Un primo parere conciso e convincente è quello espresso a caldo da Chavez: “dietro questi soldati c’è la borghesia honduregna, i ricchi che hanno trasformato l’Honduras in una repubblica delle banane, una base militare e politica per l’impero nord-americano”. I leader del golpe sono tutti militari addestrati dagli Usa.
Il New York Times lo descrive come il primo colpo di stato militare nell’america centrale dopo il crollo dell’Urss. Evidentemente il golpe ad Haiti contro Aristide nel 2004, appoggiato dalla “comunità internazionale” in un momento in cui l’Occidente ancora credeva di potersi permettere tutto, non conta.
Questa volta però l’Oas (Organizzazione degli stati americani) ha preso una posizione diversa: nel 2004 l’Oas condannò il golpe ma non chiese il reinsediamento di Aristide; questa volta, l’Oas ha chiesto il reinsediamento del legittimo presidente Zelaya e ha dichiarato che non riconoscerà alcun altro governo.
La posizione Usa è ambigua: condanna il golpe, e dichiara che agirà nell’ambito dell’Oas, ma una parola chiara e definitiva in merito non è ancora stata pronunciata. Se è per questo, la stessa parola “coup” non è ancora stata usata da nessun esponente di rilievo dell’amministrazione Usa, tantomeno da Obama e Clinton.
In realtà, i golpe sono due: uno contro Zelaya da parte dei militari honduregni; l’altro, ormai permanente, contro Obama o meglio contro la stessa funzione della presidenza Usa, da parte dei militari Usa. Non sembra possibile che i militari honduregni, una vera e propria dépendance degli Usa, possano spingersi così lontano senza qualche avallo del Pentagono. Siamo in una situazione che ricorda per certi aspetti l’invasione dell’Ossezia del sud da parte della Georgia di Saakashvili, sospettato da molti di essere stato segretamente incoraggiato da settori politici degli Usa. Ma lì si trattava di posizioni che magari Bush condivideva ma non poteva dichiarare pubblicamente; qui si tratta di posizioni che confliggono con la nuova politica annunciata da Obama per l’America latina, e quindi costituiscono una sfida diretta al suo ruolo.
Obama si è presentato già in partenza con un grosso deficit di credibilità in termini di capacità di leadership nei confronti delle grandi potenze della società Usa: le corporazioni, la finanza, i militari. Forse qualcuno ora vuole forzare la mano per liberarsi di ogni parvenza di controllo politico. O semplicemente, è ormai abituato a muoversi senza tenere in alcun conto il livello politico.
Già nel corso delle dopo-elezioni in Iran, Obama ha dovuto resistere a violente pressioni politiche e mediatiche perché rinunciasse al suo proposito di modificare la linea aggressiva di Bush e di instaurare un dialogo con il governo iraniano. La stessa Hillary Clinton, segretario di stato, ha dichiarato che lei al posto di Obama avrebbe preso una posizione più dura, sferrandogli un grave colpo, al limite della delegittimazione.
Analogo accerchiamento politico-mediatico nei confronti di Obama (o meglio, nei confronti di ogni velleità di ricondurre la questione palestinese su un terreno politico e giuridico) è in corso sul tema della crescita delle colonie israeliane nei territori occupati.
Il golpe in Honduras rappresenta, in questa prospettiva, un nuovo fronte aperto da forze decise a mettere in chiaro che la politica, oggi, nel nuovo Impero d’Occidente, deve limitarsi un ruolo puramente decorativo.
Una conferma di questa chiave di lettura potrebbe venire dalle dichiarazioni dell’ex vice-pesidente del Costa Rica, Kevin Casas-Zamora, secondo il quale “il dipartimento di Stato Usa ha saputo dei preparativi di golpe e ha tentato di bloccarlo”. Le domande sorgono spontanee: e il dipartimento dela Difesa ha fatto qualcosa? E il dipartimento di Stato perché non ha semplicemente minacciato di bloccare ogni aiuto al suo stato-cliente?
Vedremo cosa accadrà. L’Honduras, storica base di appoggio degli spietati e sanguinosi interventi ed esperimenti imperialistici in America centrale (Guatemala, Nicaragua, ecc), sarà una cartina di tornasole importante sotto molti punti di vista.
Gli Usa e tutto l’Occidente sono ormai da tempo di fronte ad una alternativa secca: accettare la democrazia, e quindi la possibilità che i popoli combattano per una maggiore giustizia sociale, oppure abbarbicarsi ai propri privilegi ed arrendersi al dominio crescente dei suoi “salvatori”: gli apparati della sicurezza, della guerra, della propaganda. La scelta in realtà è già stata fatta; ma forse non tutti sono consapevoli delle implicazioni e dei prezzi crescenti che tale scelta sciagurata comporta.
Su questo terreno non c’è più differenza tra paesi ricchi e paesi poveri, siamo tutti nella stessa barca. La differenza principale è che nel ricco Occidente gli spazi per una politica diversa sono chiusi dall’egemonia delle retoriche del pensiero unico e dello scontro di civiltà, e quindi dall’idea dell’ineluttabilità di quanto sta accadendo; nel resto del mondo ancora si affacciano politici che si appellano al popolo: proprio coloro che noi definiamo populisti e che tentiamo in tutti i modi di delegittimare (Chavez, Nasrallah, Ahmadinejad, ecc).
Se tali forze democratiche, nazionaliste, antimperialiste dovessero essere sconfitte, si chiuderanno definitivamente anche da noi le speranze che si riesca ad invertire le tendenze all’erosione dei diritti e alla repressione delle lotte popolari.
Intanto, vediamo come si comporteranno i “democratici d’Occidente”. Hanno fatto di tutto per delegittimare le elezioni iraniane.
Protesteranno con altrettanto vigore contro il golpe nella dépendance militare Usa dell’Honduras?
aggiornamento: Un interessante servizio di informazione su quanto sta avvenendo sul “terreno” è svolto da Giornalismo partecipativo.

