(commento all’articolo di Barbara Spinelli “L’Apocalisse maschera del potere pubblicato sulla Stampa il 28 Giugno.
NOTA: consiglio di leggere l’articolo per capire meglio i miei commenti che ho lasciato un po’ alla rinfusa)

Non si sa da che parte cominciare; non ci sono due frasi in fila legate da un nesso logico; è un assemblaggio di illazioni, di frasi ad effetto, di affermazioni gratuite, persino di nonsensi. E’ un crescendo, pennellata dopo pennellata, fino al gran ritratto finale di un Ahmadinejad demoniaco.

Che una opinionista del calibro della Barbara Spinelli abbia potuto assemblare tante enormità in una volta sola lascia sconcertati; viene da chiedersi: ma l’avrà letto, il pezzo, prima di firmarlo?

Il sospetto: Barbara Spinelli si è prestata, consapevolmente o meno, ad accreditare quella che prevedo sarà la nuova strategia per indebolire Ahmadinejad in vista delle prossime elezioni (o anche prima): accusarlo di “blasfemia”! Questo infatti è un messaggio rivolto all’interno dell’Iran, a differenza dell’accusa di brogli che serviva a delegittimarlo agli occhi dell’opinione pubblica occidentale e preparare il terreno ad ulteriori aggressioni (sanzioni o peggio). Ma dipingere un nuovo Hitler è anche necessario per coinvolgere quella parte di opinione troppo smaliziata per credere nel discorso dei brogli, e che non si è appassionata al conflitto interno tra establishment clericale e Ahmadinejad.

Ma ancor più lascia sconcertati il fatto che “L’Ernesto”, rivista di quella che dovrebbe essere la sinistra radicale, lo abbia addirittura ripubblicato sul suo sito (con un titolo diverso: “Quali sono le forze che si scontrano in Iran?”) perché “fornisce alcuni utili criteri interpretativi per capire la natura dello scontro politico e sociale che si svolge oggi in Iran, al di là di luoghi comuni superficiali e manichei” – questo, detto di uno dei commenti più manichei che siano stati scritti contro Ahmadinejad!

Una critica complessiva dell’articolo richiederebbe non solo uno smontaggio frase per frase, ma anche un esame delle incongruenze, contraddizioni, e salti logici di cui l’articolo è composto, compito troppo noioso e sgradevole; perciò mi limito a riportare i commenti che ho scritto a caldo: prima alcuni commenti generali, poi un intercalare tra citazioni dell’articolo (in corsivo) e commenti miei.

commenti generali:

senso complessivo:
ve lo ricordate com’era l’Iran teocratico e fanaticamente religioso? beh, lo rimpiagerete, ora sarà peggio: è nato il nuovo Hitler;

pregiudizi occidentalisti:
- impossibilità, per un paese del terzo mondo, tanto più se islamico, di essere letto con categorie “normali”: o teocrazia o Hitler; il fatto che votino non conta, non è mai “vera” democrazia, e quindi è sempre e comunque dittatura; a meno che non si tratti di un regime amico dell’Occidente, nel qual caso la dicotomia democrazia-dittatura non è più rilevante, qualunque stato di polizia diventa un paese “moderato”;
- gli oppositori del regime disposti al martirio sono coraggiosi; i suoi sostenitori sono fanatici pericolosi

differenze dal commento occidentalistico classico:
- non sostiene (apertamente) che la maggioranza abbia votato per Mousavi, e neanche che vi siano stati brogli (però lo lascia intendere)
- ammette che al cuore della vicenda ci sia uno scontro tra fazioni del potere
- non sostiene che la fazione Rafsajani-Mousavi sia “laica”, anzi, rovescia i termini comunemente usati per descrivere lo scontro, dipingendo un Ahmadinejad anticlericale contro un clero tutto spirituale e riformatore
- sostiene che i giovani sono scesi in piazza contemporaneamente “assetati di libertà” ma anche in difesa del clero bistrattato da Ahmadinejad!

invenzioni:
- Ahmadinejad è blasfemo e vuole distruggere il clero (tre esempi decisivi riportati: “la decisione di togliere al clero la gestione dei pellegrinaggi e di affidarla al ministero del Turismo“: wow, come se un governo italiano ripristinasse l’Ici per la Chiesa!; “Le milizie Basiji da qualche tempo si son tagliate la barba: è un altro segno di ribellione ai Mullah” (no comment!); “Nella campagna elettorale, Mousavi si è presentato con il verde dell’Islam e del movimento riformatore. Ahmadinejad con la bandiera nazionale“);
- “svolta “laico-pakistana” (ma l’esercito dov’è?)
- “colpo di stato modernista” (ma non si era votato? e poi, modernista significa “riformatore”, in qualche modo, a parte la barba dei Basiji, o no? allora il riformatore è lui, non è il clero!)

punti di forza dell’analisi:
- la funzione oggettivamente (e forse soggettivamente) laicizzante di Ahmadinejad;

analogie con il commento occidentalistico classico:
- “giovani assetati di libertà”
- Ahmadinejad dittatore

capziosità, scorrettezze e canagliate:
- la più grande: associa Ahmadinejad alla bomba atomica, pur (come al solito) senza mai sostenere apertamente che l’Iran si stia armando; tutto l’articolo – e in particolare l’evocazione dei militari pakistani, che la bomba l’hanno prodotta sul serio) sembra una preparazione, fantasiosa quanto malevola, al gran finale, dove evoca un Ahmadinejad pazzo fanatico apocalittico “abbarbicato all’atomica” (meravigliosa ambiguità: l’energia atomica o la bomba atomica?): ed eccovi servito sul piatto il nuovo Hitler

- in tutto l’articolo, non dice mai apertamente cose di cui evidentemente non è convinta: le mette tutte in bocca ad altri, o le lascia intendere, o usa formulazioni ambigue; per esempio, non dice che ci sono stati brogli, però li accredita mettendo l’accusa in bocca ai giovani “assetati di libertà”

commento intercalare

  • “Per il momento, siamo di fronte a un’insurrezione fatta in nome dell’Islam contro un gruppo dirigente considerato blasfemo e nemico del clero”: come è arrivata a questa conclusione? non diceva che i giovani erano assetati di libertò? ora invece accorrono in difesa del clero? il clero iraniano è libertario?
  • “Ahmadinejad ha questo vizio blasfemo, agli occhi della maggioranza dei sacerdoti tradizionali e di grandissima parte della popolazione”: che vuol dire “grandissima parte”? la maggioranza? beh, pensandoci bene non ha detto maggioranza, ha detto una parte molto grande, forse voleva dire molti; però, se capisci “maggioranza”, allora concludi che Ahmadinejad le elezioni le ha rubate, però lei non lo ha detto;
  • “In lui non si percepisce un leader integralista, ma un dittatore che ha motivazioni tutt’altro che religiose.”: dittatore? e come è uscita fuori questa parola? non si era votato? dittatore perché combatte lo strapotere e i privilegi dell’oligarchia clericale? un po’ come dicono gli americani di Chavez, che è autoritario perché ha tolto un po’ di potere alle multinazionali?
  • “Le sue parole d’ordine sono improntate a un nazionalismo radicale, estraneo alla spiritualità.”: noi occidentali non dovremmo essere contenti di questo? finalmente uno simile a noi, che ripercorre le nostre strade;
  • “svolta pakistana: sotto la presidenza Ahmadinejad, negli ultimi quattro anni, avrebbe preso il potere un’élite che nella sostanza è laica, e che usa la religione non solo per abbattere ogni forma di democrazia ma per distruggere il clero tradizionale.”: abbattere ogni forma di democrazia??? un’elite sostanzialmente laica??? Pakistan, dove la maggior parte del tempo hanno comandato i militari? intanto che continua ad associare il nome di Ahmadinejad al concetto di dittatura, qui comincia ad evocare lo spettro della “bomba”;
  • “L’uso della religione è sin da principio politico, in Ahmadinejad.”: lui è un politico; e percepito come molto pio, a detta di tutti gli osservatori;
  • “L’apocalisse serve a escludere il clero dalla politica e forse anche la religione.”: vuole escludere “anche la religione” dalla politica? più laico dei politici americani? e non siamo contenti? ha evocato l’Apocalisse in campagna elettorale, o nel corso della sua attività di governo? no; ha scritto qualcosa come il Mein Kampf, descrivendo il proprio ruolo in una battaglia epocale? no; e allora, come arriva, BS, a queste conclusioni meta-politiche?
  • “Il segno più evidente della svolta laico-pakistana di Ahmadinejad è la militarizzazione del regime”: che razza di analogia è? una svolta pakistana è una svolta dove le forze armate assumono compiti politici; qui si parla di Pasdaran, di Basiji, dove sono le forze armate?;
  • “i picchiatori delle milizie Basiji non sono nati nel fervore religioso ma nel fervore della guerra”: nella guerra i Basiji portarono il fervore religioso al massimo grado, come si capisce dalla frase seguente;
  • “i bambini o i giovanissimi che in quella terribile guerra, tra il 1980 e il 1988, venivano gettati, inermi, nei campi minati dal nemico”; la religiosità dei nemici è fanatismo o demenza, quella degli amici è spiritualità e coraggio; (che ne pensa BS della prima gurra mondiale, della guerra di trincea dove milioni di giovani e giovanissimi “martiri” europei correvano contro le mitragliatrici del nemico per conquistare qualche metro di terreno?); quei giovanissimi (non bambini) furono mandati ad aprire varchi nei campi minati a favore delle truppe regolari su iniziativa dei governi dell’epoca (Rafdsajani e Mousavi inclusi), non degli “istruttori” (se pure Ahmadinejad lo era – vedi oltre);
  • “Secondo alcuni storici (tra cui lo specialista Hussein Hassan) Ahmadinejad fu il giovane istruttore di quei martiri forzati.”: tutta questa parte è vergognosamente allusiva; innanzitutto le credenziali di Hussein Hassan: è uno storico specialista dell’Iran moderno? o è uno specialista senza essere uno storico? e allora, che tipo di specialista è? comunque, non c’è mistero: lavora per il Knowledge Services Group, una struttura del Congressional Research Service, che è a sua volta un servizio della Libreria del Congresso Usa; probabilmente meno di uno storico; peccato, perché ciò che dice veramente di Ahmadinejad non porta affatto acqua al mulino delle velenose insinuazioni di BS; vediamo cosa ha detto veramente Hussein Hassan (link in pdf):
    • “He joined the revolutionary guards in 1986 after volunteering to serve in the war with Iraq. Reportedly, his Islamic credentials are said to be beyond challenge. He was co-founder of the Islamic Society of Students and has been an instructor for the Basij, the youth volunteer organization that enforces the Islamic Republic’s strict religious mores. In the 1980s, he reportedly served as the governor of Maku and Khoy cities in the northwestern West Azerbaijan province for four years. He became an advisor to the governor general of the western province of Kurdestan for two years. …”
  • “Il suo disegno: rompere il singolare equilibrio di poteri tra sovranità popolare-democratica, sovranità religiosa e sovranità militarizzata che caratterizza l’Iran”: di nuovo! “sovranità militarizzata” non vuol dire nulla; la realtà è che Ahmadinejad rappresenta in questo momento la sovranità popolare-democratica contro la sovranità religiosa (che sarebbe la privilegiata oligarchia religiosa, di cui il popolo e i militanti si sono stufati – ma detta così, verrebbe a cadere il “mostro” Ahmadinejad che BS sta dipingendo, pennellata su pennellata;
  • “una sorta di colpo di Stato modernista”: se non sei Occidentale, non basta vincere le elezioni per essere democratico; ora siamo arrivati al colpo di stato di chi vince con la maggioranza dei voti! notate infatti che che BS continua a guardarsi bene dal dichiarare esplicitamente di ritenere che Ahmadinejad abbia vinto grazie ai brogli;
  • “che ha intronizzato l’élite formatasi nella guerra contro l’Iraq. È il potere di quest’élite che Ahmadinejad protegge, e esso non coincide con il potere religioso”: ma quale élite? è la base militante della rivoluzione islamica, stufa dei privilegi e della corruzione del clero, la forza di Ahmadinejad; e certo che non coincide con il potere religioso, questo è l’unico punto dell’articolo su cui siamo d’accordo;
  • “L’apocalisse è strumento di lotta molto terreno: nella conferenza stampa dopo le elezioni, Ahmadinejad ha ripetuto la formula d’obbligo che impone di parlare «in nome di Allah il Misericordioso», ma subito dopo ha rotto la tradizione invocando il dodicesimo Imam”: un argomento veramente decisivo! tovare un indizio dell’affiliazione religiosa di Ahmadinejad nel corso della sua attività politica deve essere stata un’impresa titanica!
  • “non lo capirono con il Premier Mossadeq, che spodestarono nel 1953 per tutelare lo Scià e le vie del petrolio”: che delicatezza! “tutelare lo scià”, quasi un intervento umanitario ad personam; “le vie del petrolio”: sembra che in ballo vi fossero profonde considerazioni geo-strategiche, non il prosaico furto del petrolio, dell’estrazione quasi gratuita da parte della inglese BP;
  • “non lo capirono quando minacciarono Teheran nonostante al governo ci fossero riformatori come Rafsanjani o Khatami”: su Khatami niente da dire, ma per trasformare Rafsanjani in un riformatore ce ne vuole di fantasia; ma qui si gioca sull’equivoco: la “sete di libertà”, le “riforme” in nome delle quali si lotta contro il dittatore Ahmadinejad, alla fine riguardano la privatizzazione del settore del gas e del petrolio; ma su questo terreno minato Barbara Spinelli, che non una Basiji, non ha alcuna voglia di avventurarsi

Qualche giorno fa mi ero riferito ad un concetto di Comidad, il potere agisce per schemi, non per strategie, che ritengo racchiuda un’intuizione profonda, capace da sola – se meditata a fondo – di ribaltare tutta una concezione della politica che ancora oggi va per la maggiore e ci impedisce di vedere ciò che accade davanti agli occhi.

Non mi ritengo ancora in grado di sviluppare questa intuizione come meriterebbe, quindi mi limito a riproporvi gli articoli di Comidad che contengono la suddetta formulazione, perché possiate farvene un’idea voi stessi. La realtà del potere oggi, per Comidad, è il colonialismo, uno dei concetti-chiave delle sue analisi, e quindi troverete tale termine al posto di “potere” che avevo usato io citando a memoria, e che mi pare comunque più intuitivo se usato fuori dal contesto dell’analisi di Comidad.

Ed ora ecco le citazioni esatte e i links:

“Il colonialismo non è altro che l’estensione a livello internazionale dell’affarismo criminale. Il colonialismo può non seguire a volte una lucida strategia, ma obbedisce sempre a degli schemi ricorrenti”
L’AFFARISMO CRIMINALE PRODUCE OPINIONE PUBBLICA – Comidad, 01/02/2007
http://www.comidad.org/dblog/articolo.asp?articolo=116

“il colonialismo commerciale e l’affarismo criminale non si ispirano a strategie, ma agiscono in base a schemi.”
GLI SCHEMI DELL’AFFARISMO CRIMINALE - Comidad, 03/01/2008
http://www.comidad.org/dblog/articolo.asp?articolo=60

“il colonialismo non esprime un pensiero politico, ma solo slogan; e non agisce in base a considerazioni strategiche, ma si muove seguendo schemi elementari – per quanto subdoli”
I GUERRIGLIERI E I GIORNALISTI DI DE GENNARO – Comidad, 22/05/2008
http://www.comidad.org/dblog/articolo.asp?articolo=82

Cercando qualche informazione sul cardinale Oscar Rodriguez Maradiaga, mi sono imbattuto in questa recentissima intervista da lui rilasciata a “Famiglia Cristiana” (n. 27 del 5/7/2009): rilasciata quindi appena prima di rientrare dall’Italia (dove ha compiuto una visita lampo) in Honduras e annunciare il sostegno al golpe.

L’intervista è interessante sia per la visione che il cardinale ha dei problemi globali, sia per l’intervista stessa, che ha un po’ il sapore di una beatificazione, e quindi di un’operazione politica. L’incipit: “Sul suo capo pende una condanna a morte. I narcos del Centro America, la mafia internazionale che gestisce il più importante business illegale del mondo, hanno deciso che il cardinale Oscar Rodriguez Maradiaga, arcivescovo di Tegucigalpa, in Honduras, e presidente della Caritas internationalis, deve morire, perché ha parlato chiaro e ha detto che «il narcotraffico è il più grande flagello dell’America centrale e latina»”

E’ probabile che il cardinale, che “Ha viaggiato senza scorta, ha attraversato l’oceano col cuore in ansia per venire a Torino a raccontare ai delegati della Caritas italiana, che «il vecchio sistema economico basato sulla cieca cupidigia» va cambiato”, sia venuto a Torino anche per qualche consultazione in vista della posizione da prendere sul golpe. Posizione di sostegno che appare quindi ancor più legata una scelta “romana” (o torinese? non ne ho idea, non sono un vaticanologo), anche se la Chiesa cerca ovviamente di mantenersi defilata in questa circostanza, e parlare d’altro (G8, ecc).

Comunque l’intervista merita una lettura attenta, perché mi sembra contenere quasi un manifesto politico per la (o della?) Chiesa. Ne ha per tutti: dal pensiero unico, alla spesa Usa per gli armamenti, ai soldi regalati a banche e multinazionali; difende l’ambiente, il diritto all’acqua, i diritti umani degli immigrati; e critica Cina, Iran, Venezuela, Zimbabwe, tutti nemici degli Usa, ma anche Israele, che non è consueto vedere associato a tale compagnia. E propone due stelle polari per il mondo di oggi: il Papa e Obama, promossi perché “dialogano”.

Mi sembra che principi cardine di questo riposizionamento della Chiesa siano: la nostalgia dei tempi del binomio Chiesa e Impero; il tradizionale rispetto per le gerarchie sociali; una vecchia pretesa integralista di egemonia politica: pretesa di rappresentare essa stessa, attraverso l’opera di persuasione rivolta ai “potenti”, tutte le istanze di giustizia, libertà, umanità (ma non eguaglianza), di dettare l’agenda politica, fino addirittura ad entrare nel merito delle scelte di governo.

Questi principi – rispetto per il principio imperiale, rispetto per le gerarchie sociali e neo-integralismo (se il termine è corretto) – hanno trovato contemporanea applicazione nel corso dell’intervista, nell’attacco a Chavez perché nel suo “vecchio modello ideologico … a pagare sono sempre i poveri” (insomma, il cardinale sarebbe più vicino ai poveri di Chavez); e soprattutto, il giorno dopo, dichiarando il sostegno al golpe.

Dobbiamo ringraziarlo per averci offerto così tempestivamente una chiara chiave di lettura della sua complessa intervista.

Ambasciatori richiamati, condanne dell’azione illegale, riaffermazione del metodo democratico. Sembrerebbe che, per una volta, i governi stiano agendo in coerenza con i principi proclamati.

In realtà, è tutta una sceneggiata nata dal fatto che le primissime reazioni Usa erano sembrate nettamente contrarie al golpe. Poi sono diventate ambigue e possibiliste (gli Usa si guardano bene dal chiedere il reinsediamento di Zeyala o dal minacciare il blocco degli aiuti economici e militari, e chiedono invece un “compromesso” tra “tutte” le parti in causa), mettendo in difficoltà i loro alleati.

Ciò, tra l’altro, conferma la mia idea che il golpe sia stato effettuato dai soliti “professionisti” senza il consenso, o addirittura in barba al dissenso dell’amministrazione Obama, che si è trovata a dover gestire un fatto compiuto.

I mass-media dell’Occidente hanno significativamente appoggiato più o meno esplicitamente il golpe. Oltre al noto caso di “El Pais”, abbiamo per esempio il Tg1 italiano che continua a parlare di Iran, dove si è votato, e a tacere sull’Honduras, dove è avvenuto un golpe. La Cnn si rivolge al nuovo presidente golpista del congresso honduregno chiamandolo “il presidente Micheletti”.

Ma a livello diplomatico una certa dinamica si era imposta, con le tempestive posizioni assunte dall’assemblea dell’Onu e dall’Osa, costringendo i governi europei a recitare un copione “virtuoso”.

Ma ora, a interrompere il balbettio e strappare il velo dell’ipocrisia, il Cardinale Rodriguez, vertice del clero honduregno, ha ufficialmente appoggiato il golpe nel corso di un discorso trasmesso dalla tv venerdì sera. Questa sì che è una indicazione concreta per “i grandi della terra”, che il Papa sollecita continuamente a provvedere ai bisogni dei popoli.

La Chiesa assume così in questa occasione la leadership dello schieramento transnazionale dei “falchi”, che preme perché l’Occidente accetti il regalo di un golpe dagli effetti assai graditi, regalo graziosamente confezionato dai soliti noti, trattando lo strappo democratico come uno strappo al protocollo.

Condanne sincere ma ineffettuali, sceneggiate, sostegni aperti ai golpisti, la realtà rimane sempre quella: la politica di potenza dell’Occidente, guidata da apparati interni agli Usa fuori dal controllo degli organi democratici, e sempre più insopportabilmente ipocrita.

Ormai gli sforzi degli apparati della propaganda sono tesi soprattutto a mantenere l’opinione pubblica dei paesi occidentali nella sua bolla di ideologia e di ignoranza, perchè nel resto del mondo ci cascano sempre meno, e in America latina proprio nessuno.

La posizione della Chiesa in Honduras, ovviamente, è stata glissata dai mass-media, che ritengono loro dovere difendere la sua ‘immagine “buonista”. Propongo qui due link utili per sapere meglio cosa ha detto il cardinale Rodriguez, e il suo significato politico: l’intervista della moglie di Zelaya a “Repubblica”, e il resoconto (in inglese) di Eva Golinger che ha ascoltato il discorso alla televisione venezuelana TeleSUR.

Inserito da: CR | 5 Luglio 2009

il golpe in Honduras: non solo ALBA

Avevo convenuto con il giudizio di piotr, ovvero che il nocciolo della questione, nel colpo di stato in Honduras, fosse l’adesione da parte di Zeyala ad ALBA, ovvero ad un organismo di integrazione economica regionale indipendente dagli Usa e sponsorizzato dal venezuelano Chavez.

Eva Golinger, in questo articolo “La base militar de EEUU en Honduras en el centro del golpe”, sostiene che al centro del golpe ci sia il destino della base militare di Soto Cano, centro delle guerre sporche condotte dagli Usa in america centrale.

Le due questioni sono intrecciate anche per il fatto che Zelaya aveva mostrato intenzione di aprire l’aeroporto militare ai voli civili, con il contributo dei fondi di Alba.

La questione Alba mi sembra comunque prioritaria perché l’opposizione allo “chavismo”, ovvero a politiche redistributive (“populismo”, viene etichettato dall’Occidente) è tema mobilitante per le vecchie oligarchie latino-americane, oltre che per le voraci multinazionali Usa.

Ma certamente la minaccia ad una importante propaggine di quel mostro fuori controllo che è il Pentagono può essere stato il fattore decisivo per mettere in azione i tecnici del golpe, anche al di sopra della volontà e delle politiche dell’amministrazione Obama.

Inserito da: CR | 5 Luglio 2009

I bizantinismi dell’amministrazione Obama

Vi ricordate quando i politici Usa si lamentavano del linguaggio oscuro dei capi democristiani? Era tanto tempo fa. Ora sono loro ad esibirsi in contorsioni linguistiche che sarebbero comiche se non rivelassero l’impossibilità di conciliare un immagine buonista, civile e progressista del loro paese, con la realtà della politica di potenza.

Per esempio, un risvolto interessante del golpe honduregno nasce dal fatto che la legge Usa – esemplarmente politically correct – vieta di fornire aiuti a paesi in cui il presidente eletto sia stato rimosso da un colpo di stato militare. Allora, si tratta semplicemente di astenersi dal definire quanto è avvenuto in Honduras quello che evidentemente è avvenuto, e cioè proprio un colpo di stato militare. La scusa addotta: il fatto che il trasferimento dei poteri sia stato effettuato dal congresso honduregno, e quindi che i militari siano stati soltanto una componente di un evento più grande …

Ma non si tratta solo di bizantinismi: c’è anche l’uso di parole straniere e della gestualità, pur di evitare di dire l’ovvio. “Era un military coup?”, chiede il giornalista. Risposta: “Beh, è un golpe de estado.” Già, usare il termine spagnolo non rende immediatamente applicabile una legislazione sccritta in inglese …

“Bloccherete gli aiuti?” La Clinton non dice di no, scuote la testa … Ora non si potrà dire che gli Usa hanno detto che non bloccheranno gli aiuti …

E’ lo spettacolo patetico offerto da politici impotenti e complici.

  • QUESTION: And so this is properly classified as a military coup? SENIOR ADMINISTRATION OFFICIAL ONE: Well, I mean, it’s a golpe de estado. The military moved against the president; they removed him from his home and they expelled him from a country, so the military participated in a coup. However, the transfer of leadership was not a military action. The transfer of leadership was done by the Honduran congress, and therefore the coup, while it had a military component, it has a larger – it is a larger event.”
  • Despite Obama’s comments, Secretary of State Hillary Clinton said the administration was not formally designating the ouster as a military coup for now, a step that would force a cut-off of most U.S. aid to Honduras. Under U.S. law, no aid — other than for the promotion of democracy — may be provided to a country whose elected head of government has been toppled in a military coup. “We do think that this has evolved into a coup,” Clinton told reporters, adding the administration was withholding that determination for now. Asked if the United States was currently considering cutting off aid, Clinton shook her head no. […] A senior U.S. official who spoke on condition he not be named said that by holding off on a legal determination that a coup has taken place, Washington was trying to provide space for a negotiated settlement.

Sulle ambiguità (politiche, non linguistiche) dell’amministrazione Obama, vedi anche l’ottimo sito di Eva Bolinger, in particolare questo post.

Una intuizione profonda di Comidad, già lodato in questo blog, è contenuta nell’affermazione “i poteri non agiscono per strategie, ma per schemi” (più o meno, cito a memoria, appena lo trovo linkerò l’articolo e la citazione precisa).

Ormai in questo senso gli esempi abbondano. Il recente colpo di stato in Honduras è un caso da manuale (letteralmente, oserei dire). Un articolo di Eva Golinger, avvocato venezuelano-statunitense: “El guión de Washington: El golpe se repite, ahora en Honduras”, descrive le analogie tra il golpe contro Chavez del 2002 (poi fallito) e quello contro Zelaya: i movimenti del “personale diplomatico” Usa e della cosiddetta “società civile” nei mesi precedenti il golpe, le relazioni tra militari Usa e quelli locali, le posizioni pubbliche del dipartimento di Stato Usa.

La differenza principale riguarda proprio quest’ultimo aspetto; la reazione a caldo di Obama, prima che i veri poteri lo richiamessero all’ordine, è stata opposta a quella che ebbe Bush nel 2002; ma dal quel momento la sua amministrazione è divenuta sempre più ambigua, sino a proporre ufficialmente negoziati tra “tutti” i soggetti coinvolti (insomma, Zelaya dovrebbe trattare con i golpisti).

L’atteggiamento tenuto sinora dall’amministrazione Obama deve comunque tener conto dall’esperienza del 2002, ovvero del fatto che un golpe può fallire – e la vicenda in Honduras è lungi dall’essere conclusa.

Inserito da: CR | 4 Luglio 2009

Berlusconi nuovo Hitler?

La retorica dei “diritti umani” continua ad allargarsi a macchia d’olio; l’uso strumentale di questo termine ormai ne ha determinato la completa perdita di senso.

L’ultima crociata in nome di questo sacro vessillo è stata lanciata da due esponenti del Pd che hanno avviato un ricorso presso la Corte europea dei Diritti dell’Uomo contro Berlusconi, per via delle sue “numerose e ripetute «affermazioni sessiste», che diffondono «un’idea stereotipata delle donne», incitano al disprezzo per il loro corpo e ne offendono la dignità”.

Leggere, per credere, il post intitolato “Processiamo Berlusconi”.

Berlusconi è volgare e sessista; ma che c’entrano i diritti umani?

Ormai questa invocazione ha solo la funzione di delegittimare regimi politici sgraditi, avviando una fase propagandistica che prepara l’opinione pubblica a misure più concrete. La “comunità internazionale” organizzerà una “rivoluzione colorata” anche in Italia? O ci bombarderanno direttamente?

Inserito da: CR | 30 Giugno 2009

E’ ALBA il nocciolo del problema

Piero Pagliani va al cuore della questione:

Formalmente gli USA, tramite Hillary Clinton hanno condannato il golpe. Di fatto io mi chiedo chi in centro america può fare un golpe senza coordinarsi con gli USA. E infatti, la nota della Clinton finisce esortando le “parti” a trovare una soluzione in comune.

Stesse parole usate dalla Unione Europea che ha esortato che “le opposte fazioni trovino una soluzione pacifica e democratica in Honduras e a questo fine avviino subito il dialogo, nel rispetto dello stato di diritto”.

[...]

E quale sarebbe questo compromesso? Né USA né UE lo dicono apertamente, ma è evidente: l’Honduras deve uscire da ALBA, l’alternativa bolivariana per le Americhe, [quella sponsorizzata dal presidente venezuelano Chavez - CR].

Nella stessa nota, Pagliani osserva:

Io faccio un colpo di stato e mando via te presidente democraticamente eletto. Però non sono un criminale, bensì una “opposta fazione” con cui il presidente eletto deve scendere a compromessi “nel rispetto dello stato di diritto”. E’ proprio vero che “democrazia”, “elezioni”, “stato di diritto” sono termini che ognuno può utilizzare a proprio piacimento.

Osservazione sacrosanta, soprattutto mentre non si è ancora spenta la canea intorno alle elezioni iraniane. Elezioni vere, piaccia o meno all’Occidente il risultato. Anche il golpe honduregno è un vero golpe. Ma il potere dell’ideologia occidentalista è tale che ormai non si riesce più a distinguere un’elezione da un golpe.

Il dittatore totalitario sarebbe Ahmadinejad, mentre gli Usa, novello re Mida, trasformano in democrazia (e in dollari, ma non certo in oro!) tutto quello che toccano.

L’idea al centro del post precedente, che Obama sia tagliato fuori dai processi decisionali degli apparati del dominio imperiale, trova conforto nel blog di Eva Golinger:

Nevertheless, it seems like in the particular coup scenario, Obama has lost control. The US Military Group and Embassy in Honduras have been directly involved with the coup leaders. USAID and the Pentagon have backed this coup, there is just really no question. The Honduran military would never have moved with consent from their commanding officers, the US Military Group in Honduras and those stationed on the Soto Cano base.

Queste considerazioni non si basano su prove certe, ma è abbastanza evidente che se gli Usa fossero veramente contrari al golpe, o meglio: che se il livello politico contasse qualcosa, il golpe durerebbe mezz’ora al massimo. Anche l’ammissione del fatto che il dipartimento di Stato sapeva dei preparativi di golpe, e ha provato inutilmente a bloccarlo, conferma questa tesi.

Comunque Obama, pur evitando prudentemente qualsiasi scontro frontale, mi sembra deciso a rivendicare degli spazi decisionali. Vedremo se riuscirà nell’intento di salvaguardare la sua annunciata nuova politica per l’America Latina dal naufragio honduregno.

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