasferita dai partiti tradizionali alle tante, nuove piccole liste. Le tribuni elettorali di Rai2 hanno messo in condizione candidati spesso sconosciuti di esprimere i loro punti di vista eterodossi in modo sorprendentemente interessante. Al confronto, Ballarò sembra una rievocazione dedicata ai nostalgici di un’Italia passata e non rimpianta, e mette i brividi pensare che quella potrebbe essere invece ancora il nostro futuro.

Tra tante rotte diverse, c’è il comune sentire del grillismo – la nuova sensibilità nei confronti del modo di produrre e di consumare e l’insofferenza nei confronti della casta (delle caste), che si manifestano nell’opposizione alla Tav, all’allargamento della base Usa di Vicenza, al ponte sullo stretto di Messina, ecc: tutte quelle opere che certificano la subalternità del ceto politico alle logiche dell’affarismo e del bellicismo. C’è inoltre la comune, crescente insofferenza per le ingerenze e i privilegi della Chiesa.

Mi piacerebbe che in Parlamento riuscissero ad entrare tutte queste nuove liste, forse persino quelle di destra! Altro che astensionismo: fate la vostra scelta, ce n’è per tutti i gusti. ciascuno incoraggi le liste che sente più vicine alle sue posizioni, e facciamo prendere agli aspiranti liquidatori della nostra democrazia la percentuale più bassa possibile.

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