dall’offensiva neoliberista, alla crisi della politica tradizionale, al ritorno dei mostri: le crociate, l’imperialismo, la “grande politica” che ha insanguinato il ‘900; la guerra al terrorismo come guerra santa, come politica di potenza, come nuovo totalitarismo; l’Occidente senza testa, in un vicolo cieco, prigioniero delle proprie retoriche
E’ cominciata la guerra all’Iran. L’attacco alla rete di comunicazioni di Hezbollah, decisiva per la vittoria contro Israele nel 2006, e l’assedio di Sadr City, l’immensa periferia di Bagdad dominata da Al Sadr (assedio ancora oscurato, dopo più di mille morti in un mese, dalle nostre tv), hanno un chiaro obiettivo: prevenire la protesta delle forze che si sono dimostrate capaci di resistere ai disegni Usa.
L’attacco non consisterà nel bombardamento dei siti nucleari iraniani (almeno per ora), ma di qualche struttura del Qud, la più potente organizzazione politico-militare dello stato iraniano, accusata dagli Usa di essere all’origine del “disordine” in Iraq. L’obiettivo è arrivare a provocare una reazione, per poi scatenarsi nella rappresaglia.
La dinamica è simile a quella vista nel Vietnam: incapaci di vincere la guerra, gli Usa cominciano ad accusare i vicini per la resistenza che incontrano, ed allargano il conflitto. Allora furono Laos e Cambogia, oggi Siria e Iran. Ma questa volta il disegno è più ambizioso, mira alla debellatio del Medio Oriente.
La coazione a ripetere e l’escalation sono tratti distintivi dell’arroganza razzista di chi non si vuole arrendere all’evidenza: l’impossibilità di tornare all’epoca dell’imperialismo e del colonialismo. Ma nell’era della fine della politica, neanche questa consapevolezza sarebbe decisiva. L’instabilità permanente provocata dalla distruzione di tutti gli stati nazionali della regione viene considerata una condizione accettabile (o persino un esito auspicabile) purché consenta di impadronirsi di risorse strategiche decisive.
Il prezzo da pagare? Guerra permanente, stato di polizia, spese militari, e razzismo anti-arabo e islamofobia da spargere a piene mani per mantenere nel lungo periodo il consenso dell’opinione pubblica intorno a una guerra che può solo essere guerra santa.
Comunque, Nasrallah aveva capito tutto e non si è fatto trovare impreparato. In un importante discorso politico del 15 gennaio, aveva spiegato come gli Usa stessero pianificando per Maggio un’offensiva nella regione. Di fronte alla prime provocazioni, Hezbollah si è impadronita di Beirut ovest, così come nel 2006 Hamas si era impadronita della striscia di Gaza poche ore prima che scattasse il golpe preparato da Al Fatah. Anche Al Sadr è stato pronto a rispondere alle provocazioni a Basra.
Siamo agli inizi di una nuova offensiva in tutta la regione. Le varie resistenze stanno già rispondendo. Un augurio di cuore a queste forze che non si fanno intimidire.
Il Partito Democratico, e in particolare la leadership di Veltroni, nascono nel segno della catastrofe. Nel giro di due settimane hanno consegnato il governo a Berlusconi e la capitale ad Alemanno.
Entrambe le sconfitte presentano risvolti sconcertanti. A livello nazionale, era stata irresponsabilmente considerata una mezza vittoria il fatto di aver sgomberato il campo dai propri stessi alleati! Ma quale politico non avrebbe fatto ponti d’oro per tenersi cara la pattuglia di partitini ed personaggi che, a partire da Bertinotti, votavano sempre con il governo? Proprio per questa loro subalternità congenita, una volta lasciati fuori dalle alleanze protettive richieste dalla legge elettorale di regime, sono stati spazzati via dai loro elettori.
A Roma, stupisce l’entità della sconfitta personale di Rutelli. Il confronto con il successo del diessino Zingaretti alla provincia smentisce ogni discorso di vento di destra, lasciando il campo ad altri fattori, tra cui la vendetta degli elettori di sinistra, la ribellione di molti romani contro la gestione privatistica del Campidoglio, l’ossessione della cosiddetta emergenza sicurezza, alimentata anche da Veltroni e Rutelli, che ora addirittura si duole per non averla cavalcata con maggiore convinzione.
Ma soprattutto, secondo me, per far “precipitare” certi stati d’animo in comportamento di voto ben preciso, ha pesato il fatto che contro Rutelli il Pdl non abbia schierato uno dei tanti politici che non rappresentano nulla, ma una tradizionale figura di militante politico, rispetto al quale Rutelli è apparso come un lontano fantasma. Insomma ho il sospetto che se si fosse ripresentato il piccolo burocrate Fini avrebbe perso, e che quella di Alemanno sia una vittoria dal forte sapore personale.
Ma qual’è il perverso segreto del Pd? Com’è possibile, nel giro di pochi mesi, terremotare in modo così autolesionistico la politica italiana? Facile dare tutta la colpa ai due bamboccioni, ma il disastro merita un’analisi più ampia. La mia tesi in sintesi è la seguente. Il Pd è l’espressione di un ceto politico ormai eterodiretto; è nato per gestire la normalizzazione della sinistra, obiettivo facilmente raggiunto con l’assegnazione della presidenza della Camera a Bertinotti e la formazione del triste governo Prodi nel 2006. Ma l’equilibrio raggiunto non era evidentemente considerato sufficiente; in particolare il blocco della Tav trovava qualche eco in Parlamento, e ogni decisione di politica estera diventava occasione di scomodi dibattiti. Per compiacere i suoi “azionisti di riferimento”, il Pd ha gioiosamente e catastroficamente compiuto la missione suicida: passare dalla normalizzazione della sinistra alla semplificazione. Ora è orgogliosamente solo, stupito dei voti che mancano all’appello, rintronato dalla botta inaspettata, ma del tutto impossibilitato a cambiare la strada intrapresa.
Ma andiamo con ordine.
Occorre tornare a chiedersi: per quale motivo è nato il Pd? Che senso ha questo collage di ex-comunisti ed ex-democristiani, di incerta collocazione in Europa? Esso è nato in complicità con Rifondazione Comunista per regalare una rendita di posizione, all’interno del polo di sinistra (l’Ulivo), a spezzoni di un ceto politico stanco e corrotto, autoreferenziale, senza altro disegno per la nazione che non fosse quello del pacifico asservimento coloniale a tutti i poteri esistenti, esterni (Usa, Nato, Ue, Vaticano) ed interni (banche, asssicurazioni, Confindustria, ecc, a loro volta spesso asservite alla finanza internazionale). In altre parole: normalizzare la rappresentanza politica all’interno del polo di sinistra del bipolarismo italiano, attraverso un gioco delle parti Pd-Prc.
Gestazione e nascita del Pd da un lato, e logorio e crisi del governo Prodi dall’altro, sono strettamente interrelati. E non solo nella fase conclusiva, quando la riesumazione della sponda-Berlusconi per una legge elettorale che consentisse comunque di disfarsi dei “piccoli”, ha scatenato la risposta di Mastella (e il suo mitico: “Volevi correre da solo? Ora puoi farlo!”). Gli appelli dell’establishment italiano a disfarsi della sinistra radicale iniziano già il giorno dopo le elezioni del 2006. Ds, Margherita e poi il Pd sono stati la cassa di risonanza di tali appelli. Per due interminabili anni, si sono evocate vaghe riforme necessarie al paese, che solo la testarda e antistorica resistenza della sinistra sembrava impedire; e intanto nessuno dei provvedimenti inseriti nel programma su richiesta della sinistra veniva approvato - anzi, spesso si andava in direzione opposta. Falliva però anche “la spallata” di Berlusconi.
In questo contesto di stanchezza generalizzata il nuovo partito è stato consegnato - per assenza di alternative - all’ex visionario dell’Ulivo, che ha dato la sua particolare versione del disegno liquidatorio che era alla base del Pd. Una versione non solo astiosamente nemica di ogni resistenza ai desideri dei poteri forti, ma anche ansiosa di completare lo sradicamento dalla propria storia e dalla storia italiana tout-court, e quindi nemico della sinistra tradizionale, in tutte le sue forme; una visione nel complesso profondamente antipolitica. E’ questo il senso più autentico degli appelli di Veltroni per una “politica leggera”: leggera perché liberata di ogni peso, cioé di ogni dovere e di ogni memoria. E così si spiegano il rifiuto di allearsi non solo con la Sinistra Arcobaleno, ma anche con il Psi di Boselli; e la ricerca, invece, dell’accordo con Di Pietro e i radicali.
Certo, il modo in cui Veltroni ha gestito il passaggio dalla strategia della normalizzazione della sinistra a quella della semplificazione è stato superficiale e frettoloso. Lo ha fatto per la superficialità della sua idea di politica, e con lo spirito del “cogli l’attimo!”, consapevole del logoramento irreversibile di Prodi e Bertinotti, e indotto inoltre in tentazione dalla perversa legge elettorale. Ma alla base di tutto non dobbiamo dimenticare che c’è la crescente ingordigia dei poteri forti e quindi la loro impazienza nei confronti del ceto politico italiano, e la conseguente frustrazione di alcune componenti di tale ceto definibili ormai solo come “di servizio”, incapaci di dare ai suoi padroni l’unica risposta che vogliono sentire: che tutto è sotto controllo, che gli affari si faranno senza impacci.
O, chissà. Forse i poteri forti si sarebbero anche accontentati del tanto che il governo Prodi poteva dare loro, ma all’interno del ceto politico si è aperta la concorrenza tra aspiranti zelanti servitori, ciascuno dei quali prometteva di poter fare ancora di più. Forse Veltroni non voleva perdere l’occasione di appoggiare un futuro attacco Usa all’Iran, così come D’Alema manovrò per sostituire Prodi proprio in tempo per aiutare Clinton nel distruggere la Serbia e colonizzare i Balcani.
Chi veramente è mancato al suo compito, mostrando tutti suoi limiti politici e umani, è stato Prodi. Era lui il garante del programma. Lui avrebbe dovuto difendere l’unico possibile equilibrio che consente di dare all’Italia un’alternativa alla destra. E invece - troppo furbo per farsi scavalcare, nel ruolo di governatore della colonia, dai Veltroni, i Dini, i Rutelli - ha voluto prendere in mano il bastone egli stesso, declamando i famosi 12 punti, ovvero i desiderata dei poteri forti. La sinistra si è lasciata stracciare in faccia il programma faticosamente concordato, ed ha pagato. Rutelli si è trovato contro il rappresentante di una specie sconosciuta, uno che aveva ancora voglia di fare politica, ed ha perso senza avere ancora capito perché. Il progetto di Veltroni e del Pd si stava appena cominciando ad articolare, ed è già in frantumi.
un breve scritto di Valerio Romitelli preparato in occasione di una presentazione del suo libro L’odio per i partigiani. Come e perché contrastarlo. Napoli, Cronobio, 2007
La sinistra fa quadrato attorno a Rutelli in vista del ballottaggio e alza i toni. Sulla scia dell’antiberlusconismo, ora nasce l’antialemannismo. Contro il nuovo barbaro alle porte, la sinistra voterà uno dei più convinti sostenitori della svolta reazionaria patriottica-clericale-liberista di questi anni.
Ma non è questo il punto. Votare “il meno peggio” è legittimo e naturale. E per molti, un ex-fascista è peggio di un neo-crociato.
Ma io mi chiedo: perché mai un elettore di sinistra dovrebbe votare per uno dei protagonisti della “semplificazione” della rappresentanza politica, ovvero della decisione che ha portato a cancellare la sinistra stessa dal parlamento? C’è un qualche aspetto decisivo del programma di Rutelli che lo distingue da Alemanno e giustifichi tale voto?
Il patetico appello di Patrizia Sentinelli, coordinatrice della campagna elettorale per la Sinistra l’Arcobaleno a Roma, parla di una “destra xenofoba, razzista, antisemita. A rischio è la vita democratica della città”. E allora vediamo.
Xenofobia e razzismo: il Pd cavalca tutte le paure più irrazionali della gente, esattamente come le destre. In particolare, Veltroni ha scritto forse la pagina più vergognosa della capitale in epoca repubblicana: si è vantato, con tanto di manifesti, della sua piccola pulizia etnica compiuta ai loro danni, “rispendendone” alcune migliaia in Romania. E sempre Veltroni richiese a Prodi quell’altrettanto vergognoso decreto “sulla sicurezza”, mai entrato in vigore perché troppo pasticciato. Il governo Prodi non ha riformato la Bossi-Fini. E anche le retoriche che accompagnano le discriminazioni sono in fondo simili: gli immigrati “buoni” ci vanno bene, però ci dobbiamo difendere da quelli “cattivi”, ecc.
Antisemitismo: è una barzelletta? Innanzitutto, grazie ai sionisti, l’Europa ha risolto il problema del proprio antisemitismo sessant’anni fa, a spese degli arabi, incoraggiando milioni di superstiti (quelli poveri, che quelli ricchi ospitalità qui da noi l’hanno sempre trovata) ad “emigrare” in Israele. Oggi destra e sinistra stanno facendo a gara per posizionarsi come più fedele alleato di Israele, sia perché questa è la cartina di tornasole della sudditanza all’Impero (quello vero, quello Usa), sia perché la prospettiva di un “ritorno” degli ebrei di fronte ad una crescente resistenza araba atterrisce l’establishment europeo.
L’altro antisemitismo, quello che veramente oggi esiste e corrode la nostra civiltà, quello formato da islamofobia e razzismo anti-arabo (così come l’antisemitismo contro gli ebrei si nutriva di odio religioso e di pregiudizio razziale), continua a risultare invisibile nell’orizzonte della lotta al terrorismo, e impossibile per le mitologie della seconda guerra mondiale, secondo le quali la supremazia anglo-sassone è garanzia di civiltà: e così il tumore si diffonde indisturbato.
La vita democratica della città: un’altra barzelletta? Il governo Prodi aveva promesso una commissione di inchista parlamentare per i fatti del G8 di Genova del 2001, e ci ritroviamo De Gennaro promosso a capo di gabinetto del ministero degli Interni (Amato) e poi super-commissario per l’emergenza rifiuti in Campania. Forza Nuova collabora con la polizia da anni, con soddisfazione di tutti. Rutelli stesso ne approfittò nel 2000 per impedire al Gay Pride di arrivare al Colosseo, con la scusa che FN aveva già chiesto la piazza per una manifestazione di protesta! Così come la quantità di aggressioni compiute da gruppuscoli di destra nel corso di questi anni e rimasti impuniti è allarmante. I bersagli: barboni, stranieri, gay, “comunisti”. Fino alle infami molotov lanciate di notte contro le baracche dei rom. Il colore politico del sindaco e del ministro degli Interni non sembrano fare molta differenza.
Comunque, la realtà è quella che sappiamo. Cancellati dal Parlamento, i frammenti della “sinistra radicale”, ormai compiutamente istituzionalizzati, si devono aggrappare agli spazi offerti dagli enti locali.
Ora, io non dico che bisogna non votare Rutelli. Non credo che farebbe più danni di Alemanno (forse: in fondo, che ne sappiamo?). Se uno pensa che Rutelli sarà più bravo di Alemanno ad organizzare la raccolta dell’immondizia, o risolvere i problemi del traffico, lo voti pure. Ma non ci si venga a dire che è necessario farlo perché si è “di sinistra”. Anzi! Ciò che disse Mastella a Veltroni andrebbe ripetuto dalla sinistra romana a Rutelli: “volevi correre da solo? ora puoi farlo”.
Due solitari ecomostri dominano il paesaggio politico dopo il terremoto elettorale. Rasi al suolo quasi tutti gli edifici circostanti, molti dei quali disabitati da lungo tempo, ma alcuni di notevole interesse storico. Fuori controllo la centrale nucleare padana, si temono fughe radioattive. Completamente distrutto il quartiere della sinistra di governo, all’epicentro della scossa, con numerose vittime alcune ancora vive sotto le macerie. Non si vedono soccorritori all’orizzonte. Solo cordoglio di circostanza da parte di governi ed associazioni.
Una cara amica, P., commentando la mia dichiarazione di voto per Sinistra Critica scrive:
“… la natura del liberismo-pensiero unico e il suo creare le condizioni in cui siamo adesso, a me erano chiarissime, cercavo di comunicartelo ma non ci riuscivo …”
Ci sei riuscita, invece, non credi?
“… Ho preso contatti con sinistra critica ma, guardando il loro sito, sono rimasta un po’ delusa. Ho anche avuto una corrispondenza con loro ma, di fronte alla mia richiesta: “dov’e’ nel programma l’accenno a chi si occupera’ di costruire un nuovo modello di sviluppo?” le risposte non arrivano. Ho visto i soliti ragazzi arrabbiati ma ignoranti, troppo, e nemmeno disponibili a recepire. Non mi basta l’opposizione alla base di Vicenza (tanto per fare un esempio). Questo pezzo di programma e altri simili non possono esaurire il progetto politico. Sono molto indecisa sul voto: arcobaleno per non scomparire dal panorama o sinistra critica che non mi convince perche’ non vedo in loro le competenze? …”
Quanto al progetto politico, siamo tutti all’anno zero. Valerio Romitelli, intellettuale che citerò spesso, ha detto una volta all’incirca che politicamente, siamo tutti analfabeti di ritorno. C’è un lavoro di ricostruzione da fare, che però non comincia mai, o si affossa rapidamente. Questo vuol dire che non riusciamo ancora a porre le domande giuste, o pensare nel modo giusto.
In questa incertezza radicale, credo che il solo terreno su cui possa crescere qualcosa di importante è quello creato da ciò su cui prendiamo posizione. Al penso, quindi sono della filosofia, corrisponde il prendo posizione, quindi sono della politica. Tutto il resto viene dopo (se viene), comprese le competenze, le discussioni sui modelli e il progetto politico.
L’opposizione alla base di Vicenza non è un “pezzo di programma”, è una presa di posizione politica.
In questo lungo anno zero della politica nell’era del pensiero unico voglio stare con chi è “incompatibile con la guerra e il neoliberismo”, e solidarizzare con chi declina questo slogan, di per sé un po’ astratto come tutti gli slogan, nella concretissima lotta contro le basi militari, contro i cpt, contro gli sconvolgimenti che l’affarismo provoca nel territorio, solidarizzare con chi ha preso una posizione personalmente rischiosa prima di sapere “in quanti siamo”.
Anche questo blog in fin dei conti nasce dalla esigenza di proclamare la mia piccola presa di posizione personale, magari impegnativa ma certamente non rischiosa. Ma senza l’occasione offerta dal voto per Sinistra Critica, e senza l’esempio dei movimenti, non avrei trovato la forza neanche per il mio outing di socialista orfanello. Altro che parlare di modelli e di progetti!
Tu pensi che se, in base ad un’analisi diversa, avessi deciso di votare Sinistra Arcobaleno avrei sentito la necessità di proclamarlo pubblicamente? Insomma, anche questo è un criterio.
Il dibattito sulla legittimità delle contestazioni ai comizi di Giuliano Ferrara è veramente troppo astratto. Ad essere invocato è soprattutto il principio della libertà di parola, che ovviamente non c’entra assolutamente nulla, dato che il Nostro dirige un quotidiano e una trasmissione televisiva che lo rendono uno dei maggiori gestori di quella risorsa sempre più accentrata e preziosa che è lo spazio del dibattito pubblico.
La questione è molto più semplice e prosaica. Giuliano Ferrara, ex-sessantottino, ex-comunista, ex-socialista, ex-liberale (e tutto ciò sempre con gran tempismo), sta oggi completando la sua ennesima metamorfosi: vuole diventare un crociato.
La gente percepisce il calcolo politico e la strumentalità della decisione, e reagisce al cinismo con cui egli tenta di segnare una nuova tacca nella sua cintura di squadrista verbale, perché questa volta l’avversario prescelto non è una entità politica o culturale, ma sono le donne in carne ed ossa. L’agghiacciante irruzione della polizia nell’ospedale di Napoli ha mostrato dove si andrebbe a parare, se la nuova tigre che Ferrara si è messo a cavalcare si scatenasse veramente.
E’ questo che la gente giustamente gli contesta.
Anche a proposito della protesta contro l’invito a Ratzinger alla Sapienza si invocò la libertà di parola a sproposito, dato che il Papa irrompe nelle case di tutti gli italiani ogni volta che lo desidera. Ma a differenza del caso Ferrara, nessuno - al di fuori dello specifico contesto di quell’episodio - si è mai sognato di impedire a Ratzinger di parlare nelle piazze, dai balconi, o in qualsiasi altro luogo pubblico. Certo, se a condannare all’inferno le donne che abortiscono fosse un papa ex-musulmano, ex-buddista ed ex-ateo libertino, qualche fischio e qualche ortaggio se lo dovrebbe aspettare pure lui.
Può un voto socialista - sì, proprio nel senso di socialista riformista e moderato - andare a Sinistra Critica? E andarci proprio in quanto tale, cioè socialista? Beh, il mio ci andrà. Il perché sarebbe anche breve, è come ci sono arrivato che è un po’ lungo da raccontare.
Ho definitivamente smesso di votare Psi nel 1992, quando Craxi, consigliato da Amato (da allora ribattezzato dottor sottile), si era messo a correre dietro al picconatore Cossiga: per me era la goccia che faceva traboccare il vaso, il punto terminale di un’involuzione politica. Ma il partito era gà finito, e crollò come un guscio vuoto con Mani Pulite. Di esso oggi sopravvivono solo rottami e naufraghi (me compreso, probabilmente, dato che andarsene a casa non è una risposta politica - ma questo voto del 13 Aprile lo sento quasi come un possibile ritorno nel mondo dei vivi). Da anni mi barcameno alla ricerca del meno peggio tra simboli, candidati, leader nell’area del centro-sinistra laico. Oggi mi viene di nuovo offerta la possibilità di votare con uno spirito che risuona con la mia vecchia militanza politica.
Certo, la mia visione oggi è molto diversa da quella degli anni ‘80. Dopo aver attraversato (non senza danni, lo confesso) la tempesta ideologica del pensiero unico, sono tornato alle origini del mio impegno (mi iscrissi al Psi nel 1975, in un ben diverso clima politico, quello dell’onda lunga del ‘68).
La svolta è cominciata per me nel 2000, di fronte all’acquiescenza dell’Occidente nei confronti della politica israeliana, appena un anno dopo il bombardamento della Serbia (che già di suo mi aveva alla fine nauseato, votato com’era alla distruzione di una nazione piuttosto che alla salvezza dei kosovari albanesi, i cui terreni e villaggi abbiamo irrorato di uranio impoverito). La politica israeliana, simboleggiata dagli onnipresenti bulldozer, mi apparve all’improvviso per quello che era: una politica razzista di pulizia etnica e di apartheid. Ma per Sharon non valevano le regole che abbiamo imposto a Milosevic.
Poi c’è stato lo sgomento di fronte al commento irresponsabile e canagliesco del cardinale Biffi dopo gli attentati dell’11 settembre: “non si integrano … ve l’avevo detto che sarebbero state lacrime e sangue …” e di fronte all’operazione-Fallaci sponsorizzata nientemeno che dal Corriere della Sera: la crociata anti-araba e anti-musulmana bandita sul quotidiano della borghesia liberale (ma mi faccia il piacere, direbbe Totò).
Poi l’ingiustificabile aggressione a freddo all’Iraq (crimine supremo secondo il tribunale di Norimberga voluto e condotto dagli stessi Usa) e le insopportabili retoriche, ipocrite, vittimiste, razziste e violente, della guerra santa contro il terrorismo.
Poi c’è stata la critica della globalizzazione neoliberista. Ero stato abbastanza convinto che la globalizzazione avrebbe vinto sul neoliberismo, nel momento in cui popoli diversi fossero stati coinvolti nei processi produttivi, commerciali e di consumo globale: la sindacalizzazione, la rivendicazione di diritti, ecc, avrebbero riproposto una specie di ripetizione allargata della storia europea. Vedevo il neoliberismo come una riproposizione di politiche di destra funzionali allo sviluppo produttivo, alle quali la sinistra - una volta riorganizzata - avrebbe ben saputo come rispondere.
Ma poi ho scoperto quanto la globalizzazione fosse finta, come l’abbattimento delle barriere commerciali fosse selettivamente imposto dai paesi ricchi al resto del mondo a senso unico e solo in cambio del saccheggio delle loro risorse. E sono giunto alla conclusione che la globalizzazione consiste alla fine soprattutto nella minaccia della delocalizzazione e nella libertà dei capitali occidentali di effettuare scorribande intorno al mondo. Il neoliberismo mi sembra invece non più una dottrina economica, ma una ideologia, una ideologia nemica di ogni corpo politico capace di contrapporre il linguaggio dei diritti e della solidarietà alla logica del saccheggio e dello sfruttamento, nemica di ogni senso di responsabilità nei confronti degli esclusi, nemica del concetto stesso di patto sociale: una vera e propria ideologia antipolitica.
In conclusione, penso che la ripresa di una politica oggi passa per la contrapposizione alle logiche e alle retoriche della globalizzazione neoliberista, della guerra al terrorismo, delle guerre umanitarie. E questo significa da un lato abbandonare alla radice ogni pretesa del cosiddetto Occidente di dettare le sue regole; e dall’altro, implica la critica delle mitologie del capitalismo e della democrazia su cui si fonda oggi una vera e propria ideologia occidentalista. E questa ideologia è il primo avversario da battere per superare la crisi della politica, anzi, si tratta di due facce della stessa medaglia.
Ora, la questione è la seguente. Non sono più un socialista io, perché penso queste cose? O è il movimento socialista ad attraversare una profonda ed esiziale crisi di identità? Io sono socialista (piuttosto che, poniamo, comunista od anarchico) perchè credo nel gradualismo, nel legalitarismo, nella partecipazione, in una certa idea della organizzazione degli interessi popolari, ecc. Ma sono socialista innanzitutto in nome di principi egualitari, libertari, internazionalisti. Cosa centra il socialismo con le aggressioni, le pulizie etniche, il saccheggio, l’esaltazione delle diseguaglianze economiche, la libertà di fare profitti immensi ed esportarli in paradisi fiscali?
In sintesi, credo che sotto le macerie del muro di Berlino ci siamo rimasti tutti. Credo che la diffusione a livello di coscienza comune delle grandi narrative fondate sul pensiero unico e sullo scontro di civiltà costituiscano due devastanti vittorie ideologiche della destra radicale americana, coadiuvate dai complici e subalterni europei. E che è ora che le varie componenti del vecchio movimento socialista in senso generale, e delle nuove sinistre post-68, facciano le dovute autocritiche e comincino a riorganizzarsi superando le divisioni del passato. Del resto, caduta l’ipotesi leninista di partito e di rivoluzione, non vi sono pregiudiziali ideologiche che lo possano impedire. E se a prendere l’iniziativa in questo senso sono comunisti, ebbene: bravi loro. Tanto, dal punto di vista della costruzione di qualcosa di nuovo, siamo tutti ex.
Sinistra Critica è un nucleo di questo processo? Non lo so. Certo, in fondo, lo spero. Potenzialmente, ed anche soggettivamente, lo è. Non pone pregiudiziali; presenta la falce e martello come simboli del lavoro; presenta un programma condivisibile; non si propone sul terreno ideologico ed identitario, ma cerca un terreno politico; persino la scelta del nome è incoraggiante in questa prospettiva. In che senso poi vorrà esserlo, e in che misura saprà effettivamente esserlo, non ne ho idea - e neanche loro, probabilmente.
Ma questa è in fin dei conti solo una speranza in più. La cosa più importante per me, oggi, è dare un voto a chi si batte concretamente per la chiusura dei Cpt, o contro l’allargamento della base di Vicenza, o che andata a dare sostegno prezioso alle popolazioni che si battono contro la Tav; a realtà di movimento che oggi rischiano repressioni poliziesche e giudiziarie durissime e sproporzionate per qualsiasi innocuo atto dimostrativo. Ne ammiro il coraggio e credo che siano una delle nostre risorse più preziose per il futuro del paese; credo che una parte di queste forze sia raggiungibile, nell’ambito delle liste che si presentano il 13 Aprile, attraverso Sinistra Critica; e credo che proprio questa caratteristica renderebbe così importante la capacità di SC diventare un fattore di coagulo di una nuova sinistra.
E poi mi piace la candidata Flavia D’Angeli. L’ho vista ribattere colpo su colpo in una tribuna elettorale accesa ed aggressiva. Ha lasciato la sicurezza del suo posto di funzionario di partito nel Prc per lanciarsi in un’avventura. Anch’io, tanto tempo fa, volevo fare il funzionario di partito. Fortuna che non ci sono riuscito …
Concludo con alcuni pensieri relativi al contesto particolare delle prossime elezioni. In generale, è importante votare per una lista piccola ma vitale piuttosto che astenersi. In questa fase di ulteriore decomposizione della rappresentanza politica italiana (decomposizione dei contenuti, che marcia parallelamente ad una ricomposizione di contenitori svuotati dal pensiero unico), è importante cogliere la possibilità di dare un segnale sulla direzione in cui vorrebbero muoversi coloro che non si riconoscono nel bipartitismo soffocante e alieno, parodia di quello Usa (di cui importeremmo solo gli svantaggi), imposto da una legge elettorale antidemocratica e più simile a quelle sperimentate in Iraq e in Afganistan (liste bloccate, supremazia dell’esecutivo e inciuci a tutti i livelli) che a quelle vigenti nell’Europa occidentale. E in più, noi abbiamo soglie di sbarramento senza eguali al mondo.
I partiti piccoli di questa campagna elettorale non hanno nulla a che vedere - detto con tutto il rispetto - con le liste delle casalinghe o dei pensionati di dieci anni fa. Allora, chi aveva un’idea generale trovava il modo di esprimerla in qualcuno dei partiti tradizionali. Oggi, i partiti tradizionali, dopo aver subito ripetute scomposizioni, ricomposizioni e cambi di nome e di simbolo, esausti, sono confluiti tutti in una specie di Mar dei Sargassi, dove non soffia un alito di vento, avvolti dalle alghe, immobili, a godersi finalmente la pace dei sensi. Accanto ai due galeoni del Pd e Pdl, le barchette del Psi, della Sinistra arcobaleno, dell’Udc, de La Destra, che sui galeoni non li hanno fatti salire.
Fuori dalla bonaccia, a proporre rotte diverse, sono in tanti. La vita si è trasferita dai partiti tradizionali alle tante, nuove piccole liste. Le tribuni elettorali di Rai2 hanno messo in condizione candidati spesso sconosciuti di esprimere i loro punti di vista eterodossi in modo sorprendentemente interessante. Al confronto, Ballarò sembra una rievocazione dedicata ai nostalgici di un’Italia passata e non rimpianta, e mette i brividi pensare che quella potrebbe essere invece ancora il nostro futuro.
Tra tante rotte diverse, c’è il comune sentire del grillismo - la nuova sensibilità nei confronti del modo di produrre e di consumare e l’insofferenza nei confronti della casta (delle caste), che si manifestano nell’opposizione alla Tav, all’allargamento della base Usa di Vicenza, al ponte sullo stretto di Messina, ecc: tutte quelle opere che certificano la subalternità del ceto politico alle logiche dell’affarismo e del bellicismo. C’è inoltre la comune, crescente insofferenza per le ingerenze e i privilegi della Chiesa.
Mi piacerebbe che in Parlamento riuscissero ad entrare tutte queste nuove liste, forse persino quelle di destra! Altro che astensionismo: fate la vostra scelta, ce n’è per tutti i gusti. ciascuno incoraggi le liste che sente più vicine alle sue posizioni, e facciamo prendere agli aspiranti liquidatori della nostra democrazia la percentuale più bassa possibile.
claudio romanini socialista senza partito
cloro57 (at) yahoo.it
segnalazioni
Letture del '68 - Ciclo di incontri realizzato in occasione del quarantennale del 1968 dal Dipartimento di Discipline Storiche dell'Università di Bologna
"Quello che c'era allora e che oggi non c'è più - spiega Valerio Romitelli, componente del Comitato Scientifico dell'iniziativa - è una massa straordinaria di giovani che leggevano opere di saggistica sul 'fare politica'. C'era un vero e proprio culto del libro. Per questo del '68 ci interessano le letture, ci interessa riscoprire quei testi: far risuonare i modi di pensare di allora per far sentire e capire la distanza da quel tempo e da quel pubblico"
Prossimi appuntamenti: 23 Aprile, Mario Perniola
introduce il pensiero di Guy Debord; 30 Aprile, Valerio Romitelli introduce il pensiero di Louis Althusser