un comunicato urgente del movimento NO-TAV:

COLPEVOLI DI DIFENDERE LA NOSTRA TERRA E I BENI COMUNI.

CHIEDIAMO A TUTTI UN APPOGGIO E UNA SOLIDARIETA’ CONCRETA.

Il tribunale ordinario di Torino, sezione distaccata di Susa, in data 7/1/2014 depositata in data 14/1/14 ha sentenziato: “dichiara tenuti e condanna Alberto Perino, Loredana Bellone e Giorgio Vair, in solido tra di loro, al pagamento a parte attrice [LTF] di euro 191.966,29 a titolo di risarcimento del danno;” oltre al pagamento sempre a LTF di euro 22.214,11 per spese legali, per un importo totale di euro 214.180,40. La causa civile era stata intentata da LTF perché a suo dire gli era stato impedito di fare in zona autoporto di Susa il sondaggio S68 la notte tra l’11 e il 12 gennaio del 2010. I sondaggi S68 e S69 erano inutili e infatti non sono mai stati fatti né riproposti sia nel progetto preliminare sia nel progetto definitivo presentato per la tratta internazionale del TAV Torino – Lyon.

Quella notte, all’autoporto centinaia di manifestanti erano sulla strada di accesso all’area per impedire l’avvio del sondaggio. La DIGOS aveva detto che non sarebbero arrivate le forze di polizia per sgomberare il terreno dai manifestanti ma che sarebbero venuti gentilmente a chiedere di poter fare il sondaggio, se avessimo rifiutato se ne sarebbero andati. E così avvenne.

Poi si scoprì che era una trappola per tagliare le gambe ai NO TAV con una nuova tecnica: richiesta di danni immaginari per centinaia di migliaia di euro a carico di qualche personaggio del movimento.

LTF aveva nascostamente stipulato un contratto di utilizzo di due aree di circa 150 mq cadauna, mai registrato, con la CONSEPI spa, che vantava un diritto di superficie sull’area di proprietà del comune di Susa per una cifra completamente folle: 40.000 euro per i primi quattro giorni e 13.500 euro al dì per i giorni successivi per un totale dichiarato di 161.400 euro IVA compresa. Questo contratto serviva solo per gonfiare i costi e quindi la richiesta di danno. In merito la CONSEPI SPA nella relazione di bilancio 2010 scriveva testualmente:

“Si tratta di una vicenda a tutti ormai ben nota e che risale ad un periodo nel quale l’attività dei corsi di guida sicura di Consepi, rivolti soprattutto ai ragazzi neopatentati erano al amassimo del loro svolgimento.”  ….“La Società interpellata dalla stessa Prefettura oltre che da LTF, fece chiaramente presente tali considerazioni chiedendo un rinvio di qualche settimana dei sondaggi, rimarcando il fatto che se questi fossero stati procrastinati l’onere per LTF sarebbe stato di gran lunga inferiore a quelli che contrattualmente si assumevano.”  …. “L’onere sopportato da LTF deriva pertanto dal fatto che quest’ultima e la Prefettura, nonostante le esplicite richieste di rinvio di Consepi, sono state irremovibili sulle date dei sondaggi.

Infatti LTF aveva stipulato con la CONSEPI, in violazione di ogni principio di buon andamento della gestione dei fondi pubblici, una scrittura privata per accedere ai predetti terreni, sborsando ben 161.400 euro alla stessa CONSEPI per avere in concessione un terreno di pochi metri quadrati già oggetto di una autorizzazione amministrativa per occupazione temporanea a costo quasi zero, come prevede la legge italiana sugli espropri ed occupazioni temporanee.

Il fatto che sia del tutto ingiustificata la somma pagata da LTF a CONSEPI è sancita in modo inequivocabile anche dalla Commissione Europea che, come confermato dall’OLAF (Ufficio antifrode europreo) rispondendo ad una nostra segnalazione in merito, con la lettera Prot. N° OF/2010/0759 in data 29/10/2013 affermava che “La Commissione Europea non ha pagato le spese in quanto non ammissibili”

Il fatto che tutta l’inutile campagna di sondaggi di inizio 2010 fosse solo un colossale bluff per dire all’U.E. che i lavori erano iniziati, è testimoniato dal fatto che dei 34 sondaggi previsti ne furono effettuati soltanto 5 per una lunghezza complessiva di metri lineari 243 rispetto ai 4.418 metri lineari previsti.

 

Ora gli avvocati del movimento presenteranno appello, ma essendo una causa civile, se LTF pretende il pagamento immediato, occorrerà pagare al fine di evitare pignoramenti o ipoteche sui beni delle tre persone condannate al risarcimento.

Il MOVIMENTO NO TAV non ha le possibilità economiche per fare fronte a queste pretese. Tutto questo è stato concertato e messo in atto solo al fine di stroncare la nostra lotta.

Non a caso sul quotidiano “La Stampa” del 22 settembre 2010, poco prima dell’inizio della causa, si leggeva “Il ricorso alla causa civile contro i No Tav potrebbe così diventare uno strumento di dissuasione che i soggetti incaricati della progettazione o dell’esecuzione dei lavori potrebbero utilizzare per contenere la protesta”.

Il MOVIMENTO NO TAV sta già sostenendo un pesantissimo onere per le difese legali, a cui si aggiunge questa batosta tremenda, che da solo non può sopportare. Per questo, con molta umiltà, ma altrettanta dignità e fiducia,  chiedea tutti quelli che ci dicono: “Non mollate!”, “Siete l’unica speranza di questo Paese”, “Resistete anche per noi” di dare un concreto appoggio aiutandoci economicamente in modo che possiamo resistere ancora contro questo Stato e questi Poteri Forti e mafiosi che ci vogliono per sempre a cuccia e buoni.

Ci sono più di 400 persone indagate per questa resistenza contro un’opera imposta, inutile e devastante sia per l’ambiente sia per le finanze di questo Stato e che impedisce di fare tutte le altre piccole opere utili.

ANCHE UTILIZZANDO QUESTI SPORCHI MEZZI NON RIUSCIRANNO A FERMARE LA RESISTENZA DEL POPOLO NO TAV.

Aiutateci a resistere, grazie.

MOVIMENTO NO TAV

 

I contributi devono essere versati esclusivamente sul conto corrente postale per le spese legali NO TAV  n.1004906838 – IBAN – IT22L0760101000001004906838  intestato a Pietro Davy 

Pubblicato da: CR | 8 febbraio 2014

A che gioco gioca il vertice del M5S?

Alla forte opposizione parlamentare del M5S al decreto IMU-Bankitalia si è immediatamente sovrapposto il vertice del movimento. Casaleggio si è impegnato in prima persona nella presentazione dell’impeachment di Napolitano, che tanti dubbi suscita all’interno dei gruppi parlamentari, sia di metodo che di merito. Grillo ha postato sul proprio profilo di facebook il video (in realtà simpatico e molto educato) del dialogo in auto con la Boldrini apponendovi il famoso titolo “cosa fareste in auto con la Boldrini?” che ha scatenato la fantasia dei graffitari del web. Messora, portavoce ufficiale (nominato da Grillo), ha culminato rispondendo con l’altrettanto famoso “tu non corri pericolo” alla Boldrini che, visibilmente alterata, aveva accusato i lettori del blog di Grillo di essere potenziali stupratori.

D’altro lato, Grillo si è adoperato per calmare i deputati sovreccitati per la battaglia scatenata in aula e nelle commissioni.

Ma anche quest’ultimo intervento, senz’altro positivo, va inquadrato nel contesto di un’opera di deragliamento del dibattito condotta da un vertice che mal sopporta il protagonismo dei deputati, che invece dal canto loro stanno crescendo e cominciano ad incidere seriamente nel confronto pubblico.

Gli iscritti sono dalla parte dei parlamentari, a giudicare dall’importantissima votazione a favore dell’abrogazione del reato di immigrazione clandestina. Importante perché avvenuta in aperto dissenso con la posizione di Grillo, che aveva platealmente redarguito i deputati per la posizione che avevano preso su questo tema. E perché avvenuta contro quello i media ci impongono di credere sia un “comune sentire”, e in favore invece di un sentimento di solidarietà e di umanità senza il quale non c’è speranza di ricostruire nulla nel nostro paese.

Tutto il gran rumore che si è fatto nei media riguardo lo “stile” del M5S è stato condizionato da questo interventismo goliardico del vertice, rischiando di far perdere di vista il vero dato politico, e cioé che per la prima volta dopo decenni abbiamo in parlamento un’opposizione in grado di costringere il paese a discutere, e i media a raccontarci (almeno a mezza bocca) cosa stanno votando veramente i nostri rappresentanti.

Il goliardismo è presente nel M5S a tutti i livelli, ma il centro irradiatore è proprio il vertice. Spero avvenga una maturazione. Sempre che non vi siano dei motivi precisi perché non si vuole che questo avvenga.

Tutt’altra questione quella del “rispetto delle istituzioni” invocato da tutte le parti, che come ho già detto altrove altro non sarebbe che il rispetto per il teatrino della politica.

Un convegno con Valerio Romitelli, interessante e attuale, al quale andrò.

14 febbraio 2014 – Bologna, Piazza S. Giovanni in Monte, 2 – Aula Gambi, Dipartimento di storia, culture, civiltà

Di cosa è fatta la politica? Per quello che se ne dice oggi si tratta comunque di persone e della loro capacità di consenso, cooptazione, comunicazione oppure protesta. C’è, ci potrebbe o ci dovrebbe essere qualcos’altro? Fino a trent’anni fa c’erano i partiti di “massa”, ma anche gruppi extraparlamentari, che con le loro organizzazioni davano corpo ad idee politiche riguardanti il mondo, l’avvenire e la giustizia sociale. Nel nostro tempo, invece, se si parla ancora di organizzazione politica se ne parla soprattutto come relazione immateriale. I suoi soggetti sarebbero movimenti di “democrazia diretta” o “antagonistica” oppure quei frammenti di partiti che si sostengono l’un l’altro in nome della “governabilità” richiesta dai “mercati”. Resta che crisi economica e corruzione politica imperversano, mentre a mancare non sono né diagnosi né terapie, ma proprio i soggetti collettivi in grado di somministrarle. Come potrebbero riunirsi e organizzarsi?

mattina – ore 9.30
Valerio Romitelli, Università di Bologna: introduzione
Pierfranco Pellizzetti: “Il paradigma hub&spoke, dopo il catch-all party e lo star system”
Fabio Raimondi: “Organizzare politicamente il lavoro nell’era della globalizzazione capitalistica. Alcune questioni”
Lorenzo Mosca: “Internet come strumento organizzativo dei 5 Stelle”
Dibattito

pomeriggio – ore 15.00
Diego Melegari, Centro Studi Movimenti Parma: introduzione
Carlo Formenti: “L’organizzazione politica di classe fra crisi della rappresentanza e ritorno alle origini”
Damiano Palano: “La maschera di Lenin. Il rompicapo dell’organizzazione e l’enigma della composizione politica”
Stefano Calzolari: “Nostra compagna estranea: la politica dopo il tempo della classe”
Augusto Illuminati: “Agende e memoria dei movimenti”
Dibattito

OrganizzarsiInPolitica-LOCANDINA

Pubblicato da: CR | 2 febbraio 2014

Boldrini alza il livello dello scontro

Mentre Grillo si adopera per abbassare i livelli di adrenalina dei suoi deputati, Boldrini getta benzina sul fuoco. Quello del M5s, dice, “è un attacco eversivo contro le istituzioni che deve essere respinto da tutte le forze democratiche. Alla Camera c’è gente che lavora seriamente per cambiare le cose dal di dentro, e questo non può essere distrutto”. Il M5S, aggiunge la presidente della Camera, “non sa utilizzare gli strumenti democratici, messi a disposizione dell’opposizione dalla Costituzione. Devono imparare.”

Vediamo invece cosa ha da imparare la Boldrini.

1) “Gli strumenti democratici messi a disposizione dell’opposizione dalla Costituzione”: per la Costituzione, il decreto su Bankitalia non doveva nemmeno esistere, non essendo né necessario né urgente. E tantomeno poteva essere abbinato al decreto sull’Imu, trattandosi di materie totalmente eterogenee. L’ostruzionismo ha una antica e per certi versi gloriosa tradizione parlamentare, la “ghigliottina” no. Neanche esiste nel regolamento della Camera, quella della Boldrini è stata una decisione senza precedenti. La Boldrini, come presidente della Camera, dovrebbe protestare contro l’uso sistematico della decretazione d’urgenta da parte del governo, anziché fargli da sponda anche in situazioni indifendibili. Il M5S cosa dovrebbe studiare, la Costituzione e i regolamenti o le innovazioni del Boldrini-pensiero?

2) “Alla Camera c’è gente che lavora seriamente per cambiare le cose dal di dentro”: certo, c’è il M5S, che ha voluto e imposto la discussione su un decreto così importante e che si voleva far passare alla chetichella. Dall’altra, c’è un Parlamento su cui è calato un accordo Renzi-Berlusconi accompagnato da un minaccioso “prendere o lasciare”.

La Corte Costituzionale aveva bocciato il Porcellum per due motivi: l’impossibilità per i cittadini di scegliere i propri rappresentanti, e l’eccessivo peso dato al premio di maggioranza rispetto al principio rappresentativo. E cosa si ritrova il Parlamento ora? Una proposta che non prevede preferenze e che stravolge il principio rappresentativo ancor più pesantemente della legge precedente.

Di nuovo, la Boldrini si mostra supina di fronte alle richieste che le giungono “dall’alto”: ha avallato l’approvazione-lampo con cui la commissione Affari costituzionali ha mandato il provvedimento in aula, nonostante la Costituzione escluda il ricorso a procedure d’urgenza in materia elettorale; e sicuramente avallerà il sopruso della controriforma Renzi-Berlusconi ai danni del principio rappresentativo sancito dalla Costituzione.

3) “ un attacco eversivo contro le istituzioni”: che dire, su questa enormità? forse solo che la Boldrini ha un ego smisuratamente gonfiato, tanto da confondere la difesa della propria immagine con quella delle istituzioni. E’ chiaro che la sua storia è avvenuta fuori dalla politica, è una brava funzionaria, e vorrebbe ricevere solo complimenti per la solerzia con cui assolve ai compiti affidatigli “dall’alto”; non ha capito che come  presidente della Camera deve tutelare innanzitutto le prerogative e la libertà di dibattito di tutti i deputati, anche e soprattutto contro il governo.

Insomma, è della stessa pasta di Napolitano. Sono, e si sentono, governatori della colonia-Italia. Per loro quella del M5S è solo una “rivolta di indigeni” da domare.

(ecco il link all’intervista televisiva in cui la Boldrini perde la testa)

Pubblicato da: CR | 2 febbraio 2014

Contro il teatrino della politica, entra in scena il M5S

L’aggressione alle nostre società si svolge lungo due direttrici. Da un lato la Grande Rapina dei ricchi ai danni dei poveri, dall’altro lo smantellamento degli strumenti di governo capaci di porre argine – se un giorno tornassero in mano a forze democratiche – a tale saccheggio. La riforma della Banca d’Italia, incastonata nel decreto sull’Imu, è una tappa su entrambi fronti.

Merito dei deputati del M5S aver impedito che tale ennesimo scempio avvenisse, come al solito, nel silenzio e l’indifferenza.

Qualcosa di nuovo sta prendendo forma nella politica del paese. Prima le consultazioni su due temi estremamente “sensibili”, che hanno visto la grande maggioranza degli iscritti del M5S schierarsi per l’abrogazione del reato di immigrazione clandestina e a favore del proporzionale, poi l’ostruzionismo e la protesta in aula contro il decreto Imu – Banca d’Italia e contro la “ghigliottina” calata sul dibattito parlamentare. I deputati del M5S, insieme agli iscritti, stanno crescendo, stanno costruendo una piattaforma democratica partendo dai temi più critici dello scontro politico.

Il M5S ora è oggetto di una vergognosa aggressione mediatica. Repubblica, il Corriere della Sera, ecc riescono a dedicare pagine intere allo “stile” dei deputati del M5S senza mai nominare la Banca d’Italia, come se l’assalto ai banchi del governo fosse avvenuto durante il tè pomeridiano.

Si parla di fascismo, ma alla fine l’unica picchiata è stata la deputata M5S Loredana Lupi, colpita dal questore di Scelta Civica Dambruoso, che ha il coraggio di parlare di “violenza mai vista in aula” (falso, tra l’altro).

A me sembra che la reazione dei deputati del M5S sia stata adeguata alla provocazione ricevuta (l’aver incastonato nel decreto sull’IMU anche la privatizzazione della Banca d’Italia, né necessaria né urgente, oltreché assolutamente eterogenea come contenuto, e il rifiuto del governo di separarli per “motivi tecnici”) e alla posta in gioco per il paese.

L’accusa principale che si muove al M5S è quella di mancato rispetto per le istituzioni. Ridicolo. Costituzione e Parlamento sono svuotati e umiliati da anni, e il ceto politico non se ne preoccupa affatto: un sistema consolidato di governo attraverso la decretazione d’urgenza, un accordo di riforma elettorale Renzi-Berlusconi tetragono alle osservazioni della corte Costituzionale e calato sul Parlamento con l’intimazione di non modificarlo se no crolla tutto, la rielezione di Napolitano per impedire che il Parlamento votasse a maggioranza semplice Rodotà, ecc.

E che dire di Enrico Letta, capo del governo, che si permette di dare giudizi sul come vengono condotti i lavori in Parlamento? “Troppa tolleranza”! Questo è molto più simile al fascismo, direi.

Quello che è stato messo in gioco piuttosto è la rispettabilità del teatrino che è diventata la politica, da troppo tempo, tra finta alternanza, finte polemiche tra PD e PDL, finte opposizioni, finte emergenze, finte proposte, il tutto preso sempre sul serio dai media di regime. All’improvviso, di fronte ai primi atti di una vera opposizione, che denuncia il vero senso di quanto accade, il teatrino salta, finto governo e finte opposizioni rimangono senza copione, e reagiscono accusando il M5S di fascismo: ultimo rifugio di chi non ha nulla da dire.

links sull’argomento:
- un giudizio sul M5S sulla mia stessa lunghezza d’onda: “Benvenuta bagarre
- sulla Grande Rapina e l’attacco alla sovranità in corso: “Ciao Bankitalia: guai se ridiventiamo un paese sovrano” di Nino Galloni, e “Caso Bankitalia: il regalo alle banche è il meno“, di Aldo Giannuli

Centinaia di partecipanti paganti venuti da tutta Italia, due giorni intensi di interventi su temi economici (e non solo), relatori dagli altri paesi dell’Europa meridionale in crisi come noi: una tappa significativa, nel faticoso percorso che da tante parti si cerca di intraprendere per restituire un futuro al paese. Purtroppo è mancato Frenkel, ma le aspettative sono state lo stesso ampiamente soddisfatte.

Alcune considerazioni riguardo la standing ovation tributata al giovane filosofo Diego Fusaro al termine della prima giornata di lavori, e sulle prospettive di un movimento anti-euro.

Fusaro si è ampiamente guadagnato l’applauso, per un intervento centrato sull’ascesa del “capitalismo assoluto” a danno delle residue forme di “egemonia del politico” rappresentate dagli stati nazionali, svolto con grande erudizione, chiarezza ed efficacia oratoria. La platea ha voluto sottolineare il bisogno di politica che avvertiamo di fronte al crescere di oscure e onnipotenti lobby e burocrazie sovranazionali. E anche un bisogno di “pensiero forte” contro la dilagante marmellata intellettuale, causa ed effetto del continuo uso di retoriche vuote a sostegno di politiche fallimentari.

E però non credo che un nuovo paradigma possa passare per un ritorno a Marx e – peggio – Hegel. Il ’68 si è schiantato su questo errore. Il mutamento antropologico degli anni ’80 è avvenuto nelle macerie lasciate dal ’68. Così come su un piano più ampio, il crollo del movimento socialista internazionale (anche delle componenti riformiste) sotto le macerie dell’Urss è dovuto al fatto che non aveva mai rinnovato i suoi presupposti ideologici, preferendo agitarli (anche senza crederci più) finché avevano un’efficacia demagogica, e abbandonarli pezzo dopo pezzo mano a mano che si rivelavano inefficaci e indifendibili, in un’opera di disarmo che ha condotto all’attuale situazione di dominio totale delle ideologie nemiche, il neoliberismo e il suprematismo Usa, di cui il “sogno europeo” sembra una sintesi “politically correct”. Non si può ricominciare dallo stesso punto come se niente fosse accaduto.

La seconda considerazione riguarda l’orizzonte generale del dibattito anti-euro. Ormai è chiaro che non si tratta di un dibattito economico circa i pro e i contro dell’euro. Quel dibattito è durato poche settimane e si è concluso con la rotta dei difensori delle virtù dell’euro. I veri termini del dibattito ora sono chiaramente politici, ovvero se saremmo in grado o no di autogovernarci fuori “dall’aggancio” all’euro e ai nostri “alleati”.

La questione è la seguente: è possibile una politica indipendente per l’Italia? E se no, la colpa sarebbe del destino generale che coinvolgerebbe gli stati nazionali nell’era di una irreversibile globalizzazione (mistificazione denunciata da Fusaro), o di un destino specifico dell’Italia, antropologicamente condannata ad un esistenza “inferiore” rispetto agli altri stati per carenza di virtù civiche (“autorazzismo” demistificato da Bagnai ne “Il tramonto dell’Euro”, dove ricostruisce la vera storia delle decisioni che ci hanno portato all’attuale situazione, e spiega la vera natura della crisi)?

In gioco c’è la grande aspirazione del Risorgimento: unire l’Italia al concerto delle grandi nazioni moderne. I festeggiamenti per il 150° dell’unità d’Italia forse erano un de profundis, dal punto di vista del ceto politico che ci governa, protagonista del fallimento del progetto repubblicano e propugnatore del commissariamento di fatto dell’Italia ad opera di poteri esterni.

Dobbiamo reagire alla liquidazione di due grandi storie: quella del riscatto dei ceti popolari, e quella dell’Italia come progetto di nazione sovrana. La difesa (e il rinnovamento) di questi due progetti, espressione delle due grandi questioni politiche dell’800, la questione sociale e la questione nazionale, passano oggi (tra l’altro) per la difesa del paradigma keynesiano (compatibile con la politica, la democrazia e lo sviluppo economico) contro quello neoliberista (nemico della politica, della democrazia e dell’”economia reale”). Anche su questo piano dal convegno sono emerse indicazioni.

Luciano Barra Caracciolo, nella parte conclusiva del convegno, dedicata alla presentazione del suo libro importante “Euro o democrazia costituzionale?”, ha spiegato come alla base del pensiero costituzionale moderno ci sia un’idea di democrazia che non può essere ridotta a “procedura”, ma che si fonda invece sul patto sociale.

Cesare Pozzi, professore di economia industriale, nel corso di un intervento di grande respiro, da parte sua ha posto l’esigenza di un progetto industriale, necessario perché un’Italia post-euro possa avere la credibilità necessaria per difendere sulla scena internazionale i propri interessi economici. Credo che questo concetto debba essere esteso ad un progetto politico più generale: un progetto per l’Italia che da un lato esamini senza remore lo stato del paese, dopo decenni di malgoverno democristiano e poi anche di nongoverno neoliberista, e su cui dall’altro raccogliere e organizzare forze sociali e competenze disponibili ad una politica indipendente e rispondente ai nostri interessi collettivi.

Il 12 ottobre è la giornata scelta dai popoli amerindi per ricordare la conquista violenta dei loro territori e per celebrare la propria rinascita. Invito a firmare il seguente messaggio proposto per questa occasione da Aldo Zanchetta (sulla cui attività ho già scritto), attento osservatore di quei luoghi, amico di quei popoli, e sostenitore del motto zapatista: “un mondo capace di contenere molti mondi diversi”.

America latina: denunciamo il crescendo di violenza che colpisce chi difende i propri territori e il proprio diritto alla vita

Le notizie di violenze a popolazioni e a singoli militanti sociali che con crescente frequenza ci giungono dall’America latina, ci interrogano e ci scuotono nel profondo. Esse riguardano omicidi di gruppi o di singoli leader di comunità indigene e campesine, di sindacalisti, di operatori della comunicazione, di esponenti di movimenti sociali, sparizioni di persone, esecuzioni extragiudiziali, espulsioni di intere comunità dai loro territori, repressione violenta di manifestazioni di protesta, criminalizzazione indiscriminata della protesta sociale con migliaia di leader arbitrariamente incarcerati.

I casi più numerosi riguardano comunità o persone che difendono il proprio diritto alla vita resistendo a una crescente consegna dei territori e dei beni naturali in essi esistenti alle attività di grandi corporation transnazionali.

Il 40% del territorio messicano è stato concesso a società minerarie straniere per un periodo cinquantennale dietro misero compenso. In Perù, in alcune province, le concessioni riguardano oltre il 90% del territorio. Anche se in misura diversa, questo accade in tutti i paesi. In Brasile si moltiplicano gli sgomberi forzati di territori indigeni a causa di progetti di costruzione di giganteschi impianti idroelettrici (23 previsti nella sola Amazzonia brasiliana). In Cile i popoli mapuche, oltre a subire questo tipo di devastazioni, vedono distrutte le loro foreste per la produzione di cellulosa di cui l’occidente è sempre più avido. Così in Uruguay e Brasile. Paraguay, Brasile, Argentina, Colombia e oriente boliviano sono devastati da monocolture intensive che fagocitano le piccole proprietà contadine espellendo i proprietari e ammassandoli in immensi e squallidi suburbi delle megalopoli.

Al crescere delle resistenze in nome del proprio diritto alla vita crescono le violenze del potere sempre più asservito alle politiche delle corporation multinazionali. E’ il nuovo modello di accumulazione del capitale che avanza cancellando i diritti e rapinando i territori.

Oggi, 12 di ottobre, giorno anniversario dell’inizio della conquista violenta di queste terre definite “latine” e che i popoli originari celebrano come giorno di riscatto dei popoli delle terre di Abya Yala, i firmatari del presente comunicato desiderano esprimere ad essi la propria solidarietà nella consapevolezza che è necessario sia intensificare le azioni di denuncia che rafforzare i legami che ci uniscono nella costruzione di “un mondo capace di contenere molti mondi diversi” fra loro pacificati nella giustizia e nel rispetto reciproco.

12 ottobre 2013

Chi desidera aderire lo comunichi al seguente indirizzo: aldozanchetta chiocciola gmail.com

Il 12 ottobre è stato perciò scelto anche per la giornata IN DIFESA DEI TERRITORI E DEI BENI COMUNI, CONTRO VECCHI E NUOVI COLONIALISMI. (Qui il testo dell’appello dell’Assemblea Monte Amiata.

E, per coincidenza (significativa?), anche per la manifestazione a Roma “COSTITUZIONE, LA VIA MAESTRA”, promossa da Lorenza Carlassare, don Luigi Ciotti, Maurizio Landini, Stefano Rodotà e Gustavo Zagrebelsky.

Pubblicato da: CR | 3 ottobre 2013

a/simmetrie, il nuovo think-tank di Alberto Bagnai

In sordina, poco prima di Ferragosto, Alberto Bagnai ha annunciato sul suo blog la nascita dell’associazione “a/simmetrie”. L’associazione “si propone di intervenire nel dibattito pubblico producendo ricerche originali, e diffondendone i contenuti anche al di fuori dell’ambito specialistico, per contribuire alla formazione di una pubblica opinione critica e consapevole, e a uno svolgimento più equilibrato della riflessione sociale e politica su questi temi.

Già dall’astrattezza del nome (“associazione italiana per lo studio delle asimmetrie economiche”) e della descrizione delle finalità, possiamo immaginare le cautele necessarie perché personaggi del vecchio establishment come gli ex ministri Paolo Savona e Gorgio La Malfa acconsentano a prestare il loro nome e collaborare ad una associazione che propugnerà analisi economiche controcorrente e avversate da interessi potenti. A maggior ragione, l’importante è che finalmente qualcosa si muova. Accanto a loro noti economisti, giuristi e intellettuali (Cesare Pozzi, Giuseppe Travaglini, Luciano Barra Caracciolo, Claudio Borghi Aquilini, Vladimiro Giacché).

La frase più bella non si trova nella descrizione delle finalità, bensì nello statuto: “… con il preciso scopo di creare un ponte fra la frontiera della ricerca scientifica e il sapere spontaneo dei cittadini”.

Dopo due convegni romani nello scorso mese di settembre, “L’Europa alla resa dei conti”, e la presentazione del Manifesto di Solidarietà Europea, a/simmetrie ha organizzato con l’Università Gabriele d’Annunzio a Pescara il 26-27 ottobre la seconda edizione del convegno internazionale “Euro, mercati, democrazia. Come uscire dall’euro”.

Io ci andrò (€35, traduzione simultanea su richiesta), attratto in particolare dalla presenza degli economisti stranieri Roberto Frenkel (Buenos Aires) e Joao Ferreira do Amaral (Lisbona). Il primo ha studiato le dinamiche delle crisi che hanno investito a turno tutte le zone del globo dopo l’introduzione delle politiche neoliberiste, ravvisandone i tratti comuni, una dinamica che Bagnai nel suo libro ha battezzato appunto “ciclo di Frenkel”. Amaral ha scritto “Perché dovremmo uscire dall’Euro”, un bestseller in Portogallo. Cesare Pozzi, Luciano Barra Caracciolo, Claudio Borghi Aquilini e ovviamente Alberto Bagnai li conosco già e li ascolterò con piacere.

***

Alberto Bagnai sembra quindi aver individuato nel think-tank lo strumento per portare il suo punto di vista nel dibattito pubblico e all’attenzione dei politici e degli ambienti interessati. Credo abbia fatto una scelta intelligente e coerente con l’impegno finora profuso in questo senso. Certo, la forma del think-tank probabilmente non esaurisce le energie, le potenzialità e le ambizioni di un personaggio così … estroso. Ma intanto costituisce una solida base per dare autorevolezza ad un discorso – i pericoli di impoverimento e di deindustrializzazione portati dalle politiche di austerità, e la necessità di liberarci della camicia di forza (Euro e accordi Ue) che ce le impone – che il nostro ceto politico-intellettuale-giornalistico rifiuta ancora persino di prendere in considerazione.

A sinistra si intensificano i sospetti circa il dove vada a parare tutta questa attività. Alcuni accusano Alberto di aver tradito le aspettative di quanti pensavano avrebbe aiutato a fondare un movimento politico, anziché cercare interlocutori tra le “èlites”; o addirittura, di essersi messo – coscientemente, o di fatto – al servizio dei poteri costituiti, ponendosi ormai fuori da un discorso “di sinistra”.

Si tratta di accuse senza senso. L’opera di divulgazione di Bagnai è una delle cose più “di sinistra” (se la parola ha un senso, cosa di cui non sono affatto sicuro – ma di questo parlerò un’altra volta) fatte in Italia negli ultimi anni per dare alla gente strumenti per demistificare le “ricette” propinateci dagli “esperti”, per capire le implicazioni e la posta in giuoco dal punto di vista degli interessi sociali, di classe e nazionali, dei diktat provenienti da potenti lobby finanziarie e organismi sovranazionali (Fmi, Bce, Ue), per combattere le dilaganti interpretazioni e intimidazioni razzistiche filo-tedesche e anti-italiane sulle radici delle nostre difficoltà, e così via.

Bagnai ha tutto il diritto di cercare strade per incidere sul dibattito pubblico e sulle scelte dei governanti; una delle cose di cui più abbiamo bisogno oggi è proprio la capacità di rompere gli angusti confini del dibattito “ufficiale”, difesi da un potente apparato propagandistico, e riuscire finalmente ad imporre un dibattito serio sulle politiche da seguire, prese oggi in modo sempre più antidemocratico. Il sospetto che lungo questa strada Alberto possa venire traviato da cattive compagnie è un classico processo alle intenzioni.

Certo, più in generale, un discorso sulla riappropriazione della democrazia e l’esercizio della sovranità prima o poi deve riuscire a trovare espressione in un movimento politico e sociale: ma non c’è! non è che c’è ma è piccolo, proprio non c’è; al più ci sono tentativi più o meno apprezzabili di crearne uno; ne riparleremo, anche di questo. Bagnai non è tenuto a coinvolgersi in tali tentativi, tanto meno farlo in quanto personaggio pubblico, non servirebbe a niente e a nessuno.

Potrebbe, Bagnai, esibire un atteggiamento più … comprensivo verso tali tentativi e aspirazioni? Ovviamente sì. Alla fine, credo si accorgerà di avere bisogno anche di loro. D’altro lato, anche quel mondo, piccolo ma importante di “militanti politici” dovrebbe decidersi a confrontarsi con la dimensione dei poteri, delle competenze, degli interessi, dei soggetti in gioco.

Insomma, da parte mia, i migliori auguri di successo ad a/simmetrie. Penso che se un giorno nascerà un movimento politico degno di questo nome, questo think-tank ne sarà un componente. E auguri anche a chi questo movimento sta tentando di costruirlo “dal basso”. Cè bisogno degli uni, degli altri e di molti altri ancora.

Pubblicato da: CR | 6 giugno 2013

Dall’aggressione emerge una Siria più forte

La vittoria dell’esercito siriano – l’ultimo vero esercito nazionale arabo rimasto – sull’internazionale jihadista sponsorizzata dall’occidente, dagli emirati medievali del Golfo e dall’esaltato Erdogan, sembra ora più vicina, dopo la ripresa di Qusayr. Sarebbe un evento di portata comparabile alla vittoria di Hezbollah contro l’invasione israeliana del Libano del 2006. Intanto Hamas si rivolta contro quei leader ospitati in Qatar, ribadisce l’asse con l’Iran e ricorda che la resistenza all’occupazione si è fatta usando le armi (ultimi, i razzi capaci di raggiungere Tel Aviv che l’Iran ha insegnato loro a costruire), non con i soldi degli arabi.

Credo e spero che questa esperienza trasformi positivamente la società e le istituzioni siriane. Assad sembrava un capo di stato debole, gli eventi lo hanno costretto a crescere. Ha fatto discorsi importanti e preso impegni in questi due anni di guerra; ha fatto autocritiche e promesse di inclusività e partecipazione che non potranno essere dimenticate una volta scampato il pericolo. In fin dei conti, senza una componente autoctona della ribellione, non sarebbe stato possibile infiltrare mercenari e alimentare il conflitto così a lungo.

L’esercito ha subito defezioni all’inizio, e diverse componenti della società hanno vacillato. Poi i termini reali della questione si sono chiariti, da una parte un regime che mostrava intelligenza politica e volontà di dialogo, dall’altra un’opposizione incapace di presentare delle proposte, e ostaggio della crescente influenza di barbari stranieri. Ora l’esercito siriano è temprato ed è un deterrente ancora più temibile per le mire espansioniste di Israele. Nei momenti più difficili, molte comunità locali che l’esercito non riusciva a proteggere si sono organizzate ed armate e hanno tenuto testa ai jihadisti. Si tratta di evoluzioni nella coscienza collettiva che lasciano il segno.

La propaganda occidentale è stata e continua ad essere vergognosa. Ancora questi giorni si parla di generico “uso di armi chimiche” e non si riporta la notizia dell’arresto di terroristi di Al-Nusra, la più forte formazione in campo contro Assad, in possesso di 2 kg di gas sarin. L’unico obiettivo dell’occidente è estromettere Assad, accada quel che accada, anziché incoraggiare un dialogo tra le componenti del paese. Somalia, Libia, Siria … siamo preda di un furore cinico e distruttivo la cui portata viene occultata dai nostri media (ma il resto del mondo vede, e sa, e giudica).

Gli Usa hanno tenuto un basso profilo, in alcuni settori l’esito addirittura non dispiace; tra l’altro, la caduta di Assad aumenterebbe la pressione per aggredire l’Iran, cosa che non hanno molta voglia di fare. Servirebbe ad Israele, non agli Usa che potrebbero molto più facilmente esportare il loro capitalismo anche lì, con la solita complicità dei ceti privilegiati, semplicemente smettendo di sanzionare e minacciare e compiendo invece qualche apertura reale. Il recente invito di John Kerry ad Israele, a cogliere l’ultima possibilità per un processo di pace con i palestinesi, suona come un ammonimento.

Ma il basso profilo non può impedire che agli occhi del mondo, e soprattutto del Medio oriente e dell’Asia centrale, stiano emergendo come vincitori strategici l’Iran e la Russia (oltre che il resto dei BRICS, che non hanno mai approvato l’interventismo occidentale).

Intanto, congratulazioni e auguri alla Resistenza.

Pubblicato da: CR | 23 maggio 2013

tra Comidad e Bagnai

Mannaggia, uno fatica per trovarsi qualche punto di riferimento affidabile per navigare nelle nebbie della propaganda e della disinformazione, e poi succede che uno di quei pochi che era riuscito a trovare tira una bordata ad un altro.

Io ho dichiarato più volte su questo blog il mio rispetto, su piani diversi, per il gruppo Comidad e per Bagnai. Ora succede che nell’ultimo Commentario, dedicato agli oscuri maneggi delle fondazioni Gates e Soros, Comidad si soffermi, tra l’altro, anche sul ruolo di Soros nella crisi della lira del 1992:

“A chi gli contestava le sue responsabilità nell’attacco speculativo alla lira nel 1992, Soros ha risposto che: «La crisi non è degli speculatori, ma sono le norme dei governi a rendere possibili gli speculatori come messaggeri di cattive notizie». Quindi la speculazione finanziaria potrebbe rientrare tra i lavori socialmente utili.

Su “Il Fatto Quotidiano” del 13 maggio[qui il link - CR], in soccorso delle tesi di Soros è arrivato addirittura l’economista di “opposizione” Alberto Bagnai, a ribadire le esclusive responsabilità della politica nella sopravvalutazione della lira che rese possibile la speculazione del ’92. La sortita di Bagnai appare però eccessivamente ingenua e imprudente nel momento in cui, nell’attuale governo italiano, si riscontra la presenza di una lobbista dello stesso Soros, cioè la ministra degli Esteri Emma Bonino.”

Mi sembra una reprimenda che non rende giustizia alla preziosa opera di studio e divulgazione di Bagnai (v. anche qui). Molto preziosa: Comidad espresse un giudizio netto sull’Euro già nel 2006: “L’Euro – che avrebbe dovuto essere l’antidollaro – si è risolto in una mera operazione di colonialismo interno all’Europa da parte della Banca Centrale tedesca.” Benissimo, ma io il senso di questo giudizio (che per Comidad era solo un inciso in un discorso molto più ampio) ho cominciato a capirlo solo leggendo Bagnai sei anni dopo …

Bagnai pone l’accento sui fattori macroeconomici perché combatte la propaganda terrorista contro l’uscita dall’Euro, e per affermare invece la sostenibilità del ritorno alla lira, che appunto si trovò nella bufera nel 1992 per la decisione politica dei cambi fissi dello “sme credibile” (meccanismo esaminato in dettaglio in “Il tramonto dell’euro”, pp 84-88).

La polemica di Bagnai è rivolta, più in generale (pp 105-109), contro chi vede nelle odierne difficoltà dell’Euro (e delle nostre economie in generale) l’intervento di forze occulte (che lui non nega che in generale siano all’opera), se non addirittura degli Usa, e non innanzitutto il (previsto) risultato di squilibri insostenibili e di regole sbagliate. E la crisi del 1992 è, da questo punto di vista, una lezione illuminante.

Comidad non crede all’innocenza degli errori della politica; e neanche Bagnai ci crede, se è per questo, anche se in un senso diverso. Ed è questo secondo me il punto. Bagnai si muove in un orizzonte europeo (v. in particolare il lungo capitolo “Vincitori e vinti”, p.179), sufficiente a spiegare gli avvenimenti rilevanti per il suo discorso, e dal suo punto di vista sono elementi di distrazione i riferimenti alla speculazione od altre forze esterne, compreso il ruolo della finanza internazionale, per spiegare il cui modus operandi a Bagnai sono sufficienti le analisi di Keynes (pp. 165-177, capitolo “I fallimenti del mercato”).

Comidad è concentrato invece in una ricerca, condotta su tutto un altro piano, e fondata sullo studio indizi e connessioni, dei meccanismi attraverso i quali il colonialismo Usa detta le sue regole al resto del mondo, e innanzitutto ai suoi alleati-subordinati europei, al punto da considerare la stessa costruzione europea possibile solo in quanto incoraggiata dalla Nato come strumento di subordinazione; e quindi considera come minimo “ingenui” quelli che escludono il peso di certe forze negli eventi. Ma Bagnai, giustamente seguace di Occam nell’ambito del suo discorso volutamente tenuto sul piano della scienza economica, ha il *dovere* di escludere tali forze dalla sua analisi nella misura in cui è possibile farlo.

E certamente la crisi del 1992 può e deve essere capita sul piano della macroeconomia. Che poi sia avvenuta proprio in quel momento, con quelle modalità, con quegli attori, ecc, sono elementi essenziali della ricerca di Comidad. Comidad esamina la vicenda del 1992 nel contesto di una delle sue panoramiche, questa volta sulle sinergie tra meccanismi colonialisti e iniziative della “finanza progressista” (di cui Bill Gates e George Soros sono tra i massimi esponenti), e non crede che Soros si sia trovato nella posizione di grande profittatore dell’attacco alla lira (e alla sterlina) solo perché più bravo di altri (che è invece, sottolinea sempre Comidad, ciò che Soros ama far pensare). E magari qualche parola in più in proposito sarebbe stata utile.

Insomma, per me sono letture obbligatorie sia “Il tramonto dell’Euro” che il bollettino di Comidad. Due benemeriti progetti di comprensione della realtà che questa volta cozzano per “conflitto di esigenze dimostrative” fondato nella diversità dei punti vista e degi intenti polemici. Punti di vista che io personalmente non ritengo affatto mutualmente esclusivi, bensì complementari. (Speriamo bene, siamo già così pochi, qui …).

Concludo sottolineando che la importante tesi che gli Usa *non* abbiano paura dell’Euro è condivisa sia da Comidad che da Bagnai. E che ciò è tanto vero che stiamo andando, come al solito di nascosto e a ritmi serrati, verso un accordo di libero scambio Usa-Ue, che darà il colpo di grazia al nostro apparato produttivo.

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