Prima parte – Il “gruppo dei 20 viandanti”
Seconda Parte – Il nuovo massimalismo verde e altre analogie azzardate
1) Il “gruppo dei 20 viandanti”
Con il convegno di Chianciano del 24-25 gennaio scorso si è conclusa la mia partecipazione all’iniziativa “Fuori dal recinto”, mirante ad “avviare un processo per la costruzione di un nuovo soggetto politico plurale e democratico”.
Ho fatto parte del cosiddetto “comitato dei 20″, un gruppo di volontari che l’ottobre scorso si è assunto il compito di preparare una bozza di documento fondativo per un’associazione, proposta dagli organizzatori del primo convegno di Chianciano, che avrebbe dovuto promuovere tale nuovo soggetto. Compagni, amici, cittadini, come definirci? Alla fine qualcuno* intervenne salutando scherzosamente i “viandanti” convenuti a Chianciano, e il termine attecchì.
E’ stata una esperienza importante per me, a volte intensa, che mi ha dato l’opportunità di conoscere e confrontarmi con persone preparate e con storie diverse. Però la conclusione non è stata positiva, dal mio punto di vista di “socialista senza partito”, tanto che non ho aderito all’associazione che doveva nascere appunto il 25 gennaio scorso (atto che poi ho saputo hanno deciso di rinviare).
In un post precedente avevo descritto lo spirito con cui mi avvicinavo all’iniziativa, le aspettative, i dubbi. Questo esito era quindi sin dall’inizio nell’ordine delle possibilità, anche se per una serie di motivi ho conservato fino all’ultimo la speranza di una conclusione diversa.
Il fatto più significativo, per comprendere la deriva del confronto, è che i promotori, a partire dallo stesso Badiale, hanno lasciato cadere, sin dall’inizio, proprio ciò che mi aveva attirato a Chianciano l’ottobre scorso: l’intuizione contenuta nella parte finale dell’appello “Prima che sia troppo tardi”: “La lotta … contro l’attuale sistema economico e sociale, può essere fatta con qualche speranza di successo da un movimento politico che abbandoni ogni richiamo a ideologie ormai prive di agganci con la realtà (come il comunismo) e che si ispiri invece ai principi e ai valori della nostra carta costituzionale. … Se le forze che si ispirano a giustizia, solidarietà, emancipazione non riescono a dare uno sbocco a questo malessere … i casi dell’Argentina e della Jugoslavia ci ricordano ciò che può succedere a paesi grandi e apparentemente solidi.”
Io vi avevo scorto il nucleo di una proposta politica; da sviluppare, certo, ma in cui c’era il senso della sfida da raccogliere e su cui misurarsi: evitare lo sfascio di questo paese in mano a caste e oligarchie irresponsabili.
Privato di quella intuizione, tutto il dibattito è diventato più astratto, retorico, ambiguo: la crisi politica del nostro paese si è mescolata (sino ad esserne del tutto sommersa) alla crisi economica globale e alla crisi ambientale planetaria; la crisi del sistema politico è confluita nella crisi del “sistema” tout court; i grandi mali dell’Italia – devastazione del territorio, illegalità diffusa, grande criminalità, casta politica – sono stati ricondotti a conseguenze del capitalismo e della sua “ossessione produttivistica”; l’orizzonte dell’iniziativa è diventato quello della “uscita da questo sistema” giudicato “non riformabile”, espressione politicamente paralizzante.
D’altro lato, sono state respinte le due proposte che ritenevo più importanti. La prima, era di fare della lotta ad ogni forma di razzismo una discriminante politica fondamentale. La seconda, era di esplicitare un’idea di nazione come spazio libero e sovrano, solidale e inclusivo, e come sistema (sociale, istituzionale, economico) da governare.
Insieme, questi due principi dovrebbero fondare – nelle mie intenzioni – una politica liberata dalla sudditanza ai poteri finanziari e militari sovranazionali, la solidarietà con le resistenze antimperialistiche, la lotta per l’emancipazione del moderno quarto stato costituito in gran parte di migranti, contro le concezioni identitarie e reazionarie dilaganti, contro i mali storici e l’attuale involuzione del nostro paese, egoista e impaurito.
Per chi volesse approfondire, una descrizione più articolata dei termini del dibattito e delle mie obiezioni e controproposte è contenuta in questi miei contributi al gruppo, “decrescita o resistenza al saccheggio?” del 31 ottobre, “due interpretazioni di Chianciano” del 17 novembre e “le urgenze e gravità del tempo” del 3 dicembre, in cui vengono progressivamente esplicitati i dissensi.
E sicuramente vale la pena approfondire, e far tesoro anche di questa esperienza, perché i nodi che sono emersi riguardano qualsiasi inizativa si voglia mettere in cantiere oggi per la costruzione di un nuovo soggetto politico che si ponga in un’ottica di continuità (per quanto critica) con le esperienze collettive del passato, e non come “iniziativa civica” di benpensanti.
2) Il nuovo massimalismo verde e altre analogie azzardate.
La domanda che ad un certo punto del confronto mi sono dovuto porre, e che riveste credo una importanza che va al di là dell’iniziativa di Chianciano, è la seguente: quale tipo di politica emerge dal documento presentato infine dal gruppo?
Il documento fondativo, per quanto dichiarato aperto ad ulteriori modifiche, si presta di fatto soltanto ad un preciso tipo di politica: una politica che io considero, fatte le dovute proporzioni, la moderna riedizione del massimalismo socialista.
Con una battuta, direi che fallito il 1921, si ritorna al 1920; cioè: esaurita con il crollo dell’Urss la prospettiva perseguita nel 1921 a Livorno, invece di andare avanti, si torna indietro, alla mentalità, le forme e gli schemi politici dell’epoca precedente
Molto in generale, definirei il massimalismo come una politica fondata sulla opposizione intransigente, la radicalizzazione sociale, la rigidità ideologica, e quindi per sua natura senza una progettualità di governo. Una politica che assegna alla mobilitazione delle masse un solo possibile traguardo: il rovesciamento del sistema esistente. Il programma “massimo” del Psi dell’epoca, appunto, da cui il nome della corrente.
“Fuori dal recinto” si colloca però anche nello spirito del nostro tempo, che tende sempre più a fondere l’orizzonte della crisi del capitalismo con quello della crisi ambientale, la lotta di classe con le lotte dei movimenti locali, la lotta al capitalismo che sfrutta l’uomo con la lotta al capitalismo che sfrutta la natura. Un massimalismo rosso-verde, in conclusione, quello verso cui sembra orientata l’associazione; una prospettiva eco-socialista, ha detto infatti uno dei sostenitori di questa concezione; in realtà, molto più verde che rosso, dato che la scelta per la decrescita, ribadita contro le perplessità di tanti, implica che alla base di questa prospettiva ci sono le lotte ambientaliste locali, non certo quelle di chi si oppone alla chiusura della fabbrica.
Lungi da me l’idea di resuscitare, contro tale massimalismo di ritorno, il riformismo (parlo di quello turatiano, ovviamente, perché quello odierno, alla Giuliano Amato, è puro controriformismo). Tali correnti si muovevano per molti aspetti nello stesso orizzonte ideologico, sia nel pensare il socialismo come “necessità storica”, sia nel pensare che il movimento operaio dovesse crescere dentro gli istituti della società borghese come un corpo estraneo, sostanzialmente indifferente ai governi e alle loro politiche (salvo la maggior disponibilità “tattica” dei riformisti, finalizzata però sempre e soltanto a proteggere corporativamente il movimento, piuttosto che ad indirizzare le grandi scelte del governo nazionale). Alla fine, entrambe le tendenze si sono dimostrate politicamente inette nei momenti decisivi del primo dopoguerra, fino all’avvento del fascismo.
Tutt’al più, oggi, volendo stare nell’analogia (anzi, arrivando al vero motivo per cui ritengo l’analogia calzante), proporrei di cercare una strada “matteottiana”, l’unico dirigente socialista che aveva compreso le esigenze, i pericoli e i veri nemici della situazione. Del resto, sia che si parta dal 1921, sia che si parta dal 1920, dopo arriva il 1922 …
Ieri le squadracce protette dagli apparati dello stato, al servizio dell’oligarchia dominante, contro le organizzazioni dei lavoratori, con retoriche identitarie capaci di mobilitare ceti impauriti, frustrati e prepotenti. Oggi cambiano le forme, ma la sostanza delle retoriche e dell’intimidazione, attraverso il quale minoranze organizzate prevalgono su maggioranze disorganizzate, è lo stesso. Bersaglio privilegiato è il nuovo quarto stato, costituito in gran parte dai lavoratori stranieri, ma su qualsiasi protesta che minacci la tranquillità dei poteri o degli affari, pende ormai la spada di Damocle della provocazione poliziesca, come sanno i cittadini della Val di Susa, quelli che in Campania.hanno provato a manifestare contro gli inceneritori e le discariche tossiche, gli studenti mobilitati contro il decreto Gemini.
In questa situazione di reazione rampante, disgregazione morale, autoritarismo crescente e sofferenza sociale, puntare sulla delegittimazione della “casta”, sulla radicalizzazione della protesta, e sull’opposizione allo sviluppo, senza preoccuparsi di individuare il terreno su cui costruire una proposta politica costruttiva, significa aspirare a ripetere quello che fecero i massimalisti: impegnare il movimento su obiettivi astratti mentre intorno si prepara il disastro ad opera di nemici concreti.
E ciò senza peraltro avere come attenuante quel contesto che dava un senso alla politica dei massimalisti: lo sconvolgimento della guerra, l’entusiasmo per la rivoluzione sovietica, la forza del movimento operaio.
Di fatto, penso che alla fine l’Associazione porterà acqua al mulino legalitario-decrescista-anticasta dell’area Di Pietro-Grillo, non necessariamente una cosa negativa, ma certamente lontana dalle aspirazioni del progetto e anche dalle necessità obiettive del nostro paese.
Rimane dunque aperto il problema dell’esplorazione del terreno su cui costruire una proposta politica, per scongiurare il pericolo dello sfascio e combattere la deriva reazionaria di cui il paese appare prigioniero. L’operazione, già difficile di per sé, ha ben poche speranze di successo se non sapremo imparare dagli errori del passato.
[avviso - ho introdotto alcune modifiche piccole ma non proprio insignificanti all'articolo poche ore dopo la pubblicazione - CR]
* per la storia: pare che fu Paolo Arduini a menzionare il termine “viandanti” proprio in una fase di discussione in cui si disquisiva sull’essere o non essere … compagni; Riccardo Di Vito aprì allora scherzosamente il suo intervento appellandoci così; può sembrare una sciocchezza, ma questo termine creò un certo clima di complicità e coesione nel gruppo dei 20 che venne costituito poco dopo