Inserito da: CR | 30 Giugno 2009

E’ ALBA il nocciolo del problema

Piero Pagliani va al cuore della questione:

Formalmente gli USA, tramite Hillary Clinton hanno condannato il golpe. Di fatto io mi chiedo chi in centro america può fare un golpe senza coordinarsi con gli USA. E infatti, la nota della Clinton finisce esortando le “parti” a trovare una soluzione in comune.

Stesse parole usate dalla Unione Europea che ha esortato che “le opposte fazioni trovino una soluzione pacifica e democratica in Honduras e a questo fine avviino subito il dialogo, nel rispetto dello stato di diritto”.

[...]

E quale sarebbe questo compromesso? Né USA né UE lo dicono apertamente, ma è evidente: l’Honduras deve uscire da ALBA, l’alternativa bolivariana per le Americhe [quella sponsorizzata dal presidente venezuelano Chavez - CR].

Nella stessa nota, Pagliani osserva:

Io faccio un colpo di stato e mando via te presidente democraticamente eletto. Però non sono un criminale, bensì una “opposta fazione” con cui il presidente eletto deve scendere a compromessi “nel rispetto dello stato di diritto”. E’ proprio vero che “democrazia”, “elezioni”, “stato di diritto” sono termini che ognuno può utilizzare a proprio piacimento.

Osservazione sacrosanta, soprattutto mentre non si è ancora spenta la canea intorno alle elezioni iraniane. Elezioni vere, piaccia o meno all’Occidente il risultato. Anche il golpe honduregno è un vero golpe. Ma il potere dell’ideologia occidentalista è tale che ormai non si riesce più a distinguere un’elezione da un golpe.

Il dittatore totalitario sarebbe Ahmadinejad, mentre gli Usa, novello re Mida, trasformano in democrazia (e in dollari, ma non certo in oro!) tutto quello che toccano.

L’idea al centro del post precedente, che Obama sia tagliato fuori dai processi decisionali degli apparati del dominio imperiale, trova conforto nel blog di Eva Golinger:

Nevertheless, it seems like in the particular coup scenario, Obama has lost control. The US Military Group and Embassy in Honduras have been directly involved with the coup leaders. USAID and the Pentagon have backed this coup, there is just really no question. The Honduran military would never have moved with consent from their commanding officers, the US Military Group in Honduras and those stationed on the Soto Cano base.

Queste considerazioni non si basano su prove certe, ma è abbastanza evidente che se gli Usa fossero veramente contrari al golpe, o meglio: che se il livello politico contasse qualcosa, il golpe durerebbe mezz’ora al massimo. Anche l’ammissione del fatto che il dipartimento di Stato sapeva dei preparativi di golpe, e ha provato inutilmente a bloccarlo, conferma questa tesi.

Comunque Obama, pur evitando prudentemente qualsiasi scontro frontale, mi sembra deciso a rivendicare degli spazi decisionali. Vedremo se riuscirà nell’intento di salvaguardare la sua annunciata nuova politica per l’America Latina dal naufragio honduregno.

Un primo parere conciso e convincente è quello espresso a caldo da Chavez: “dietro questi soldati c’è la borghesia honduregna, i ricchi che hanno trasformato l’Honduras in una repubblica delle banane, una base militare e politica per l’impero nord-americano”. I leader del golpe sono tutti militari addestrati dagli Usa.

Il New York Times lo descrive come il primo colpo di stato militare nell’america centrale dopo il crollo dell’Urss. Evidentemente il golpe ad Haiti contro Aristide nel 2004, appoggiato dalla “comunità internazionale” in un momento in cui l’Occidente ancora credeva di potersi permettere tutto, non conta.

Questa volta però l’Oas (Organizzazione degli stati americani) ha preso una posizione diversa: nel 2004 l’Oas condannò il golpe ma non chiese il reinsediamento di Aristide; questa volta, l’Oas ha chiesto il reinsediamento del legittimo presidente Zelaya e ha dichiarato che non riconoscerà alcun altro governo.

La posizione Usa è ambigua: condanna il golpe, e dichiara che agirà nell’ambito dell’Oas, ma una parola chiara e definitiva in merito non è ancora stata pronunciata. Se è per questo, la stessa parola “coup” non è ancora stata usata da nessun esponente di rilievo dell’amministrazione Usa, tantomeno da Obama e Clinton.

In realtà, i golpe sono due: uno contro Zelaya da parte dei militari honduregni; l’altro, ormai permanente, contro Obama o meglio contro la stessa funzione della presidenza Usa, da parte dei militari Usa. Non sembra possibile che i militari honduregni, una vera e propria dépendance degli Usa, possano spingersi così lontano senza qualche avallo del Pentagono. Siamo in una situazione che ricorda per certi aspetti l’invasione dell’Ossezia del sud da parte della Georgia di Saakashvili, sospettato da molti di essere stato segretamente incoraggiato da settori politici degli Usa. Ma lì si trattava di posizioni che magari Bush condivideva ma non poteva dichiarare pubblicamente; qui si tratta di posizioni che confliggono con la nuova politica annunciata da Obama per l’America latina, e quindi costituiscono una sfida diretta al suo ruolo.

Obama si è presentato già in partenza con un grosso deficit di credibilità in termini di capacità di leadership nei confronti delle grandi potenze della società Usa: le corporazioni, la finanza, i militari. Forse qualcuno ora vuole forzare la mano per liberarsi di ogni parvenza di controllo politico. O semplicemente, è ormai abituato a muoversi senza tenere in alcun conto il livello politico.

Già nel corso delle dopo-elezioni in Iran, Obama ha dovuto resistere a violente pressioni politiche e mediatiche perché rinunciasse al suo proposito di modificare la linea aggressiva di Bush e di instaurare un dialogo con il governo iraniano. La stessa Hillary Clinton, segretario di stato, ha dichiarato che lei al posto di Obama avrebbe preso una posizione più dura, sferrandogli un grave colpo, al limite della delegittimazione.

Analogo accerchiamento politico-mediatico nei confronti di Obama (o meglio, nei confronti di ogni velleità di ricondurre la questione palestinese su un terreno politico e giuridico) è in corso sul tema della crescita delle colonie israeliane nei territori occupati.

Il golpe in Honduras rappresenta, in questa prospettiva, un nuovo fronte aperto da forze decise a mettere in chiaro che la politica, oggi, nel nuovo Impero d’Occidente, deve limitarsi un ruolo puramente decorativo.

Una conferma di questa chiave di lettura potrebbe venire dalle dichiarazioni dell’ex vice-pesidente del Costa Rica, Kevin Casas-Zamora, secondo il quale “il dipartimento di Stato Usa ha saputo dei preparativi di golpe e ha tentato di bloccarlo”. Le domande sorgono spontanee: e il dipartimento dela Difesa ha fatto qualcosa? E il dipartimento di Stato perché non ha semplicemente minacciato di bloccare ogni aiuto al suo stato-cliente?

Vedremo cosa accadrà. L’Honduras, storica base di appoggio degli spietati e sanguinosi interventi ed esperimenti imperialistici in America centrale (Guatemala, Nicaragua, ecc), sarà una cartina di tornasole importante sotto molti punti di vista.

Gli Usa e tutto l’Occidente sono ormai da tempo di fronte ad una alternativa secca: accettare la democrazia, e quindi la possibilità che i popoli combattano per una maggiore giustizia sociale, oppure abbarbicarsi ai propri privilegi ed arrendersi al dominio crescente dei suoi “salvatori”: gli apparati della sicurezza, della guerra, della propaganda. La scelta in realtà è già stata fatta; ma forse non tutti sono consapevoli delle implicazioni e dei prezzi crescenti che tale scelta sciagurata comporta.

Su questo terreno non c’è più differenza tra paesi ricchi e paesi poveri, siamo tutti nella stessa barca. La differenza principale è che nel ricco Occidente gli spazi per una politica diversa sono chiusi dall’egemonia delle retoriche del pensiero unico e dello scontro di civiltà, e quindi dall’idea dell’ineluttabilità di quanto sta accadendo; nel resto del mondo ancora si affacciano politici che si appellano al popolo: proprio coloro che noi definiamo populisti e che tentiamo in tutti i modi di delegittimare (Chavez, Nasrallah, Ahmadinejad, ecc).

Se tali forze democratiche, nazionaliste, antimperialiste dovessero essere sconfitte, si chiuderanno definitivamente anche da noi le speranze che si riesca ad invertire le tendenze all’erosione dei diritti e alla repressione delle lotte popolari.

Intanto, vediamo come si comporteranno i “democratici d’Occidente”. Hanno fatto di tutto per delegittimare le elezioni iraniane.

elezioni iraniane 1

Protesteranno con altrettanto vigore contro il golpe nella dépendance militare Usa dell’Honduras?

immagine del golpe in Honduras

aggiornamento: Un interessante servizio di informazione su quanto sta avvenendo sul “terreno” è svolto da Giornalismo partecipativo.

Mario mi scrive da Milano:

Ti ragguaglio sulla manifestazione di sabato, tanta gente tantissimi immigrati (la rappresentanza fiom di Brescia era praticamente solo di immigrati africani, da chi portava lo striscione alle masse che seguivano. Il nostro contingente di reduci CUB Honeywell era di ben 8 persone e quasi tutti (almeno 6) ancora combattenti anche se sotto varie bandiere dal PD (fronda interna) a Rifondazione (ex), attraverso le associazioni per i senza lavoro anziani fino alla guerriglia autonoma per la pensione (forma di lotta, per ora incruenta, lettere di insulti ai ministri, ex ministri e segretari generali dei ministeri competenti). Un panorama ancora disaggregato ma incoraggiante (io sono molto ottimista). La disaggregazione si vede anche in piazza, perchè a parte i sorrisi e gli applausi, tra immigrati e auctoctoni si parla poco: si comunica solo tramite gli obiettivi politici (il che certo non è male), e solo con quelli che ci sono, perchè ad esempio ci sono i lavoratori africani di Brescia ma non i nord africani musulmani che sembrano partecipare poco alle attività sindacali.
Comunque una buona giornata, in tono minore perchè si continua a manifestare solo contro e mai per qualcosa, ma non appena avremo il volantino da distribuire le cose cambieranno (vedi sopra alla voce ottimismo).

La notizia è questa: D’Alema: “Confindustria acquiescente con governo”.

“Con il passato governo abbiamo messo sul tavolo sette miliardi per la riduzione del cuneo fiscale, una parte minore per i lavoratori e la parte maggiore per le imprese. Non hanno neanche detto grazie. Hanno detto che non bastava e hanno protestato. Da questo governo hanno avuto quattro spiccioli e ogni giorno dicono grazie”.

“Perché questo? Secondo me perché è il segno della debolezza dei centri maggiori del potere economico. Siccome hanno bisogno dei favori del governo, in questo momento non hanno la forza di rappresentare in modo adeguato l’interesse del mondo delle imprese”

Non si capisce dove voglia andare a parare. Sembrerebbe una denuncia del tentativo della Confindustria di contrattare, in questo momento di crisi, favori dal governo solo per i pochi “soliti noti” che la controllano. Mentre – sembra di capire – al tempo di Prodi (e di D’Alema), prima della crisi, la Confindustria sarebbe stata forte, fiera e compatta.

In realtà, per strappare un applauso alla platea di piccoli imprenditori che aveva di fronte, D’Alema inavvertitamente conferma una cosa che già sapevamo: e cioè che la Confidustria trattava il governo Prodi come un suo servitore; mentre, evidentemente, il governo Berlusconi non lo è, e quindi è costretta a stare sulla corda, pronta a dei “do ut es” per qualsiasi provvedimento.

La crisi economica, certo, incide: questi grandi parassiti sono alla ricerca sistematica dell’appoggio dello stato ai loro affari nei tempi buoni, figuriamoci in tempo di crisi. Ma questo non cambia la sostanza del discorso.

Le dichiarazioni di D’Alema mi inducono a tornare sul tema della strepitosa debolezza del governo Prodi nei confronti dei “poteri forti” (o resi forti dalla debolezza altrui?). Un livello di servilismo che non può essere spiegato soltanto dalla subalternità congenita dei suoi componenti.

In un post dedicato all’esame del suicidio del centro-sinistra (sia del governo Prodi che dell’alternativa veltroniana), avevo scritto che all’origine delle dinamiche autolesioniste dell’ultimo governo Prodi c’era una sorta di concorrenza distruttiva innescata da varie personalità del centro-sinistra (Dini, Rutelli, Veltroni, Prodi stesso, ecc), allo scopo di contendersi la palma di miglior servitore delle famiglie del capitalismo italiano.

Una comprensione della dinamica di quel gioco al massacro deve partire dalla debolezza della maggioranza. Prodi stesso doveva farsi perdonare il suo peccato originale di aver voluto dare vita ad un governo con una maggioranza risicata mentre i “poteri forti” spingevano per le larghe intese; e quindi doveva convincere la Confindustria che il suo governo era il migliore che essa potesse desiderare. Tutti gli altri spingevano per posizionarsi in un futuro governo di larghe intese il momento che Prodi fosse caduto.

Occorre appena ricordare come è andata a finire: la criminalizzazione della “sinistra” (poveretta, nonostante dicesse sempre “obbedisco”), l’ascesa di Veltroni, la “semplificazione” servita su un piatto d’argento ai “poteri forti” – e Berlusconi che arriva e prende tutto (e non ha neanche ringraziato!)

Prodi, una volta deciso di dar vita ad un governo con una maggioranza debole, aveva una sola strada possibile (politicamente coerente e dignitosa) dinanzi a sé: farsi garante del programma di tutta la coalizione, e minacciare nuove elezioni se il governo fosse caduto per strappi verso destra. Con quella coalizione aveva già vinto due volte su due. Invece è andato a casa in malo modo, e ha trascinato con sé tutta la sinistra che gli aveva firmato una delega in bianco.

Inserito da: CR | 7 Febbraio 2009

Fuori da “Fuori dal recinto”

Prima parte – Il “gruppo dei 20 viandanti”
Seconda Parte – Il nuovo massimalismo verde e altre analogie azzardate

1) Il “gruppo dei 20 viandanti”

Con il convegno di Chianciano del 24-25 gennaio scorso si è conclusa la mia partecipazione all’iniziativa “Fuori dal recinto”, mirante ad “avviare un processo per la costruzione di un nuovo soggetto politico plurale e democratico”.

Ho fatto parte del cosiddetto “comitato dei 20″, un gruppo di volontari che l’ottobre scorso si è assunto il compito di preparare una bozza di documento fondativo per un’associazione, proposta dagli organizzatori del primo convegno di Chianciano, che avrebbe dovuto promuovere tale nuovo soggetto. Compagni, amici, cittadini, come definirci? Alla fine qualcuno* intervenne salutando scherzosamente i “viandanti” convenuti a Chianciano, e il termine attecchì.

E’ stata una esperienza importante per me, a volte intensa, che mi ha dato l’opportunità di conoscere e confrontarmi con persone preparate e con storie diverse. Però la conclusione non è stata positiva, dal mio punto di vista di “socialista senza partito”, tanto che non ho aderito all’associazione che doveva nascere appunto il 25 gennaio scorso (atto che poi ho saputo hanno deciso di rinviare).

In un post precedente avevo descritto lo spirito con cui mi avvicinavo all’iniziativa, le aspettative, i dubbi. Questo esito era quindi sin dall’inizio nell’ordine delle possibilità, anche se per una serie di motivi ho conservato fino all’ultimo la speranza di una conclusione diversa.

Il fatto più significativo, per comprendere la deriva del confronto, è che i promotori, a partire dallo stesso Badiale, hanno lasciato cadere, sin dall’inizio, proprio ciò che mi aveva attirato a Chianciano l’ottobre scorso: l’intuizione contenuta nella parte finale dell’appello “Prima che sia troppo tardi”: “La lotta … contro l’attuale sistema economico e sociale, può essere fatta con qualche speranza di successo da un movimento politico che abbandoni ogni richiamo a ideologie ormai prive di agganci con la realtà (come il comunismo) e che si ispiri invece ai principi e ai valori della nostra carta costituzionale. … Se le forze che si ispirano a giustizia, solidarietà, emancipazione non riescono a dare uno sbocco a questo malessere … i casi dell’Argentina e della Jugoslavia ci ricordano ciò che può succedere a paesi grandi e apparentemente solidi.”

Io vi avevo scorto il nucleo di una proposta politica; da sviluppare, certo, ma in cui c’era il senso della sfida da raccogliere e su cui misurarsi: evitare lo sfascio di questo paese in mano a caste e oligarchie irresponsabili.

Privato di quella intuizione, tutto il dibattito è diventato più astratto, retorico, ambiguo: la crisi politica del nostro paese si è mescolata (sino ad esserne del tutto sommersa) alla crisi economica globale e alla crisi ambientale planetaria; la crisi del sistema politico è confluita nella crisi del “sistema” tout court; i grandi mali dell’Italia – devastazione del territorio, illegalità diffusa, grande criminalità, casta politica – sono stati ricondotti a conseguenze del capitalismo e della sua “ossessione produttivistica”; l’orizzonte dell’iniziativa è diventato quello della “uscita da questo sistema” giudicato “non riformabile”, espressione politicamente paralizzante.

D’altro lato, sono state respinte le due proposte che ritenevo più importanti. La prima, era di fare della lotta ad ogni forma di razzismo una discriminante politica fondamentale. La seconda, era di esplicitare un’idea di nazione come spazio libero e sovrano, solidale e inclusivo, e come sistema (sociale, istituzionale, economico) da governare.

Insieme, questi due principi dovrebbero fondare – nelle mie intenzioni – una politica liberata dalla sudditanza ai poteri finanziari e militari sovranazionali, la solidarietà con le resistenze antimperialistiche, la lotta per l’emancipazione del moderno quarto stato costituito in gran parte di migranti, contro le concezioni identitarie e reazionarie dilaganti, contro i mali storici e l’attuale involuzione del nostro paese, egoista e impaurito.

Per chi volesse approfondire, una descrizione più articolata dei termini del dibattito e delle mie obiezioni e controproposte è contenuta in questi miei contributi al gruppo, “decrescita o resistenza al saccheggio?” del 31 ottobre, “due interpretazioni di Chianciano” del 17 novembre e “le urgenze e gravità del tempo” del 3 dicembre, in cui vengono progressivamente esplicitati i dissensi.

E sicuramente vale la pena approfondire, e far tesoro anche di questa esperienza, perché i nodi che sono emersi riguardano qualsiasi inizativa si voglia mettere in cantiere oggi per la costruzione di un nuovo soggetto politico che si ponga in un’ottica di continuità (per quanto critica) con le esperienze collettive del passato, e non come “iniziativa civica” di benpensanti.

2) Il nuovo massimalismo verde e altre analogie azzardate.

La domanda che ad un certo punto del confronto mi sono dovuto porre, e che riveste credo una importanza che va al di là dell’iniziativa di Chianciano, è la seguente: quale tipo di politica emerge dal documento presentato infine dal gruppo?

Il documento fondativo, per quanto dichiarato aperto ad ulteriori modifiche, si presta di fatto soltanto ad un preciso tipo di politica: una politica che io considero, fatte le dovute proporzioni, la moderna riedizione del massimalismo socialista.

Con una battuta, direi che fallito il 1921, si ritorna al 1920; cioè: esaurita con il crollo dell’Urss la prospettiva perseguita nel 1921 a Livorno, invece di andare avanti, si torna indietro, alla mentalità, le forme e gli schemi politici dell’epoca precedente

Molto in generale, definirei il massimalismo come una politica fondata sulla opposizione intransigente, la radicalizzazione sociale, la rigidità ideologica, e quindi per sua natura senza una progettualità di governo. Una politica che assegna alla mobilitazione delle masse un solo possibile traguardo: il rovesciamento del sistema esistente. Il programma “massimo” del Psi dell’epoca, appunto, da cui il nome della corrente.

“Fuori dal recinto” si colloca però anche nello spirito del nostro tempo, che tende sempre più a fondere l’orizzonte della crisi del capitalismo con quello della crisi ambientale, la lotta di classe con le lotte dei movimenti locali, la lotta al capitalismo che sfrutta l’uomo con la lotta al capitalismo che sfrutta la natura. Un massimalismo rosso-verde, in conclusione, quello verso cui sembra orientata l’associazione; una prospettiva eco-socialista, ha detto infatti uno dei sostenitori di questa concezione; in realtà, molto più verde che rosso, dato che la scelta per la decrescita, ribadita contro le perplessità di tanti, implica che alla base di questa prospettiva ci sono le lotte ambientaliste locali, non certo quelle di chi si oppone alla chiusura della fabbrica.

Lungi da me l’idea di resuscitare, contro tale massimalismo di ritorno, il riformismo (parlo di quello turatiano, ovviamente, perché quello odierno, alla Giuliano Amato, è puro controriformismo). Tali correnti si muovevano per molti aspetti nello stesso orizzonte ideologico, sia nel pensare il socialismo come “necessità storica”, sia nel pensare che il movimento operaio dovesse crescere dentro gli istituti della società borghese come un corpo estraneo, sostanzialmente indifferente ai governi e alle loro politiche (salvo la maggior disponibilità “tattica” dei riformisti, finalizzata però sempre e soltanto a proteggere corporativamente il movimento, piuttosto che ad indirizzare le grandi scelte del governo nazionale). Alla fine, entrambe le tendenze si sono dimostrate politicamente inette nei momenti decisivi del primo dopoguerra, fino all’avvento del fascismo.

Tutt’al più, oggi, volendo stare nell’analogia (anzi, arrivando al vero motivo per cui ritengo l’analogia calzante), proporrei di cercare una strada “matteottiana”, l’unico dirigente socialista che aveva compreso le esigenze, i pericoli e i veri nemici della situazione. Del resto, sia che si parta dal 1921, sia che si parta dal 1920, dopo arriva il 1922 …

Ieri le squadracce protette dagli apparati dello stato, al servizio dell’oligarchia dominante, contro le organizzazioni dei lavoratori, con retoriche identitarie capaci di mobilitare ceti impauriti, frustrati e prepotenti. Oggi cambiano le forme, ma la sostanza delle retoriche e dell’intimidazione, attraverso il quale minoranze organizzate prevalgono su maggioranze disorganizzate, è lo stesso. Bersaglio privilegiato è il nuovo quarto stato, costituito in gran parte dai lavoratori stranieri, ma su qualsiasi protesta che minacci la tranquillità dei poteri o degli affari, pende ormai la spada di Damocle della provocazione poliziesca, come sanno i cittadini della Val di Susa, quelli che in Campania.hanno provato a manifestare contro gli inceneritori e le discariche tossiche, gli studenti mobilitati contro il decreto Gemini.

In questa situazione di reazione rampante, disgregazione morale, autoritarismo crescente e sofferenza sociale, puntare sulla delegittimazione della “casta”, sulla radicalizzazione della protesta, e sull’opposizione allo sviluppo, senza preoccuparsi di individuare il terreno su cui costruire una proposta politica costruttiva, significa aspirare a ripetere quello che fecero i massimalisti: impegnare il movimento su obiettivi astratti mentre intorno si prepara il disastro ad opera di nemici concreti.

E ciò senza peraltro avere come attenuante quel contesto che dava un senso alla politica dei massimalisti: lo sconvolgimento della guerra, l’entusiasmo per la rivoluzione sovietica, la forza del movimento operaio.

Di fatto, penso che alla fine l’Associazione porterà acqua al mulino legalitario-decrescista-anticasta dell’area Di Pietro-Grillo, non necessariamente una cosa negativa, ma certamente lontana dalle aspirazioni del progetto e anche dalle necessità obiettive del nostro paese.

Rimane dunque aperto il problema dell’esplorazione del terreno su cui costruire una proposta politica, per scongiurare il pericolo dello sfascio e combattere la deriva reazionaria di cui il paese appare prigioniero. L’operazione, già difficile di per sé, ha ben poche speranze di successo se non sapremo imparare dagli errori del passato.

[avviso - ho introdotto alcune modifiche piccole ma non proprio insignificanti all'articolo poche ore dopo la pubblicazione - CR]

* per la storia: pare che fu Paolo Arduini a menzionare il termine “viandanti” proprio in una fase di discussione in cui si disquisiva sull’essere o non essere … compagni; Riccardo Di Vito aprì allora scherzosamente il suo intervento appellandoci così; può sembrare una sciocchezza, ma questo termine creò un certo clima di complicità e coesione nel gruppo dei 20 che venne costituito poco dopo

Inserito da: CR | 11 Gennaio 2009

Ragionare su Gaza (di Vincenzo)

Ripubblico come post un commento a “L’orrore di Gaza“; il titolo ce l’ho aggiunto io. Lo trovo pienamente nello spirito del capire cosa sta accadendo e del ragionare politicamente, principi ispiratori di questo modesto blog. Su una questione centrale dell’analisi, quella del giudizio da dare sulla politica dei palestinesi, su Comunitarismo è scaricabile una ricostruzione estremamente interessante del “punto di vista palestinese”, dei protagonisti della resistenza all’occupazione, delle cause e del significato della vittoria elettorale di Hamas: si tratta di un testo del 2006 di Giancarlo Paciello, “Hamas, un ostacolo per la pace? L’unico vero ostacolo: occupazione militare e colonie“. E ora, il pezzo di Vincenzo.

La situazione a Gaza ed in Palestina ci richiama alle nostre responsabilità e a dare una continuita alla nostra azione politica e non solo quando le tragedie le vediamo alla televisione.
Riporto le mie opinioni e soprattutto vorrei che la tragedia palestinese, l’aggressione islraeliana, i diritti di entrambi, soprattutto dei più deboli, fossero riportati ad un discussione politica. Perchè solo nella politica ci può essere una risposta Quanto segue è stato pubblicato:
-sul forum http://www.unaltro68.org prendendo spunto da una serie di articoli ricevuti come mail o recuperati ed ivi posti in allegato
-su questo blog
Cerco di esprimere il mio parere per quanto possibile lucido dal momento che ne sono personalmente ed emotivamente coinvolto.
Non sono sufficienti le esecrazioni, i proclami, i pianti, le preghiere, gli appelli vari, gli sdegni, lo scontro tra il bene ed il male, una generica pace che riempiono i giornali, i media e molte delle mail che ricevo e questo perché passato questo momento tutto torna nel dimenticatoio.
Non mi interessa chi sia stato il primo a provocare la situazione attuale, perché della disperazione a cui i popoli vengono portati è responsabile chi la provoca e non chi la subisce perché quest’ultimo ha il diritto di difendersi con i mezzi che ha.
Voglio cercare di esprimere alcuni miei punti fermi per tentare di fare un discorso politico accettando anche di essere attaccato e rifiutato ed anche smentito visto che su alcune affermazioni vado a memoria.
Nei miei,ma anche negli altrui ragionamenti, vorrei che sempre fossero distinti i popoli dai propri governanti, anche se eletti in modo democratico, pur riconoscendo che esistono comunque anche responsabilità collettive con cui ogni popolo dovrebbe fare sempre i conti o a cui la storia li costringerà a fare.
Dico che il popolo palestinese è il popolo che oggi dobbiamo salvare da un gioco politico che tutti stanno facendo sulla sua pelle e che hanno fatto oramai da tanti e tanti anni.
E’ un popolo che è oppresso non solo da Israele e dai suoi alleati americano ed europeo, ma dai stessi suoi governanti e dai suoi presunti alleati.
La divisione in due tra Hamas e l’Alleanza palestinese del popolo palestinese oltre a non essere utile alla sua causa determina uno scontro tra i governanti perché uno vuole prevalere sull’altro a qualunque mezzo anche utilizzando Isreaele.
Ugualmente dico in modo chiaro che non accetto il terrorismo indiscriminato contro la popolazione israeliana ed in questo caso sono dalla parte della popolazione israeliana.
Oltretutto considero il terrorismo contro Israele e quello attuale, anche se camuffato da guerra, di Israele verso il popolo palestinese come contrario ai diritti umani e dei popoli ed è l’opposto della soluzione dei problemi attraverso la politica.
Questo gioco è iniziato dalla dichiarazione Balfour ad oggi.
-Quando le agenzie ebree europee ed americane compravano la terra che i palestinesi lavoravano, ma i cui padroni, anch’essi palestinesi, allettati dai soldi vendevano. Tali padroni vivevano nelle varie capitali arabe od europee.
Allora i palestinesi non erano ancora un popolo
Questo è accaduto fino al 1948, lentamente
-Dall’anno ’48 i palestinesi hanno cominciato ad essere un popolo e si sono costruiti purtroppo dalle loro dure e continue sconfitte
-Ma contemporaneamente anche utilizzando il terrorismo Israele, l’espulsioni dai territori è diventato uno Stato ed anche un popolo
-I paesi arabi hanno utilizzato il popolo palestinese per le proprie mire di egemonia regionale e per la conservazione del potere dei propri governi reazionari.
Quando il pericolo palestinese diventava vicino tali paesi non si sono mai tirati indietro nella repressione violenta (vedi Settembre Nero in Giordania).
La stessa strage di Sabra e Shatila pur effettuata dai cristiano maroniti in Libano sotto l’occhio vigile di Israele non ha trovato tali paesi in posizione contraria
-Il popolo palestinese faceva ed in parte fa paura ai governi arabi perché laico e perché portatore di eguaglianza e di alcune istanze socialiste. In questo senso l’aspetto laico disturbava anche Israele perché allora ero uno stato sostanzialmente teocratico (aldilà di alcuni elementi socialisti presenti nei kibbutz). Oggi mi sento di dire che quest’aspetto è ancora presente ed influente sulle decisione dei vari governi (di destra o di sinistra) anche se giudico laico lo stato di Israele
-Il popolo palestinese si è trovato in mezzo a giochi ben più grandi delle sue possibilità di reazione. Ricordo che tutte le istanze democratiche ed anticolonialiste o comunque progressiste nella regione medio orientale (es l’esperienza laica e democratica di Mossadeq in Iran e quelle anche in Egitto con Nasser ed in generale il panarabismo) sono state annullate o ridimensionate dagli Usa e dall’Europa (guerra di Suez) in modo spesso violento con il ripristino di regime autoritari.
Anche oggi i ruoli di Usa ed Europa e gli interessi presenti in Medio Oriente non sono sostanzialmente cambiati ed anche il ruolo politico-militare attribuito da questi ad Israele
-Israele ha portato avanti una politica di annessione (fame di terra e di risorse) considerando anche che alcuni suoi settori di opinione pubblica considerano gli arabi come persone di serie B. Infatti esiste la nomea che gli arabi sono pigri e non facevano fruttare la loro terra appieno. Al riguardo è interessante vedere quale livello occupano nella scala sociale in Israele gli arabi israeliani ed i diritti a loro negati. Già in Israele di parla di espulsione di tali arabi israeliani.
La politica israeliana è di destra (sia con governi di destra che di sinistra) ove i settori religiosi, i coloni, le nuove immigrazioni (specialmente quelle di origine russa o dell’est Europa), la struttura militare hanno un peso fondamentale. A questa non si oppone alcuna sinistra perché non esiste.
Oggi inoltre il governo israeliano, dato perdente alle prossime elezioni, si gioca la carta di Gaza per recuperare il terreno perduto presso i vari raggruppamenti reazionari.
In nome della propria patria e della propria esistenza tutto è permesso, compreso la distruzione delle altre esistenze non rispettando alcun diritto umanitario ed internazionale
-In questa logica di il fondamentalismo islamico ha ripreso fiato da una posizione di assoluta minoranza ed ha rappresentato l’unico rifugio per il popolo sconfitto. Ma anche ha giocato pesantemente nel successo di tale fondamentalismo la sconfitta ed il fallimento della soluzione portata avanti da Arafat.
Come può un popolo così schiacciato dalle sconfitte e dai paesi vicini sopravvivere se non fosse un popolo?
Come può un popolo gestire il proprio futuro se non controlla nulla (terra e risorse) e se dipende solo da aiuti internazionali?
Deluso e sconfitto dall’Agenzia palestinese (screditata, corrotta,burocratica), senza alcun risultato reale ottenuto come non poteva finire nelle braccia di Hamas e del suo fondamentalismo religioso?
C’era qualcun altro che gli proponeva qualcosa altro?
La rivolta, la sovversione contro gli occupanti è più che legittima.
Non conosco gli equilibri all’interno della popolazione palestinese ovvero:
-Quali sono le differenti posizioni politiche
-Quali interessi portano avanti le diverse posizioni e la loro presa presso la popolazione
-Quali sono le lotte tra le varie fazioni
-Cosa conta la diaspora palestinese
-Cosa contano i rifugiati palestinesi presenti nei vari paesi arabi
-Cosa conta Al Queida
-Quanta essa è ancora laica
Ma non conosco neppure gli equilibri all’interno della popolazione israeliana ovvero:
-Il peso delle lobbies ebraica americana ed argentina
-Il peso della religione
-Il peso della casta militare
-Le classi sociali in cui è divisa
-Quale sinistra è ancora presente
-Il peso dei gruppi pacifisti

Ma Hamas può rappresentare il futuro per il popolo palestinese anche se votato in modo democratico?
Personalmente non credo che ci possa essere futuro per vari aspetti.
-Quando la religione prende il sopravvento
-Quando si pensa che puri atti terroristici possano ribaltare i rapporti di forza e far crescere la coscienza di un popolo
-Quando si pensa che la propria vita è possibile solo con la distruzione fisica del popolo avversario
Ma Abu Mazel può rappresentare il futuro per il popolo palestinese anche se votato in modo democratico?
Personalmente non credo che ci possa essere futuro per vari aspetti.
-L’Autorità palestinese si è oramai burocratizzata e rappresenta solo se stessa
-Pur presentandosi in modo dimesso non ha ottenuto nulla da Israele
-Non è più in grado di dare una speranza al proprio popolo

Israele ha portato avanti in questa situazione la propria politica imperialista:
-occupazione dei territori con continui nuovi insediamenti di colonie
-creazione di proprie riserve indiane con la costruzione di muri o come alcuni dicono un vero apartheid tipo Sud Africa
-controllo delle risorse (acqua, luce, comunicazioni, frontiere)
-distruzione di coltivazioni e case
-bombardamenti indiscriminati per incutere terrore
-obbligare il popolo palestinese ad avere dei governanti a lei graditi ovvero servili. Non dimentichiamo che ai tempi di Arafat Israele diceva che solo senza Arafat era possibile trovare un accordo. Ora dice la stessa cosa con Hamas e contemporaneamente non concede nulla all’Agenzia palestinese che pur è più malleabile di Hamas e contemporaneamente continua ad occupare territori e a creare enclave. Anzi ha inizialmente utilizzato Hamas per discreditare l’Agenzia palestinese ed ora fa l’inverso utilizza Abu Mazel contro Hamas. Lo stesso Abu Mazel spera in indebolimento di Hamas vper poter rientrare a Gaza

Si può allora dire che Israele=svastica e che stiamo assistendo ad un genocidio simile a quello che il suo popolo ha subito?
Si può parlare di Auschwitz o Hiroshima o anche di Dresda?
Esiste in Israele un disegno così lucido e programmato?
Sicuramente fa parte nei settori dominanti di Israele il disegno di incutere terrore nella popolazione palestinese (Hiroshima o Dresda) e nascondere il proprio disegno imperialista ed in alcuni aspetti anche razzista.
Ad oggi non esiste nella classe politica israeliana un progetto come quello nazista che possa portare ad Auschwitz, ma piuttosto un progetto tipo riserve indiane americane (che non dobbiamo dimenticare hanno portato col tempo alla sparizione degli indiani stessi). Gli indiani non erano un popolo e pertanto non sono stati in grado di resistere ad un attacco così violento.
Quanto gioca in Israele la paura storica di sparire? Sicuramente fa parte delle paure oramai consolidate nella coscienza collettiva ed ha evidentemente una giustificazione storica legata a tutta la storia del popolo ebraico dalla diaspora in avanti e sicuramente non aiuta il suo superamento i vari proclami di azzeramento di Israele.
Quanto tali paure sono utilizzate dalla classe dominante?
Ancora qui in questa guerra di Israele si misura l’assenza della politica sia da parte di Israele che da parte dei palestinesi (Hamas e Agenzia palestinese).
In Israele l’assenza di una sinistra e di una coscienza collettiva della sua popolazione ed il prevalere del settore militarista e razzista pesano pesantemente. Nella popolazione palestinese ha preso il sopravvento la disperazione per un futuro che non esiste ed il fatto che non sia stato in grado in tutti questi anni di crearsi alleati in particolare all’interno di Israele o comunque creare delle contraddizioni per paralizzare ed attenuare la sua violenza militarista
In questo i nemici del popolo palestinese sono stati bravi.
Quanto pesa l’assenza di una sinistra internazionale ed internazionalista che condizioni i propri paesi e offra una speranza al popolo palestinese?
Cosa possiamo fare noi oltre che a manifestare, aiutare anche materialmente il popolo palestinese e denunciare le responsabilità dei nostri governanti?
Cosa possiamo fare con una sinistra italiana ed europea così povera ed incapace di capire ed affrontare anche i propri problemi?
Ci dobbiamo affidare solo alle esecrazione del Tavolo della Pace, ai pacifisti di casa nostra, alle risoluzioni dell’ONU?
Stiamo discutendo in varie istanze come ricostruire una sinistra ed una opposizione.
In tutte queste istanze non solo mostriamo la nostra incapacità di analisi della realtà che ci circonda, ma non abbiamo un respiro più ampio che ci faccia vedere oltre il proprio naso non solo il popolo palestinese ma tutti quei popoli oppressi che non riescono con le proprie forze ad alzare la testa.
Dobbiamo anche affrontare il nostro fondamentalismo ideologico ed anche quello cristiano che sta cercando di riportarci indietro di secoli.
Dobbiamo evitare che l’anti-semitismo e l’anti-islamismo escano allo scoperto come sta avvenendo in questi giorni (vedi proposte di boicottaggio dei negozi ebrei, ecc) anche in settori di sinistra. [nota: l'esempio scelto è infelice: si tratta solo dell'ennesimo episodio di disinformazione - CR]
Dobbiamo ridiscutere il problema del sionismo, dell’ebraismo, dell’islamismo, dell’arabismo e separare sempre dalla nostra discussione gli aspetti razzisti che palesemente o occultamente potrebbero venir fuori anche senza volerlo.
E’ un lavoro innanzitutto culturale perché abbiamo sempre pensato che sinistra volesse dire anche antirazzismo.

Inserito da: CR | 6 Gennaio 2009

L’orrore di Gaza

Come chiamare ciò che Israele sta facendo? Dopo Auschwitz e Hiroshima, dovremo aggiungere Gaza alla galleria dei luoghi simbolo della disumanità dell’Occidente? Un milione e mezzo di persone in pochi chilometri quadrati, in balia di un gruppo di energumeni venuti da lontano, in nome di Dio, a prendere possesso della Terra Promessa, e che ora si accanisce contro i superstiti e i discendenti della pulizia etnica cominciata nel 1948.

I commentatori occidentalisti sono impegnati – tra mezze verità e bugie totali, dissimulazioni ed eufemismi – nell’impossibile compito di conciliare le retoriche della democrazia con il rigetto dei rappresentanti politici eletti dai palestinesi (Hamas), e le retoriche dei diritti umani universali con la lenta e spietata pulizia etnica operata da uno stato razzista e colonialista.

Si mostra preoccupazione per le “vittime civili” quando tutta la politica di Israele, a partire dalla sua stessa fondazione come “stato sostanzialmente ebraico”, è strutturalmente rivolta contro la stessa esistenza delle popolazioni civili indigene (e che, per macabra ironia, sono proprio le più probabili discendenti degli antichi ebrei), e sanzionata dalla fatidica, enfatica e un po’ ridicola formula sul “diritto ad esistere” di Israele, cioè del diritto di uno stato razzista di esistere come tale, insomma: del diritto di uno stato razzista di controllare la “demografia” della regione.

L’orrore di Gaza presenta una sua specificità, che non consiste purtroppo nel dolore, né nelle vittime, giacché la storia propone infiniti esempi di crimini di massa compiuti da Stati (e probabilmente si è persa memoria proprio dei peggiori, cioè dei meglio riusciti).

Ciò che rende angoscianti, disgustose e insopportabili in un modo del tutto particolare le azioni israeliani a Gaza sono:
1) l’esibizione delirante di potenza e machismo in uniforme, ma senza dignità militare
2) la somministrazione sadica e graduata di “dolore” di massa, secondo modalità scientifiche e burocratiche
3) il tutto sotto gli occhi del mondo

Tendiamo ad associare il secondo punto al sadismo dei nazisti, ma questa è più propaganda politico-cinematografica post-bellica che realtà; i nazisti hanno sì attuato, con modalità scientifiche e burocratiche, le loro spietate “soluzioni finali”; ma la somministrazione graduata di dolore di massa è prerogativa di Israele. Gaza è stata trasformata, dopo il ritiro dei pochi e controproducenti coloni israeliani e la vittoria elettorale di Hamas, in un gigantesco esperimento di controllo e di annichilimento di massa.

Rispetto alla consueta politica nei territori, manca la centralità dei bulldozer; questo perché Gaza, a differenza della Cisgiordania, non è territorio da sgomberare e colonizzare; è stata invece trasformata nel più grande campo di concentramento della storia; era questo il senso del “ritiro” da Gaza ordinato da Sharon.

La specificità dell’orrore di Gaza consiste quindi da un lato nel cinismo con cui vengono eseguiti gli esperimenti sulla popolazione intrappolata; dall’altro nell’assenza di orizzonte e di senso. Gli israeliani nel 1948 espulsero 800.000 civili dai territori che avevano preso di mira, e dopo 60 anni questi sono diventati milioni di abitanti in Gaza e Cisgiordania, e altri milioni di profughi nei paesi confinanti, soprattutto Libano e Giordania. Profughi apolidi: l’orrore conosciuto su grande scala nel corso degli anni trenta e poi nella seconda guerra mondiale, e che tanto aveva colpito Hanna Arendt. Una piccola minoranza araba fu tollerata dentro i confini di Israele, ma ora è cresciuta e si parla apertamente, anche a livello governativo, di “trasferimento”.

Insomma, il problema demografico continua ad ossessionare gli epigoni del sionismo. E le modalità dell’azione israeliana sono strettamente collegate all’impossibilità di “risolvere” il problema demografico.

I sionisti sono almeno quarant’anni che hanno irrimediabilmente perduto la loro battaglia per la debellatio, la pulizia etnica e il controllo demografico della Palestina, ma sono tuttora del tutto incapaci di prendere coscienza di questo fatto. Le loro strapotenti forze armate si trovano per lo più a dover fronteggiare le sassaiole dei ragazzini. L’esercito israeliano è ormai ridotto ad una banda di criminali cinici e codardi, viziati dalla superiorità tecnologica, incapaci di affrontare un vero scontro, come hanno dimostrato i militanti di Hezbollah. I palestinesi d’altro lato, ostracizzati dal mondo, non hanno nessuna possibilità di riconquistare con la forza i territori perduti.

Stiamo assistendo quindi all’interminabile e sempre più disumana coda di una guerra razziale perduta, ma che la superiorità tecnologica impedisce agli aggrediti di vincere. Un’occupazione senza futuro, un eterno presente che diventa incubo kafkiano per le popolazioni.

Non vi è razionalità politica né militare nelle azioni di Israele. E’ come un megalomane disperato, i cui ancora recenti sogni di grandezza sono distrutti, ormai separato dal consorzio umano, prigioniero di una trappola che si è costruito egli stesso, incapace di far altro che mettere in scena le sue fantasie più perverse di violenza e di dominio, maschere della sua rabbia.

Quello che avviene sotto i nostri occhi in questi giorni a Gaza (e ciò che avviene più di nascosto tutti i giorni nei territori occupati) avviene con la nostra piena e attiva complicità. E’ da tanto tempo che si sarebbe dovuto imporre sanzioni contro Israele per costringerlo ad un accordo approvato dalla maggioranza dei palestinesi, residenti e profughi. L’acquiescenza della cosiddetta “comunità internazionale” ha invece incoraggiato i likudisti nella colonizzazione dei territori occupati dopo la guerra del 1967, demolendo le basi per una pace fondata su due stati, e creando così una soluzione di non ritorno.

L’unico orizzonte pensabile è oggi quello di uno stato unico per la Palestina. L’Occidente deve riconoscere il tragico errore commesso appoggiando il delirio sionista e trovare una linea compatibile con i principi basilari della civiltà. Ma per prima cosa, deve neutralizzare quella “lobby della guerra” che soffia sul fuoco e cerca di presentare il conflitto palestinese come un fronte nello “scontro di civiltà”. Il conflitto palestinese è al momento il principale punto di appoggio su cui fa leva chi vuole imporre la “guerra permanente” nel mondo e lo stato di polizia in casa nostra.

In cambio di qualche euro, il popolo assisterà al progressivo smantellamento di ciò che è stato edificato nel corso di un secolo di lotte e di guerre: sanità, istruzione, servizi sociali, politiche per la casa e l’occupazione, ammortizzatori sociali, previdenza, assistenza; tutto ciò che va a costituire la vera sicurezza, quella di poter vivere in ogni caso un’esistenza dignitosa, e assicurare un futuro ai propri figli, contando su meccanismi di solidarietà cui contribuiscono tutti i concittadini in ragione delle proprie possibilità.

E questo perché? Perché nel nostro paese, già detentore di numerosi record nel campo dei consumi individuali, i ricchi hanno deciso che non hanno alcuna intenzione di pagare le tasse necessarie a pagare la sicurezza dei loro concittadini. Se devono spendere, lo fanno per pagarsi i propri servizi e – ovviamente – le forze dell’ordine, le più numerose d’Europa.

La ricchezza sta tornando a trasformarsi in privilegio sociale, la plutocrazia in classismo.

L’orizzonte dei ricchi è quello della scuola, sanità e università privata. Ticket e spese accessorie gravose su tutti i servizi (libri di testo, analisi, farmaci, autostrade, ecc); i servizi sempre più scadenti, sino ad arrivare alla negazione di fatto della prestazione (trasporti pubblici e treni per i pendolari, istruzione che fornisce titoli di studio dequalificati che costringono a spese di formazione e qualificazione aggiuntive, sanità pubblica con lunghissime liste di attesa per esami importanti e urgenti).

La riduzione delle tasse produrrà una reazione a catena, già prevista e cercata dalla destra radicale Usa. Tanto più nel contesto dell’attuale crisi internazionale e delle immense somme richieste per sostenere le attività bancarie, della perdita di competitività del sistema italiano, e dell’immenso debito pubblico che già grava sulla nostra finanza publica, la diminuzione delle entrate si abbatterà come una clava sulla pubblica amministrazione, che ha già di fatto bloccato il proprio turn-over da anni.

Meno posti sicuri, meno insegnanti, meno infermieri professionali, meno assistenti sociali, ecc: indebolimento di tutte le categorie sociali tradizionali sostenitrici dello stato sociale, del sindacato e dei partiti democratici. Più concorrenza per il lavoro, quindi più precariato. Insieme alle delocalizzazioni, ai subappalti, all’outsourcing e alle consulenze, che estromettono le competenze tecniche e specialistiche dalle gerarchie aziendali, si tratta di un attacco al blocco sociale che ha creato la democrazia moderna nei paesi occidentali.

I diritti di cittadinanza vengono gradualmente e silenziosamente negati proprio mentre riprendono quota le retoriche patriottiche e nazionaliste, quale la celebrazione della carneficina criminale del 1915-18. C’è della coerenza, in tutto ciò: per le nostre oligarchie, il popolo continua ad essere carne da macello.

Compito della sinistra, come sempre, è quello di facilitare la somministrazione della pillola al popolo impotente, partecipando alla disinformazione. Propongono di detassare le tredicesime, di abbassare le tasse sui redditi più bassi, ecc. Già abbiamo visto con l’indulto e poi con l’Ici come è andata. Le tasse, alla fine verranno abbassate per tutti. Uno a te, dieci a me, uno a te, dieci a me, verranno spartite le spoglie della nostra ricchezza nazionale e monetizzato il futuro della popolazione.

Inserito da: CR | 23 Ottobre 2008

Chi è COMIDAD?

Nel post precedente ho citato, in qualità di esponenti di una concezione “smitizzata” del capitalismo, Giovanni Arrighi e Comidad.

Chi è Giovanni Arrighi lo sanno tutti, o almeno tutti gli interessati a questo genere di dibattito. E chi non lo conoscesse, non dovrebbe fare altro che comprare qualche suo libro, e complementarne la lettura con le tante recensioni e commenti su Internet.

Ma Comidad? Chi sa chi è Comidad? Io no. Io so solo che è il migliore commentatore politico su Internet.

Il suo sito www.comidad.org parla di un gruppo:

“COMIDAD FEDERALISTI ANARCHICI: il gruppo ed il relativo bollettino di collegamento nazionale si é formato a Napoli nel 1978, nell’ambito di una esperienza anarco-sindacalista. Successivamente si é evoluto nel senso di gruppo di discussione in una linea di demistificazione ideologica. Aderisce alla Federazione Anarchica Italiana dal 1984.”

La ricerca su Internet conduce ad un microcosmo anarchico senza echi all’esterno. E’ un peccato.

Il commentario di Comidad, a cadenza settimanale, è sicuramente scritto da una persona sola, gran conoscitore del ‘900, che ama prendere spunto dall’attualità politica per usare con virtuosismo pochi concetti cardine (soprattutto colonialismo, razzismo e affarismo) al fine di ribaltare la rappresentazione del mondo che viene veicolata quotidianamente nell’opinione pubblica da parte di politici, giornalisti, intellettuali di tutte le tendenze.

Il suo metodo, nonstante alcune somiglianze, è l’esatto contrario di quello usato dai cosiddetti “complottisti”, di cui internet – e la politica militante – è piena. Egli punta sempre, alla fine, a ciò che è di fronte a noi, e che solo le illusioni dell’ideologia e della propaganda impediscono di vedere. Comidad è oggi l’unico commentatore che riesca quasi sempre a stupirmi con gli squarci di verità – o di possibili verità – che offre. Anche lo stile, il ritmo e l’erudizione dei suoi scritti sono affascinanti.

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